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Cittadellarte allo specchio” #15 – Nazarena Capellaro, se la trasformazione torna a essere pratica
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La quindicesima puntata della rubrica è dedicata a Nazarena Capellaro, Responsabile sviluppo Terme Culturali, che riflette sul valore delle pratiche artistiche come strumenti di trasformazione, sull’importanza dell’educazione alle emozioni e sulla necessità di coltivare empatia e responsabilità nei contesti contemporanei.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa quindicesima puntata lo specchio si rivolge a Nazarena Capellaro, responsabile dello sviluppo del progetto Terme Culturali a Cittadellarte, dove da due anni contribuisce alla guida e alla crescita di un format innovativo che unisce arte, relazione e trasformAZIONE. Il suo lavoro si concentra nella costruzione di esperienze per aziende e gruppi, in cui la pratica artistica diventa strumento di consapevolezza, coesione. Collabora a stretto contatto con Armona Pistoletto, con cui condivide visione, metodo e sviluppo del progetto, all’interno di un dialogo professionale che rappresenta un elemento centrale del suo percorso in Fondazione. Con una formazione in ambito comunicazione e management e un percorso professionale tra Europa e Australia, Nazarena ha maturato competenze trasversali nella gestione di progetti complessi, nella relazione con i clienti e nello sviluppo di concept. Dopo esperienze nel mondo della comunicazione istituzionale (Fiera Milano Spa e il gruppo IEG) e degli eventi, ha scelto di orientare il proprio percorso verso progetti capaci di generare valore culturale. All’interno di Terme Culturali, Nazarena contribuisce a sviluppare un modello contemporaneo di team building, fondato sull’idea che l’arte non sia intrattenimento ma pratica trasformativa, capace di attivare nuove modalità di pensiero, relazione e benessere. Parallelamente coltiva la ceramica come passione personale, uno spazio di espressione libera e ricerca materica. Madre e moglie, porta anche nella dimensione professionale una sensibilità relazionale che si riflette nella cura delle persone, dei processi e delle esperienze che sviluppa.
Nazarena, nel dialogo che segue, intreccia il proprio percorso professionale con una visione dell’arte come esperienza capace di attivare consapevolezza, relazione e cambiamento. Nelle sue risposte emergono l’importanza delle piccole trasformazioni quotidiane, il ruolo centrale dell’educazione e la necessità di preservare uno spazio umano dentro scenari sempre più accelerati e complessi.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Credo che oggi abbia ancora più senso parlare di trasformazione sociale responsabile, forse proprio perché sembra tutto andare nella direzione opposta. Penso che sia in questi momenti importante non abbandonare certe parole. Di fatto il problema non è la parola “trasformazione”, ma quando resta solo una parola. Se invece diventa pratica, allora torna ad avere forza. Forse dobbiamo smettere di aspettarci grandi cambiamenti immediati e lavorare su piccole trasformazioni, sulle relazioni, sui contesti in cui possiamo davvero fare la differenza. Io per prima ho tanto su cui lavorare a riguardo.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Credo che il senso dell’arte, soprattutto contemporanea, sia proprio quello di esporsi. Quando porti un’opera in contesti complessi, pieni di storia, tensione o anche conflitto, sai che non puoi controllare tutto. E secondo me è giusto così. Se l’arte fosse sempre prevedibile perderebbe la sua forza. Accettare il rischio è forse parte dell’opera stessa?
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Nel 2026 penso che la parola chiave sia proprio “educare”, ma in senso ampio. Non solo a scuola, non solo per i bambini, ma per tutti. Educare alle emozioni, al rispetto, alla capacità di stare nelle relazioni. Siamo circondati da strumenti potentissimi, algoritmi, intelligenza artificiale e il rischio è perdere il contatto con ciò che ci rende umani. Per questo credo che l’educazione debba tornare al centro. Imparare ad ascoltare, a gestire le proprie emozioni, a scegliere, a prendersi le proprie responsabilità.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Sono a Cittadellarte solo da un paio d’anni, sento che questo è stato ed è il periodo in cui sono stata e sto meglio lavorativamente. Ho disimparato un po’ l’idea che il lavoro debba essere per forza tensione continua. Qui ho trovato una dimensione diversa, più umana... sto così bene! Lavoriamo tanto ma con tanta serenità.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come a un organismo, mi viene da dire che le braccia siano la parte più fragile ma anche quella più matura. Fragile perché c’è sempre questo desiderio di arrivare ovunque, di raggiungere anche contesti difficili, questo accade soprattutto grazie ai colleghi che sono sempre così ricchi di buone, buonissime intenzioni. Ma allo stesso tempo quelle braccia, negli anni, si sono rafforzate. Hanno imparato a muoversi meglio, a trovare il modo di arrivare davvero, non solo idealmente. E questo accade grazie al management che è sempre più attento e strutturato.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza è probabilmente ciò che mi spaventa di più. Quando smettiamo di dare valore alle cose, tutto perde significato. Se fosse un’opera d’arte, sì, la distruggerei. E se distruggerla non fosse possibile allora tenterei di non farla crescere, soprattutto nei più giovani. Io ho una figlia e ci penso spesso: vorrei che crescesse capace di sentire, anche quando è non è così scontato farlo. È normale attraversare fasi emotivamente instabili, soprattutto da adolescenti, ma è importante non restarci dentro. L’empatia va coltivata!
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Oggi siamo abituati a vedere numeri, dati, immagini che scorrono velocemente, ma spesso perdiamo il contatto con le persone reali dietro quei numeri. L’arte può rallentare questo processo, può creare uno spazio in cui fermarsi e guardare davvero.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quando spengo le luci del mio ufficio, quello che resta accesa è la voglia. La voglia di tornare il giorno dopo, di continuare a costruire, di provare. Non è scontato, e forse è una delle cose che apprezzo di più. C’è anche il fatto che non sono sola: condivido questo percorso con tanti colleghi, in particolare con una persona con cui si è creato un rapporto speciale.