Cosa possiamo
aiutarti a trovare?
Ricerche suggerite
Valle Elvo: il progetto "FILLE" e la difesa dell’acqua come bene comune
Nell'ambito dell'isola "Vivere e lavorare in Montagna" e dell'isola "Cibo, Agricoltura e Accoglienza" di Biella Città Arcipelago, in questo contributo i giovani abitanti della Valle Elvo riflettono sul progetto "FILLE", che prevede la ricerca di una nuova risorsa idrica destinata all'imbottigliamento. Attraverso un'analisi dei dati e del contesto territoriale, il testo apre una riflessione sul valore dell'acqua come bene comune, sul rapporto tra sviluppo economico e tutela degli ecosistemi e sul ruolo delle comunità locali nella gestione delle risorse naturali.
La questione FILLE non riguarda soltanto la Valle Elvo. Non riguarda soltanto Mongrando, Netro o il Biellese. Riguarda un principio fondamentale che attraversa il nostro tempo: chi decide del destino dell’acqua e con quale diritto?
L’acqua non è una materia prima come le altre. Non è una merce. Non è una risorsa da mettere a bilancio come un qualsiasi fattore produttivo. È la condizione stessa della vita, della salute, dell’agricoltura, degli ecosistemi, delle comunità e delle generazioni future. Senza acqua non esiste economia. Senza acqua non esiste territorio. Senza acqua non esiste futuro.
Per questo ogni progetto che preveda la ricerca, la captazione o lo sfruttamento industriale della risorsa idrica deve essere sottoposto al massimo livello di attenzione pubblica. Non perché si sia contrari allo sviluppo economico, ma perché riguarda un bene comune e una risorsa limitata: è quindi essenziale assicurarsi che si tratti di un’attività sostenibile e responsabile rispetto alle comunità locali e alle generazioni future.
Il progetto FILLE nasce come richiesta di ricerca di acqua nell’area di Mongrando, località Ferrai, all’interno di un perimetro che interessa oltre 642 ettari tra Mongrando e Netro. L’obiettivo dichiarato è individuare una risorsa idrica adatta a una futura attività di imbottigliamento di acqua minerale e in subordine anche alla produzione di bevande o birra.
Formalmente siamo ancora in fase di ricerca. Ma è proprio qui che si gioca la partita decisiva. Perché ogni grande sfruttamento di una risorsa naturale inizia sempre con una richiesta apparentemente innocua: cercare.
E ogni cittadino ha il diritto e il dovere di chiedersi cosa accadrà dopo.
I numeri parlano da soli. La portata minima necessaria per avviare l’attività è compresa tra 10 e 12 litri al secondo, pari a circa 45.000 litri all’ora. Tradotti su scala annuale, questi valori corrispondono a uno scenario potenziale di circa 394 milioni di litri all’anno. Non si tratta di consumi attuali, ma della dimensione che potrebbe assumere il progetto qualora la ricerca si trasformasse in captazione e produzione.
È qui che emerge il vero problema. Non necessariamente il singolo impianto, ma la loro somma.
Nel Biellese operano già importanti realtà dell’imbottigliamento. I dati pubblicamente disponibili indicano per Guizza e Lauretana volumi di acqua imbottigliata complessivi di circa 585 milioni di litri all’anno. Se a questo quadro si aggiungesse anche il potenziale di FILLE, si arriverebbe a sfiorare il miliardo di litri annui.
La domanda allora cambia radicalmente. Non è più: “C’è acqua?” ma “Quanta acqua può essere sottratta ad un territorio senza comprometterne l'equilibrio?”
Quanta acqua può essere prelevata senza impoverire le falde, senza alterare sorgenti e corsi d’acqua, senza ridurre la capacità di risposta ai periodi di siccità? Senza mettere in competizione gli interessi industriali con quelli delle comunità, dell’agricoltura, degli ecosistemi e delle generazioni future?
In un’epoca segnata dalla crisi climatica, dal surriscaldamento globale e dalla crescente scarsità delle risorse idriche, queste domande non sono ideologiche. Sono necessarie.
Eppure troppo spesso si pretende di procedere al contrario: prima si autorizza, poi si valuta. Prima si apre una strada, poi si cerca di capire dove conduce.
Noi sosteniamo l’esatto opposto: prima devono arrivare i dati, il bilancio idrico, la conoscenza approfondita dell’impatto delle concessioni esistenti, delle falde, delle aree di ricarica. Innanzitutto ci deve essere trasparenza e tutela dell'interesse collettivo.
Solo dopo si può discutere di un eventuale ulteriore utilizzo economico della risorsa, considerando anche approcci economici sostenibili e con maggiori potenziali di occupazione e valorizzazione del territorio.
Perché l’acqua non appartiene a chi la intercetta, a chi la imbottiglia, a chi ottiene una concessione temporanea.
L’acqua è un bene comune e pubblico e come tale deve essere gestito dalle comunità locali nell’interesse di tutti. Quindi il bene acqua non è regolato dal mercato ma da una giusta relazione tra città e montagna basata sul sostegno a chi si prende cura dei territori.
La mobilitazione nata in Valle Elvo ha un valore che supera i confini della valle stessa. È la dimostrazione che i cittadini non vogliono essere semplici spettatori di decisioni che riguardano il loro futuro. Vogliono conoscere, comprendere, partecipare e decidere.
Questa non è una battaglia locale. È una battaglia culturale e politica sul significato stesso dei beni comuni che non riguarda solo il singolo progetto, ma un quadro normativo regionale che oggi lascia ampio margine ai privati di sfruttare le risorse idriche e paesaggistiche (pensiamo anche all’agrivoltaico: l’estendersi di aree agricole ricoperte da pannelli solari).
Province e Comuni hanno strumenti limitati per opporsi quando una richiesta rispetta formalmente i requisiti di legge. Per questo la mobilitazione dei cittadini diventa decisiva: informare, diffondere dati chiari, raccogliere firme e costruire consapevolezza sono azioni concrete per sostenere le amministrazioni e rafforzare la tutela del territorio.
Difendere l’acqua significa difendere il diritto delle comunità a scegliere il proprio futuro. Significa affermare che esistono beni che non possono essere valutati esclusivamente in termini economici. Significa riconoscere che il valore di una sorgente, di una falda o di un ecosistema non può essere ridotto al prezzo di una bottiglia.
Per questo la vicenda FILLE riguarda tutti.
Riguarda ogni territorio che si trova di fronte alla pressione crescente sulle proprie risorse naturali. Riguarda ogni cittadino che considera l’acqua un diritto e non una merce. Riguarda ogni amministratore chiamato a scegliere tra interessi immediati e responsabilità verso il futuro, il patto generazionale da intendere come lascito per le future generazioni.
Il messaggio che deve uscire da questa discussione è semplice e inequivocabile: il bene acqua non deve essere regolato dal mercato ma concertato con i comuni e gli abitanti della valle, in particolare di noi giovani che abbiamo scelto di restare o di venire ad abitare in questi luoghi.