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Papa Francesco, primo "santo" dell'arte
In occasione di Arte al Centro 2026, padre Antonio Spadaro ha proposto una riflessione sul significato della santificazione come processo umano, etico e collettivo, prendendo le mosse dalla figura di Papa Francesco e dal dialogo con il pensiero e la ricerca artistica di Michelangelo Pistoletto. Pubblicato originariamente nello speciale cartaceo realizzato per la 27^ edizione della rassegna, riproponiamo ora il testo integralmente. A corredo dell'articolo è disponibile anche il video della performance artistica con cui il fondatore di Cittadellarte ha accompagnato simbolicamente la santificazione di Bergoglio.
L’atto è audace: Michelangelo Pistoletto sceglie di “dichiarare Papa Francesco primo santo dell’arte”, innalzandolo a figura simbolica, icona di una santità che si fa paesaggio. “Papa Francesco ha scelto di portare su di sé, durante e dopo la vita, la dolcezza di un paesaggio spirituale”. Il dono della croce pettorale diventa l’innesco di una dichiarazione di poetica: la trasformazione del papa – “fratello in Arte” – in soggetto e oggetto dell’opera.
Il legame tra Michelangelo e Francesco è sotterraneo. Nelle mie conversazioni con Michelangelo pubblicate col titolo Spiritualità (Marsilio), la presenza del pontefice è frequente. In un dialogo al Maxxi di Roma il 14 maggio 2025, Pistoletto ha detto: “Papa Francesco è stato per me un artista. Non per professione, ma per aspirazione. La sua capacità di animare pensiero e vita lo rende tale. Era un uomo capace di religare, di unire pur non rimanendo confinato in sistemi rigidi. Per me, Francesco non è morto. Come mio padre, rimane una presenza viva”.
La “canonizzazione” artistica non è gesto parodico né imitazione liturgica, ma azione interna al suo linguaggio: un atto simbolico che utilizza l’arte come spazio di rivelazione e rigenerazione. La forma è un video in cui l’artista è riflesso in un quadro specchiante mentre un suo avatar formula la proclamazione – quintessenza dell’arte di Pistoletto.
Nei Quadri Specchianti, il piano riflettente è interfaccia tra realtà e rappresentazione. La proclamazione accade lì, dove l’immagine dell’artista entra in relazione con l’avatar. Il riflesso rende l’evento corale: la santità artistica viene pronunciata in uno spazio che ingloba chi guarda, suggerendo che riguarda l’umanità intera. L’avatar rappresenta la proiezione dell’artista oltre sé stesso, nella post-umanità tecnologica. La voce sintetica sottrae la proclamazione alla retorica: la canonizzazione non appartiene a un potere né a un individuo, ma alla logica dell’arte come spazio di relazione.
La proclamazione non deriva da criteri religiosi, ma da ciò che l’opera riconosce: la visione pastorale e non predatoria dell’uomo; la simbologia di cura e pace opposta alla forza imperiale; la consonanza tra l’essenzialità del suo linguaggio e dell’Arte Povera; l’armonia tra spiritualità, responsabilità, trasformazione. “Canonizzare” significa riconoscere un simbolo di armonia incarnato in una figura che, come san Francesco, ha scelto semplicità e cura. L’arte non crea santi teologici: crea figure esemplari che orientano pensiero e azione.
Nella narrazione dell’avatar, la tomba di Francesco diventa opera d’arte: l’ardesia essenziale, il nome inciso, la croce tradotta in scultura, i simboli che convergono nel Terzo Paradiso. Pistoletto vi riconosce un gesto d’arte che continua oltre la vita.
L’innesco: alcune settimane dopo la morte di Francesco, Pistoletto aveva visto in televisione la tomba a Santa Maria Maggiore. Quella croce sulla lastra sepolcrale lo aveva colpito. Vi aveva scorto un “paesaggio spirituale”: la croce diventava orizzonte, spazio abitabile. Il 19 ottobre gli regalai una copia della croce di Bergoglio. Il 22 ottobre mi comunicò la decisione maturata alle 4 del mattino: “Francesco ha voluto morire da artista, fare un’opera d’arte in sé stesso. Non avrei mai immaginato questo esito, ma l’ho sentito forte. Dovevo farlo”.
Il Pontefice stesso indicava gli artisti come profeti: “L’artista vede più in profondità, profetizza, annuncia un modo diverso di capire le cose”.
Antonio Spadaro,
maggio 2026