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"A Secret Diary for my Mothers", a Cittadellarte una residenza per madri artiste e figli
Dal 12 al 18 luglio 2026 gli spazi della Fondazione Pistoletto hanno ospitato per il terzo anno una residenza artistica del collettivo "The Glorious Mothers", con la partecipazione di Margherita Perugini e Margherita Caselli e in collaborazione con UNIDEE Residency Programs e l'Ufficio Ambienti di Apprendimento. L'esperienza è stata dedicata quest'anno al tema delle traduzioni da inglese a italiano e delle relative scelte lessicali.
Grazie all’invito della Fondazione Pistoletto, il collettivo The Glorious Mothers ha portato anche quest’anno il suo format di residenza per artiste madri con figlie e figli all’attenzione del contesto dell’arte italiana. Questo tipo di residenza, la prima sul territorio nazionale, è stata pensata per sopperire alla mancanza di supporto al lavoro delle madri artiste. Durante i giorni di residenza, tenutisi dal 12 al 18 luglio e proposti nuovamente in collaborazione con UNIDEE Residency Programs, l'Ufficio Ambienti di Apprendimento di Cittadellarte ha organizzato le attività rivolte a bambine e bambini, collaborando in questo modo alla costruzione di uno spazio che fosse al contempo di lavoro e di cura. Inoltre la residenza si è avvalsa della partecipazione di Margherita Caselli, dottoranda presso l’Accademia di Belle Arti di Roma che sta sviluppando una ricerca sui collettivi di madri artiste, e di Margherita Perugini che porta avanti una ricerca artistica con figlie e figli del collettivo.
La residenza, in questa edizione ha preso come nome A Secret Diary for my Mothers, prendendo in prestito e trasformando il titolo del progetto ideato dalla stessa Margherita Perugini che, per il terzo anno consecutivo, ha accompagnato i giovani partecipanti in una riflessione sulle relazioni grazie un activity book pensato per loro. In quest'ottica, "abbiamo scelto di trasformare la parola Mother in Mothers: un passaggio dal singolare al plurale - hanno spiegato dal collettivo - che allarga e moltiplica le genealogie della cura, riconoscendo tutti i legami che ci sostengono e ci permettono di crescere". A partire da questa idea di eredità e trasmissione, la residenza è stata dedicata alla traduzione. "Come un segreto da tramandare - hanno aggiunto - traduciamo dall'inglese all'italiano, nostra lingua madre, una selezione di testi che stanno accompagnando la ricerca del collettivo, con il desiderio di far circolare e moltiplicare le parole che abitiamo".
The Glorious Mothers
The Glorious Mothers è un collettivo composto da artiste residenti in Italia accomunate dall'essere madri di figlie e figli in età scolare o prescolare. Il collettivo affronta la questione della maternità e della genitorialità nell’ambito delle arti visive. Attraverso un lavoro politico, linguistico e artistico il gruppo vuole dare voce alle istanze delle madri artiste e di coloro che si riconoscono come primari responsabili della cura di figlie e figli, portando il tema della genitorialità all’attenzione delle istituzioni dell’arte. Attraverso una ricerca teorica e pratica, The Glorious Mothers lavora alla decostruzione di un immaginario della maternità stereotipato e legato all’istituzione familiare eteronormata, provando a rendere visibili i molteplici modi di essere genitori. Dal 2022 il collettivo organizza annualmente una residenza per artiste con figlie e figli come momento di incontro e di ricerca, in cui al lavoro del collettivo si affiancano attività rivolte a bambine e bambini. Il gruppo attualmente è composto da Sara Basta (Roma, 1979), Cristina Cusani (Napoli, 1984), Dafne Salis (Roma, 1984), Mariana Ferratto (Roma, 1979) il duo Grossi Maglioni (Francesca Grossi e Vera Maglioni, Roma 1982), Giulia Iacolutti (1985), Caterina Pecchioli (Firenze, 1978) Lorena Peris (Fiesole, 1981) e Miriam Secco (Tradate, 1981).
Le traduzioni
A raccontare il lavoro svolto durante la residenza è Cristina Cusani, che ha sottolineato come il tema della traduzione non si sia rivelato un semplice esercizio linguistico: "La traduzione non è stata solo trasmettere un testo da una lingua a un'altra, ma proprio un modo per ragionare sulle tematiche, sulle parole". Il gruppo ha lavorato su alcuni testi dedicati alla maternità nell'arte ancora inediti in italiano, interrogandosi sulla possibilità di trovare parole capaci di ampliare concetti e descrivere esperienze che il linguaggio esistente non riusciva pienamente a formulare. "Abbiamo inventato alcune parole che non esistono in italiano, che però rappresentano degli stati della maternità o dei modi di prendersi cura", ha raccontato Cusani. Un lavoro minuzioso, nel quale "per ogni piccolo verso si apriva una discussione di ore", trasformando la traduzione in un processo di ricerca e riflessione. Accanto ai testi teorici, il gruppo ha scelto di tradurre anche materiali rivolti a bambine e bambini, come un abbecedario femminista, confermando l'intenzione di includere le giovani generazioni nella pratica del collettivo e negli spazi dell'arte. La riflessione sulle parole ha riguardato anche il lavoro interno al gruppo, che durante la residenza ha avuto l'occasione di tornare a contemplare le proprie visione e missione, anche in vista della possibile costituzione di un'associazione. "Le dinamiche si modificano negli anni, perché comunque anche le nostre esigenze di maternità cambiano a seconda di quanto crescono i nostri figli e quindi anche il modo in cui affrontiamo le residenze ogni anno è diverso", ha spiega Cusani.
Nuovi verbi
Il lavoro sul linguaggio ha portato il collettivo a confrontarsi anche sul significato stesso della parola "maternità". Sara Basta ha rivelato come la ricerca terminologica sia stata fondamentale tanto per la traduzione dei testi quanto per la definizione dell'identità futura dell'associazione: "Abbiamo ragionato sul significato, su quale specifica parola utilizzare per ampliare il senso della maternità, per capire se questo vocabolo potesse corrisponderci o meno. L'obiettivo è superare un'idea della maternità legata esclusivamente alla relazione biologica, per riconoscere invece la dimensione della cura. Non fermarsi semplicemente all'idea di maternità come legame biologico, ma come una serie di azioni di cura che si compiono a prescindere". Su questa scia è nata anche la necessità di inventare nuovi verbi, come "maternare" o "madreggiare", per indicare "tutta quella serie di azioni che chi si prende cura svolge anche nei confronti di qualcun altro", come è avvenuto durante la stessa residenza tra le madri e le figlie e i figli del gruppo. Inoltre, per Basta, tornare a Cittadellarte per il terzo anno consecutivo ha significato ritrovare un luogo ormai familiare, soprattutto per bambine e bambini: "Non è un ricominciare da capo ma è un proseguire".
Gli spazi, come da lei specificato, sono ormai conosciuti, le persone e le attività sono in parte già noti e questa continuità permette di ridurre le difficoltà organizzative, creando una condizione di maggiore libertà per il lavoro delle artiste. "Ormai - ha osservato - Cittadellarte è diventata una nostra comfort zone".
L'esperienza di figlie e figli
Per Caterina Pecchioli, uno degli aspetti più significativi della residenza riguarda proprio il modo in cui l'esperienza artistica viene vissuta dalle bambine e dai bambini. "Mi viene in mente Cosimo, figlio di Vera Maglioni, che sostiene di essere lui l'artista, in quanto partecipante alla residenza". Un episodio che dimostra quanto i più piccoli non siano semplicemente accompagnatori, ma partecipanti a pieno titolo. La presenza di altre famiglie ha permesso inoltre alle nuove generazioni di riconoscersi in esperienze simili alle proprie, superando la sensazione di essere un'eccezione: "Per le bambine e i bambini è un'occasione in qualche modo di riconoscimento, di rispecchiamento, in altre esperienze simili". Per il collettivo, però, l'obiettivo è anche quello di far crescere il progetto oltre i confini della propria esperienza. "Miriamo a istituzionalizzarci maggiormente, cioè a rendere più forte, più presente questa pratica", ha spiegato Pecchioli, immaginando possibili sviluppi come un premio per artiste madri, nuove forme di sostegno alla residenza o una convention capace di mettere in dialogo esperienze italiane e globali. L'intento è trasformare ciò che il collettivo ha costruito per sé in una possibilità per altre artiste madri: "Che possano, grazie a quello che noi sperimentiamo e abbiamo imparato in questi anni - ha concluso - trovare lo spazio e la forma per lavorare serenamente". La residenza di Cittadellarte si è infatti inserita in una rete più ampia di esperienze: durante quest'anno il collettivo ha incontrato altre realtà impegnate nell'organizzazione di residenze per artiste madri e famiglie, in Italia, Germania e a livello internazionale. Ed è solo l'inizio.