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Un’altra idea di mondo: le imprese sono il governo
Contro la logica del dominio, la responsabilità del fare: dalla crisi del modello economico alla possibilità di una pace costruita ogni giorno, Michelangelo Pistoletto racconta la sua visione di una società in cui imprese, scienza, arte e comunità partecipano direttamente alle decisioni collettive.
Chi governa davvero una società? Le istituzioni, i centri di potere, le gerarchie che stabiliscono dall’alto le regole della convivenza? Oppure, prima ancora, le persone, le comunità e le organizzazioni che ogni giorno producono ciò di cui il mondo ha bisogno per vivere? È da questa domanda che prende forma il pensiero di Michelangelo Pistoletto. Una visione che invita a guardare l’impresa oltre i confini dell’economia, riconoscendole un ruolo decisivo nell’organizzazione della vita collettiva: perché produrre significa anche nutrire, creare relazioni, generare cultura e assumersi responsabilità nei confronti della società. “Le imprese sono il governo”, ha affermato il fondatore di Cittadellarte, ribaltando la prospettiva consueta e indicando nella capacità di organizzarsi delle comunità una risorsa politica già presente, ma ancora da riconoscere pienamente.
Su questa scia emerge l’Unione Arte e Imprese, parte dello Statodellarte, il progetto con cui Pistoletto immagina una società capace di assumere consapevolmente la responsabilità del proprio funzionamento. Al centro c’è la demopraxia: non un sistema già definito, né una legge imposta dall’alto, bensì processo che prende forma attraverso le pratiche, il confronto e l’autogoverno dei diversi settori della società. Un modello nel quale arte, scienza, imprese, religioni e sport possano contribuire, ciascuno secondo la propria natura, alla costruzione di un equilibrio nuovo.
La posta in gioco è tutt’altro che astratta. Basta osservare il mondo in cui viviamo: è segnato dalla concentrazione del potere, dai conflitti e dalla crescente subordinazione della produzione alle logiche della guerra. Ed è qui che arriva la proposta di Pistoletto: spostare lo sguardo dalla distruzione alla creazione, dalla competizione senza limiti alla responsabilità reciproca. Ecco che la Pace Preventiva non è soltanto un ideale da invocare quando la violenza è già esplosa. È un principio da tradurre nell’organizzazione concreta della società, nei rapporti tra le imprese, nelle decisioni economiche e nelle forme della convivenza.
In questa intervista, l’artista mette in relazione produzione e politica, autonomia della scienza e responsabilità dell’impresa, memoria storica e possibilità di un futuro diverso. C’è una domanda, quasi implicita, che sembra fluttuare sopra l’intero dialogo: se la società possiede già, nelle proprie pratiche quotidiane, la capacità di organizzarsi e di sostenersi, come può trasformare questa potenzialità in una forma consapevole di governo? La questione, in definitiva, è se la società possa riconoscersi come protagonista del proprio governo, anziché restare subordinata a un potere che decide per essa.
Michelangelo Pistoletto. Foto di Pierluigi Di Pietro.
Che cos’è l’Unione Arte e Imprese e da quale idea nasce?
Nello Statodellarte troviamo una cornice che comprende la politica, la quale ha come elemento costante l’arte della demopraxia. Poi ci sono quattro organismi che compongono questo Stato, e sono: UR-RA (Unione delle Religioni e Responsabilità dell’Arte), US-RA (Unione delle Scienze e Responsabilità dell’Arte), Unione Arte e Imprese, Unione degli Sport per la Pace Preventiva.
L’Unione Arte e Imprese è essenziale perché è la parte pratica e organica che rende possibile la convivenza tra le persone e il proseguimento sicuro per il sostentamento pratico della società stessa. Sostentamento che non viene da strutture gerarchiche imperialistiche, ma da strutture demopratiche di partecipazione al processo economico e di sostentamento della società.
Michelangelo, tu sostieni che questa capacità di organizzazione e di governo sia già presente nella società. In quali esperienze possiamo riconoscerla?
Esistono già esperimenti di sostentamento politico, di funzionamento politico, dato dalla pura organizzazione delle attività sociali, produttive e amministrative, fatte nei momenti in cui per periodi anche abbastanza lunghi sono venute a mancare le direttive dei governi.
È successo in Olanda, per esempio, in vari momenti: là, mancando le direttive centrali del governo, la politica e il governo di quella società è continuata comunque autonomamente perché sono state le realtà pratiche del vissuto comune attraverso la produzione, la realizzazione di tutte le piccole e medie organizzazioni esistenti, dall’artigianato all’industria, dalle iniziative del terzo settore, a riuscire a governarsi autonomamente.
Questo vuol dire che c’è una capacità di governo già esistente dentro a ogni comunità di pratica e più specificatamente, in senso economico, nella pratica economica che è quella delle imprese. Ogni impresa è un piccolo governo. Già esistono delle intese che attraverso il mercato, il commercio, la produzione e il consumo pratico governano in maniera organica, senza dipendere dalle decisioni ideologiche dei centri di governo. Questo non esclude la convivenza di questi organismi di politica spontanea con organizzazioni anche piramidali. Però la cosa importante è capovolgere la pratica che vige nel mondo, che è quella di imporre dall’alto della piramide la legge che è basata su interessi che sono di potere superiore rispetto al potere reale della vita organica della società.
Superiori vuol dire che, venendo dall’alto, portano interessi non condivisi, ma imposti. Quindi il concetto di demopraxia non si oppone al sistema già esistente, non si sottopone, ma diventa organizzazione garante di una produzione in cui i rapporti che si stabiliscono nella pratica sono poi quelli che assumono la responsabilità politicamente cosciente e organizzata che chiamiamo demopratica. Quest’ultima non contraddice il concetto di democrazia, ma la rende possibile, perché sottrae l’amministrazione, l’organizzazione e la realtà politico-pratica alle ideologie che si distanziano dalla pratica e che, dall’alto, producono profitti indipendenti da quelli generati nelle comunità di pratica, concentrandoli verso l’ideologia più alta: quella del potere, che assume sempre più, oggi nel mondo, un carattere imperialistico.
Che cosa accade, più in generale, quando il governo centrale viene meno e le comunità sono chiamate a organizzarsi autonomamente?
Quando per difetto è venuto a mancare il diktat del governo centrale, la società ha saputo continuare a esistere attraverso l’organizzazione pratica già esistente.
Possiamo trovare esempi storici di questa capacità di autogoverno anche nelle corporazioni dei mestieri e nei comuni?
Ecco, abbiamo i casi, le corporazioni dei mestieri, il sistema dei comuni e delle corporazioni combinate insieme. Addirittura quando Papa Leone ha fatto l’enciclica “Magnifica humanitas”, fa due esempi, di due edifici: uno, quello di Babele, nel quale l’ambizione individuale si è scontrata con l’incapacità di convivenza, perché ogni lingua ha voluto prevalere sull’altra, dunque una conflittualità senza fine che purtroppo stiamo vivendo oggi nella Babele dei poteri; l’altro edificio che menziona il Papa sono le mura di Gerusalemme, che erano state abbattute dai conflitti dei grandi poteri e sono poi state riedificate con la partecipazione diretta di tutti i vari mestieri, di tutte le persone che avevano il loro sostentamento con il proprio mestiere. Hanno aggiunto alla loro capacità specifica di mestiere quella di lavorare insieme per fabbricare le mura comuni di questa Gerusalemme e lo hanno fatto.
Qui, secondo me, abbiamo un esempio che il Papa non rileva, ma noi sì: in quel momento loro hanno già praticato un’organizzazione politica demopratica, in cui i vari mestieri, oltre a essere differenti, si sono identificati in un progetto comune, ossia le mura di Gerusalemme. Il problema non evidenziato dall’enciclica è che poi il potere centralizzato ha ripreso in mano le mura, non ha portato avanti la demopraticizzazione. Dunque possiamo constatare che è sì giusta l’osservazione di Papa Leone, ma non ha messo in evidenza la fabbrica dell’umano, che è l’estensione e la realizzazione dello Statodellarte, dove ritroviamo le corporazioni storiche, le attività dei comuni e tutto quello che nella storia è stato fatto, comprese le mura di Gerusalemme.
Veniamo allora al ruolo delle imprese all’interno dello Statodellarte. Che cosa significa, concretamente, per un’impresa entrarne a far parte?
Ogni impresa ha in sé un proprio governo. Le imprese possono essere fatte nelle maniere più diverse. Anche due persone che decidono di vivere insieme, devono decidere come governare questa loro convivenza. E quindi è già un piccolo governo.
Il governo nasce dalla dualità. Le due persone che vivono insieme hanno un mestiere, dunque si collegano con la società ed entrano in altre organizzazioni in cui si creano i relativi governi.
Michelangelo Pistoletto e Andrea Redaelli, coordinatore attività Unione Arte Imprese.
E man mano che queste organizzazioni crescono e si moltiplicano, come si stabiliscono i rapporti tra loro?
Ogni organizzazione è un’impresa, perché deve pensare al nutrimento pratico delle persone che non possono avere altrimenti che con il lavoro. Più le organizzazioni si estendono nelle loro differenze e molteplicità, e più servono incontri tra impresa e impresa per decidere quali sono le forme di connessione governativa tra le varie imprese. L’impresa nutre fisicamente e culturalmente - perché crea un modo di organizzare il pensiero - l’essere umano. Anche il commercio è vita comune, così come è vita comune l’organizzazione giuridica e tutta quella che è la parte intermedia, che sono le professionalità. Ma anche le professionalità lavorano tenendo conto della capacità produttiva delle imprese. Senza l’impresa, che produce materialmente il sostentamento della società, non sarebbe possibile neppure il lavoro di chi, pur non facendo parte delle imprese, contribuisce a far funzionare le leggi che regolano i rapporti tra di esse. Le imprese devono quindi rendersi conto di essere le artefici di tutto il sistema. Quindi hanno una responsabilità etico-politica, morale, così come ce l’hanno in senso pratico di fornire sostentamento e lavoro alla società.
Quindi l’impresa, nella tua visione, non può essere considerata soltanto come il soggetto che realizza un prodotto, ma come una componente della società nel suo complesso?
Senza quel prodotto la società muore. Anche l’IA ha bisogno di nutrimento, nel senso di avere energia elettrica per poter esistere. Le imprese sono una fonte di energia non soltanto perché producono energia elettrica, necessaria non solo alle imprese stesse, ma all’intera società, perché producono l’energia necessaria al sostentamento.
L’essere umano senza il proprio lavoro non può dare alla società nutrimento, così come le imprese senza dare lavoro alle persone non possono dare nutrimento alla società.
L’impresa è nutrimento pratico, culturale e politico della società.
Se l’impresa è una componente così centrale dell’organizzazione sociale, quale rapporto deve avere con la scienza e con l’innovazione?
Qui subentra la scienza: le imprese hanno bisogno del contributo della scienza, che produce elementi sempre nuovi, che le imprese applicano nella pratica.
La scienza diventa quindi quella parte di innovazione e ricerca che alimenta l’impresa. Ma anche la scienza deve essere autonoma rispetto al potere?
La scienza a sua volta non ha bisogno di essere progettata al di fuori della scienza stessa, non è commissionata dal potere. Non ha bisogno di essere commissionata, decisa, progettata dal potere. È di per sé auto-progettante, non c’è nessun potere che può determinare la scienza, è la scienza che determina il potere dell’umano, non può essere predeterminatamente organizzata da niente se non dalla propria dinamica che sta nella scoperta. Non viene imposta, ma si auto-produce per la volontà e la capacità creativa degli esseri umani. È come l’arte, è auto-responsabile.
Se le imprese non si sentono abbastanza autonome, sanno che la scienza è a disposizione per dare tutto quello che produce e crea a disposizione delle imprese stesse, senza passare attraverso il predominio di qualcuno che sovrasta sia la scienza sia l’impresa. Noi stiamo lavorando oltre che sull’autonomia delle imprese, sull’autonomia della scienza. Quindi scienza e imprese insieme rappresentano l’evoluzione dell’essere umano.
Scienza e imprese e arte, invece, appartengono alla creazione, che è in mano alle imprese e alle scienze, non ai poteri imperialistici sovrastanti. Quindi la nuova società non può arrendersi ai poteri imperialistici, perché sia le scienze sia le imprese, ora, data la situazione imperialistica, sono tutti sudditi, ma non in senso sano, ma sono sotto padrone in senso schiavistico. Il padrone è il sistema imperialistico del comando assoluto, per cui chiunque lavori è sottomesso al comando assoluto, a cominciare dalle scienze che non hanno bisogno del comando assoluto perché si auto-crea. Noi chiamiamo sistemi di impiego della società, del potere, ma non siamo impiegati del potere, perché l’impiego sostituisce la parola schiavo.
Arriviamo così al rapporto tra imprese e Pace Preventiva. Come può l’Unione Arte e Imprese partecipare concretamente a questo progetto?
Ogni impresa deve sapere che è governo: il governo non è più in alto, ma è dentro a ogni impresa che si collega con le altre imprese. Ci sono anche i forum di settore e poi quelli intersettoriali. Ci sono strutture intersettoriali che richiedono il confronto dei forum.
Nella durata dell’anno ci deve sempre essere un momento in cui le imprese si trovano insieme per definire le leggi che vengono poi garantite dai sistemi di organizzazione più larga, ossia quelle regionali, nazionali e internazionali.
Michelangelo Pistoletto. Foto di Andrea Oitana.
E come si traduce, nella pratica quotidiana di un’impresa, questa idea di pace preventiva?
Le imprese continuano a fare quello che hanno sempre fatto, ma sanno che non dipendono da una legge che arriva dall’alto, o se c’è è controllata dalle leggi che si fanno insieme attraverso i forum. Dunque ogni impresa deve abituarsi a essere parte del governo e quindi avere una persona, un ufficio, che deve destinare una piccola parte della propria economia a qualcuno che porta le esigenze pratiche dell’impresa a confronto con le esigenze pratiche dell’altra impresa.
Questi sono i forum inter-imprenditoriali. Ogni impresa deve avere un momento interno o un piccolo ufficio che la rappresenta con le altre nei forum inter-imprenditoriali.
È quindi una chiamata alle imprese a partecipare direttamente al governo della società?
Le imprese sono il governo. La stessa cosa avviene con le religioni: ogni religione è un’entità spirituale o politico-organizzativa, struttura organizzativa che non può più continuare a essere sottomessa ai sistemi imperialistici delle religioni che si fanno guerra. Le religioni esistono comunque, hanno bisogno dell’etica di fondo, ma quando è travolta dai massimi poteri diventa imperialismo non solo anti-etico, ma anche mostruoso e distruttivo. È una catena di forum che vanno fatti tra le religioni e questo lo stiamo realizzando con UR-RA.
L’arte è la libertà di pensiero che rende libere le persone di organizzarsi secondo dei principi etici.
Se questo modello vuole mettere al centro la creazione e la vita, quale ruolo assumono oggi scienza e impresa rispetto a un sistema economico orientato invece alla guerra?
Il grande lavoro che si esercita nel mondo attraverso le tecniche e le pratiche che oggi si stanno sviluppando attraverso le scienze ha bisogno di una quantità enorme di pratiche. Così queste pratiche si riflettono poi sulle imprese che producono queste pratiche, che sono legate alle scienze, che creano necessità materiali di produzioni nuove. Ancora oggi si pensa che sia le imprese sia le scienze debbano essere a disposizione soltanto della guerra e della distruzione. Di fronte alla crisi dei beni di consumo si arriva a pensare che l’unica produzione possibile sia quella bellica. Il potere è concentrato sulla guerra, sulla distruzione. Ma invece noi, con lo Statodellarte, abbiamo un sistema basato sulla creazione e sulla vita, non sulla distruzione. È un sistema in cui le responsabilità politiche vengono assunte ad ogni livello della società: a quello delle imprese, delle scienze e delle religioni. Esiste già un sistma che impedisce proprio come governo la sopraffazione dell’uomo sull’uomo: lo sport. Ha già delle regole dove tutti possono dare il massimo nella competizione senza ferire un altro essere umano. Dallo sport ricaviamo il concetto di fondo di una legge che deve essere portata in tutti gli ambiti della società: non si può uccidere un altro essere umano. Questo è il comandamento che dovrebbe già essere portato dalle religioni, ma purtroppo succede il contrario, ossia uccidere l’essere umano per avere potere.
La demopraxia, dunque, non è un sistema già compiuto, ma qualcosa che si costruisce attraverso la pratica?
La demopraxia richiede la disponibilità a seguirla e a farla evolvere man mano che la si pratica. Non è una legge già preparata. È l’insieme di tutte le pratiche che riusciamo a mettere in atto nell’autogoverno di ogni settore della società.
Questo principio vale anche per il rapporto tra impresa, profitto ed ecologia?
Senza mangiare e senza lavorare non si campa, mentre col sistema del consumismo imperialistico si consuma il pianeta e lo si sta distruggendo. Anche un’idea di ecologia e sostenibilità va considerata nella capacità di indirizzare le imprese su determinati profitti piuttosto che su altri.