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Che tracce lasciamo? Un documentario che interroga il nostro modo di abitare il mondo
Nato dalla campagna "Io non lascio tracce", il documentario di Daniel Tarozzi attraversa il Biellese e il Cammino di Oropa per riflettere sul segno che ogni persona lascia sul suo cammino di vita. Vi proponiamo il video integrale - che include una testimonianza di Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte - e l'intervista al regista.
Che orme imprimiamo nel terreno ogni giorno, attraversando un sentiero, una città, una comunità? E soprattutto: quale metaforico segno scegliamo di lasciare dietro di noi?
È attorno a queste riflessioni che prende forma Che tracce lasciamo?, il documentario diretto da Daniel Tarozzi, ideatore e co-fondatore di Italia Che Cambia, che nasce all'interno della campagna Io non lascio tracce, dedicata alla promozione di un approccio più consapevole e sostenibile al cammino. Il progetto fa parte dell'iniziativa Io non lascio tracce – Benessere in Movimento Lento, promossa da Movimento Lento e Italia che Cambia con la collaborazione de Il Richiamo del Bosco e realizzata grazie al sostegno di Compagnia di San Paolo nell'ambito del bando Sportivi Per Natura.
Il punto di partenza è chiaro: riflettere sull'impatto che ciascuno di noi può avere quando percorre un sentiero. Dai rifiuti abbandonati all'uscita dai percorsi tracciati, fino agli effetti meno visibili che il turismo genera sui territori, la consapevolezza dietro l'opera filmica è che ogni gesto lasci un'impronta. Ma il documentario sceglie presto di ampliare questa analisi. Perché, se è impossibile non lasciare tracce, allora la domanda cambia: quali tracce vogliamo lasciare?
Seguendo il Cammino di Oropa, il racconto attraversa il Biellese e incontra le persone che ogni giorno lo abitano, lo custodiscono e lo trasformano. Artigiani, artisti, camminatori, attivisti, operatori culturali e realtà impegnate nella cura del territorio compongono un mosaico di esperienze che supera il racconto del viaggio fisico per assurgere a qualcosa di più intenso, che va oltre la superficie di un mera presentazione didascalica. Tra le voci raccolte figura anche quella di Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte, il cui contributo inserisce nel documentario una riflessione sul rapporto tra arte, responsabilità e trasformazione sociale, con un'incursione anche nella Local March for Gaza.
Dopo la visione del documentario, abbiamo intervistato Daniel Tarozzi per approfondire la nascita del reportage e per scoprire il percorso che lo ha portato a trasformare un progetto dedicato alla sostenibilità dei cammini in una riflessione sul significato del nostro passaggio nel mondo.
Ciao Daniel, sono felice di ospitarti in queste pagine virtuali, con vesti diverse. Per stare in tema, qui sul nostro Journal e in chi scrive, hai lasciato una traccia profonda. Partiamo proprio da questa parola chiave, "tracce", che è il filo rosso della narrazione del documentario: perché proprio questo termine al centro dell'alternarsi di voci?
Tutto nasce dalla campagna "Io non lascio tracce", ispirata ai principi del movimento internazionale "Leave No Trace", che in Italia è stata promossa da Alberto Conte con il Movimento Lento insieme a Upcycle Milano Bike Café.
L'obiettivo era sensibilizzare le persone a vivere il cammino in modo sostenibile, perché spesso non ci rendiamo conto che anche un semplice escursionista può inquinare e lasciare segni del proprio passaggio: dai rifiuti abbandonati all'uscire dai sentieri, fino a impatti meno visibili ma altrettanto impattanti, come quelli culturali e sociali che il turismo può generare nei territori.
Quando abbiamo iniziato a lavorare al documentario, il titolo provvisorio era proprio "Io non lascio tracce". A un certo punto, però, mi sono reso conto che questo concetto non mi bastava. L'impatto zero, in fondo, non esiste: ogni nostra azione lascia un segno. La vera domanda, allora, non è tanto se lasceremo una traccia, ma quale vogliamo lasciare.
Da quel momento questa riflessione è diventata il cuore del documentario. È la domanda che, in modi diversi, ho rivolto a tutte le persone incontrate lungo il cammino: "Che traccia vuoi lasciare? E quale traccia non vorresti lasciare?". Credo che siano questioni capaci di andare "oltre" il cammino interrogando ciascuno di noi sul modo in cui attraversa il mondo.
Alberto Conte.
In questo viaggio lungo il Cammino di Oropa hai dato voce a figure differenti fra loro, ma unite dall'amore per la natura e per il Biellese. Nel mosaico di interventi raccolti nel documentario si evince chiaramente quanto possa significare una, sulla carta semplice, passeggiata. Nel tuo operato dietro le quinte, cosa ti ha colpito maggiormente tra ciò che hai ascoltato? Non solo come professionista che racconta storie e progetti, ma come uomo che li scopre, li "respira" e li osserva in prima persona. Insomma, qual è la lezione più importante che ti porti a casa da questo viaggio?
In primis mi porto a casa la conferma del profondo amore che tante persone nutrono per il Biellese. Può sembrare un aspetto scontato, ma ascoltando le loro storie mi ha colpito quanto questo legame sia autentico. Penso, ad esempio, a Cecilia Martin Birsa, che, con il suo lavoro, porta la pietra del torrente Elvo fino a Venezia e in altri luoghi d'Italia. Oppure ai viandanti che descrivono Biella come un territorio accogliente, contribuendo a sfatare lo stereotipo del Biellese chiuso e diffidente. È un'immagine che credo faccia bene innanzitutto ai cittadini stessi: riscoprirsi attraverso lo sguardo di chi arriva da fuori è sempre prezioso.
Dal punto di vista personale, invece, questo documentario mi ha fatto scoprire un territorio che conoscevo, ma fino a un certo punto: lo frequento da molti anni, eppure mi sono reso conto di quanto ci fosse ancora da vedere, tra paesaggi, angoli nascosti, persone e storie che raccontano una ricchezza sorprendente.
L'altro elemento che ha destato il mio interesse è l'intensità. Ho incontrato persone che non si limitano a parlare di cambiamento, ma lo praticano ogni giorno. Il Biellese, per molti aspetti, è anche un territorio pioniere di progetti: penso alla Fondazione Pistoletto, ai progetti di avanguardia sul Cammino di Oropa, al turismo lento con Enrico De Luca e Viaggi e Miraggi. Tra tutte le realtà incontrate, mi ha colpito in particolare "Senza Tremori", un progetto capace di affrontare un tema delicato con grande forza e intensità, senza mai cadere nel vittimismo.
Daniel Tarozzi "in azione".
Tra le numerose testimonianze hai proposto anche un'intervista a Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte. Perché proprio lui in un racconto in cui si parla di natura, sentieri e sostenibilità? E in generale, quale ruolo può ricoprire l'arte nella sfera emotiva di ognuno?
Prima di tutto perché è un racconto che parla di tracce: quelle che scegliamo e quelle che evitiamo di lasciare. In quest'ottica, Paolo Naldini era una presenza quasi naturale. Cittadellarte, Michelangelo Pistoletto e lo stesso Naldini portano avanti da anni una riflessione sul rapporto tra arte, responsabilità e trasformazione della società.
Mi è sempre rimasta impressa una frase di Pistoletto: "L'arte non è tale se non è al servizio del cambiamento". È un principio che attraversa tutta l'esperienza di Cittadellarte e del Terzo Paradiso e che dialoga con i temi del documentario. Paolo, inoltre, introduce un'immagine molto significativa: quella della "traccia ospitale", cioè l'idea di lasciare un segno che accolga, che generi relazioni e valore, anche in riferimento all'Hotel Cittadellarte inaugurato a maggio scorso.
Come scelta di montaggio, inoltre, ho fatto dialogare la sua intervista con quella di Cecilia Martin Birsa che racconta come il suo lavoro consista nel liberare dalla pietra un'opera già presente al suo interno. Paolo arriva a confermare questo con la sua esperienza: in qualche modo contestualizza e dà voce a ciò che poi vediamo rappresentato dall'agire, sia dagli artisti del Biellese che da molti altri.
C'era poi un'altra ragione: questo è un documentario profondamente legato al territorio e Cittadellarte rappresenta una delle esperienze culturali più significative sul piano locale e non solo. Infine, Paolo racconta anche l'esperienza delle Local March for Gaza, un'iniziativa nata nel Biellese della quale è stato tra gli interpreti e promotori.
Paolo Naldini.
Il documentario parte da temi specifici, come il rispetto dei sentieri, ma arriva a parlare del senso della vita anche con riflessioni toccanti. Quando hai capito che il film stava prendendo anche questa direzione?
Sai, non parto mai con una direzione già definita. Parto piuttosto da un'esigenza, da alcune domande, da un territorio da esplorare e da persone da incontrare. Credo che il compito di un documentarista sia proprio arrivare con la mente aperta, lasciando che sia la realtà a suggerire la strada, invece di cercare conferme a un'idea già costruita.
All'inizio mi aspettavo un documentario più incentrato sugli aspetti ecologici del cammino: il rispetto dell'ambiente, l'alimentazione, la sostenibilità in senso stretto. Invece, man mano che incontravo le persone, mi sono accorto che il discorso si stava allargando. Questa consapevolezza è maturata durante le riprese, ma soprattutto in fase di montaggio.
Uno scorcio di Oropa.
Quanto è importante raccontare i territori attraverso le persone che li vivono, invece che attraverso i luoghi soltanto?
Mettere in luce i territori attraverso le persone che li vivono anziché quelle che lo attraversano è secondo me l'unico modo di raccontarli davvero. Coloro che li attraversano possono avere uno sguardo nuovo, curioso e aperto, perché spesso abbiamo difficoltà e resistenza a riconoscere la bellezza dei luoghi che abitiamo, come direbbe Paolo Naldini.
Detto questo, le voci del racconto devono appartenere al territorio. Sono le persone che lo abitano a custodirne la memoria, le trasformazioni, le contraddizioni e le speranze. E quando mi riferisco alle "voci del territorio", lo intendo anche in senso letterale. Perché un territorio parla continuamente: attraverso le montagne, i mari, le pianure, gli insetti, il caldo, il freddo, la pioggia, il suo cibo. Tutto comunica qualcosa.
Alla fine, conta di più il cammino che percorriamo o le tracce che lasciamo?
Se proprio devo scegliere, direi le tracce che lasciamo. Nel senso che il cammino che percorriamo determina il nostro percorso spirituale: per chi crede nell'anima, nel nostro andare in Paradiso o all'Inferno, nel rincarnarci in questa o in quell'altra vita. Però le tracce che lasciamo, oltre a essere fortemente legate al cammino che percorriamo, impattano su tutti gli altri.