Cosa possiamo
aiutarti a trovare?
Ricerche suggerite
La sfida dell’intelligenza artificiale all’autorità umana: Il problema del disarmo etico
In occasione della Consulta Interreligiosa di Regione Lombardia, svoltasi il 16 luglio 2026 nell'ambito della mostra "UR-RA – Unity of Religions - Responsibility of Art" di Michelangelo Pistoletto alla Villa Reale di Monza, l'industriale Piero Bassetti ha proposto una riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale, responsabilità e autorità umana. Ne pubblichiamo integralmente la stenografia ragionata curata da Francesco Monico, responsabile dell'Ufficio Spiritualità di Cittadellarte e curatore della mostra, apparsa inizialmente sul suo canale Substack e successivamente sul sito della Fondazione Giannino Bassetti. Il testo si inserisce nel percorso di ricerca promosso da "UR-RA", dove arte, spiritualità e dialogo interreligioso si confrontano con le grandi questioni del presente.
In occasione della Consulta interreligiosa di Regione Lombardia, tenutasi il 16 luglio 2026 negli spazi della mostra UR-RA di Michelangelo Pistoletto, alla Villa Reale di Monza, alla presenza dei rappresentanti delle tradizioni induista, ebraica, cristiane e mussulmana e del sottosegretario di Regione Lombardia Raffaele Cattaneo, Piero Bassetti è intervenuto con quella libertà intellettuale che appartiene alle menti autenticamente autorevoli.
Non si è limitato a commentare i documenti presentati, ma ne ha individuato immediatamente il punto di maggiore tensione storica. La sua riflessione ha spostato il discorso dall’intelligenza artificiale, intesa come semplice innovazione tecnica, alla più radicale trasformazione dell’auctoritas, della responsabilità morale e della capacità umana di formulare giudizi di valore.
Il testo che segue restituisce, nella forma di una stenografia rielaborata, il movimento vivo del suo pensiero.
***
“La cessione della parola, nei termini in cui è avvenuta, mi pone qualche problema, perché mi costringe a una riflessione ulteriore rispetto al discorso che avevo inizialmente immaginato intorno alla Magnifica Humanitas. Tuttavia, credo che sia stato colto con grande precisione il problema storico fondamentale posto dai documenti che stiamo discutendo.
La tecnologia, attraverso ciò che chiamiamo intelligenza artificiale, non incontra più soltanto una funzione esterna dell’essere umano. Non riguarda semplicemente la sua capacità di muoversi, produrre, calcolare o comunicare. Interviene direttamente su ciò che abbiamo sempre considerato la prerogativa più specificamente umana: l’intelligenza.
Se intelligere significa intus legere, leggere dentro le cose, questa facoltà è stata tradizionalmente considerata ciò che distingue l’uomo nel mondo dei viventi. Oggi, invece, ciò che manipola, organizza e orienta l’intelligenza umana può essere a sua volta manipolato dalla tecnologia e dagli interessi economici, politici e culturali che governano la tecnologia.
Questa è una novità assoluta.
La critica ai mezzi di comunicazione di massa, che ha accompagnato tutto il Novecento, si riferiva ancora a qualcosa che restava esterno al soggetto. Il padre poteva confrontarsi con il messaggio televisivo ricevuto dal figlio; poteva discuterlo, contestarlo, interpretarlo. Esisteva ancora una dialettica riconoscibile tra la persona e lo strumento mediatico.
L’intelligenza artificiale introduce invece il proprio suggerimento direttamente all’interno del processo attraverso il quale il padre e il figlio comprendono la realtà. Non si limita a trasmettere un contenuto: partecipa alla costruzione della risposta. Entra nella testa, per così dire, prima ancora che il confronto abbia luogo.
Il problema è che tale processo non può essere immediatamente responsabilizzato. La risposta fornita dall’intelligenza artificiale fa riferimento a un sistema di valori, a una selezione delle fonti e a una gerarchia dei significati che non sono necessariamente riconoscibili nella singola risposta.
Qui emerge una prima domanda decisiva: esiste davvero un’intelligenza artificiale, oppure esisteranno molte intelligenze artificiali?
E, se saranno molte, a quali sistemi di valori faranno riferimento? Da chi saranno costruite, selezionate e adottate? In base a quali criteri una persona sceglierà di affidarsi all’una piuttosto che all’altra?
Potremmo arrivare, e mi rendo conto che si tratta di un’affermazione in parte provocatoria, a una situazione nella quale esisteranno differenti “religioni” dell’intelligenza artificiale. Non religioni nel significato tradizionale, naturalmente, ma sistemi artificiali fondati su diverse visioni dell’uomo, della verità, della libertà, della morte e della società.
Il confronto tra differenti intelligenze artificiali potrebbe allora trasformarsi in una sorta di duplicazione tecnologica delle differenze religiose e ideologiche. Ogni sistema avrà i propri presupposti, le proprie selezioni, i propri pregiudizi. Con la differenza che tali presupposti non saranno consegnati a un testo dichiarato e riconoscibile, ma incorporati nei processi attraverso i quali vengono prodotte le risposte.
Quando il Papa parla della necessità di disarmare l’intelligenza artificiale, pone dunque una questione fondamentale. Introduce un concetto che non circola ancora con sufficiente forza tra coloro che possiedono e amministrano gli strumenti tecnologici e gli interessi che li sostengono.
Disarmare l’intelligenza artificiale significa impedire che la facoltà di comprendere e, soprattutto, quella di attribuire valore siano asservite a un sistema di potere che rimane invisibile a chi utilizza lo strumento.
L’intelligenza non serve infatti soltanto a capire. Serve anche a valutare. Comprendere qualcosa significa già collocarlo entro un ordine di importanza, di desiderabilità, di giustizia e di responsabilità. L’intelligenza artificiale non interviene quindi soltanto nell’ambito della conoscenza fattuale: interviene nella costruzione dei giudizi.
La riflessione proposta dai documenti pontifici mi sembra interessante anche perché nasce all’interno dell’esperienza della Chiesa cattolica, ma possiede conseguenze che vanno molto oltre la Chiesa. Essa mostra come, da Benedetto XVI a Francesco e fino all’attuale riflessione, sia maturata la necessità di un’analisi critica degli strumenti attraverso cui il pensiero viene prodotto e trasmesso.
La Chiesa stessa è chiamata a esercitare un’autocritica. Deve interrogarsi sulla conformità tra il proprio mandato e gli strumenti che utilizza.
Pensiamo, per esempio, a un sacerdote che debba preparare l’omelia sul Vangelo della domenica e decida di affidarla a un’intelligenza artificiale. Nella predica potrebbero entrare, senza che egli ne sia pienamente consapevole, elementi provenienti da tradizioni ebraiche, islamiche, filosofiche o politiche differenti. Il problema non è la presenza di questi elementi, che potrebbe persino essere culturalmente feconda. Il problema è che essi entrerebbero senza essere riconosciuti, discussi e assunti responsabilmente.
Il sacerdote potrebbe pronunciare un discorso apparentemente coerente con la propria funzione, ma costruito attraverso un sistema valoriale del quale non conosce l’origine.
Si pone quindi un problema assolutamente nuovo: l’interferenza tra il processo dell’intelligere e quello morale del giudizio.
E il primo grande tema sul quale questa interferenza si manifesta è, naturalmente, la morte.
Tutti gli esseri umani incontrano la questione della propria finitezza, in forme differenti secondo l’età e le condizioni dell’esistenza. Un uomo di novantotto anni, come me, se la pone frequentemente e anche operativamente. Un bambino di cinque o sei anni non se la pone negli stessi termini. Ma la finitezza appartiene comunque alla condizione umana.
La domanda diventa allora: a quali energie valoriali viene esposta la nostra comprensione della finitezza?
Chi orienterà il giudizio sulla morte, sul limite, sull’aldilà, sulla dignità della persona e sul senso dell’esistenza? Quale sistema di valori parlerà attraverso le risposte dell’intelligenza artificiale?
Il paradosso è che il documento pontificio si rivolge prima di tutto ai sacerdoti, cioè a coloro che sono istituzionalmente chiamati a confrontare l’intelligenza del proprio pubblico con il sistema di valori del quale sono portatori. Ma il problema non riguarda soltanto i sacerdoti. Riguarda chiunque eserciti una funzione educativa, politica, morale o culturale.
Dobbiamo essere consapevoli che molto presto non parleremo più dell’intelligenza artificiale, al singolare, ma delle intelligenze artificiali, al plurale.
La tentazione sarà allora quella di dotarsi della propria intelligenza artificiale: la Chiesa cattolica della sua, le altre organizzazioni religiose della loro, i partiti politici della propria, le istituzioni economiche e culturali di sistemi costruiti intorno ai rispettivi interessi.
Questo sarebbe, a mio parere, il peggiore contributo valoriale che la tecnologia potrebbe offrire all’umanità. Dopo avere reso la falsità sempre più sofisticata e difficile da riconoscere, trasformerebbe anche i diversi sistemi di valori in apparati tecnologicamente armati.
L’etica verrebbe così esposta a strutture dotate di una potenza informativa e persuasiva enorme, il cui disarmo sarebbe tutt’altro che semplice.
Il Papa pone il problema, ma naturalmente non può risolverlo in termini tecnologici. L’intelligenza artificiale è infatti una costruzione tecnologica estremamente complessa. Chiunque l’abbia utilizzata è rimasto colpito dalla rapidità con la quale risponde a domande anche molto articolate e dalla quantità di fonti che sembra riuscire a consultare.
Quando abbiamo preparato una tesi di laurea, una parte considerevole del nostro lavoro consisteva nella ricerca e nella consultazione delle fonti. L’intelligenza artificiale compie questa operazione in tempi e in quantità che nessuna persona può eguagliare.
Proprio per questo anche un’intelligenza artificiale “armata”, cioè orientata da finalità discutibili, può apparire difficilmente appellabile. La sua risposta possiede il prestigio quantitativo di una consultazione immensamente più vasta di quella accessibile al singolo essere umano.
Ma la quantità delle informazioni non elimina il problema del giudizio.
Non possiamo cercare nel documento pontificio una risposta valoriale a tutti i problemi che l’intelligenza artificiale creerà. Vi troviamo soprattutto l’apertura di un allarme, rivolto certamente alla Chiesa cattolica, ma in realtà destinato a tutte le persone e a tutte le tradizioni che cercano di rispondere alle domande fondamentali dell’esistenza.
Quando un’autorità rinuncia a rispondere e invita la persona a fare appello alla propria coscienza, la responsabilità rimane aperta. Il padre che dice al figlio «non possiedo la risposta, devi confrontarti con la tua coscienza» conserva la propria funzione educativa proprio perché non la sostituisce con una soluzione precostituita.
Quando invece una risposta viene fornita automaticamente, il padre rischia di essere disarmato nel proprio ruolo di giudicante e di responsabile della relazione con il figlio.
La tecnologia, che in teoria dovrebbe essere fredda e neutrale, penetra così nel territorio delle scelte. Essa non si limita a offrire informazioni, ma modifica le condizioni nelle quali la responsabilità viene esercitata.
Per questo il termine humanitas mi sembra correttamente utilizzato. Esso indica l’insieme delle persone dotate della capacità di vedere, comprendere e ragionare, ma anche di assumere la responsabilità dei propri giudizi.
Si apre quindi un rapporto nuovo tra la tecnologia e coloro che potremmo definire i titolari di una docenza valoriale. Un sacerdote, in fondo, è soprattutto un docente di valori, più che di fatti. E questa funzione accomuna, pur nelle differenze, tutte le religioni.
D’ora in avanti saremo chiamati a formulare giudizi di valore che potranno essere contrastati o delegittimati da un potenziale informativo incomparabilmente più vasto di quello posseduto da ogni singola autorità umana.
Qui entra in gioco il problema dell’auctoritas.
La politica si regge, o dovrebbe reggersi, sull’auctoritas. Anche la moralità si fonda sull’autorità riconosciuta della scelta valoriale. Ma che cosa accade quando questa autorità deve confrontarsi con un sistema artificiale capace di presentare istantaneamente un’enorme quantità di argomentazioni alternative?
La questione riguarda chiunque operi nell’ambito dei valori, a partire dalla scelta più radicale: quella relativa alla morte, alla presenza o all’assenza di un aldilà e, dunque, al problema di Dio.
Ma il discorso è altrettanto rilevante per il laico.
Tutte le religioni dovrebbero condividere la consapevolezza della nuova difficoltà nell’esercizio della propria funzione. Il passaggio tecnologico ha alterato il rapporto tra pensiero religioso e pensiero tecnico. Ma sarebbe sbagliato opporre semplicemente il pensiero religioso a quello laico, perché anche il pensiero laico è ormai intercettato e riorganizzato dal dispositivo tecnologico.
Il problema non è più soltanto religioso o interreligioso, nel senso tradizionale delle diverse cose nelle quali gli uomini credono. È diventato un problema metodologico.
La tecnologia ha introdotto un metodo di produzione del pensiero e del giudizio che costringe ogni autorità — religiosa, politica, educativa e morale — a problematizzare se stessa.
La vera domanda, allora, non riguarda soltanto ciò che l’intelligenza artificiale sarà in grado di fare. Riguarda ciò che accadrà alla responsabilità umana quando la capacità di comprendere, scegliere e giudicare sarà continuamente affiancata, orientata o sostituita da sistemi artificiali.”
***
Chi risponde della risposta?
Auctoritas, giudizio e responsabilità nell’età dell’intelligenza artificiale
Postfazione e commento
L’intuizione decisiva di Piero Bassetti consiste nell’avere compreso che l’intelligenza artificiale non rappresenta soltanto un’accelerazione della tecnica, ma una trasformazione dell’auctoritas. Per la prima volta, la macchina non si limita ad amplificare il gesto, il calcolo o la comunicazione: entra nel processo attraverso il quale l’essere umano comprende, ordina e valuta il reale. Non agisce soltanto sulle risposte, ma sulle condizioni stesse della domanda. Qui si apre la vera cesura storica. Ogni intelligenza artificiale incorpora infatti una selezione delle fonti, una gerarchia delle rilevanze e una visione implicita dell’uomo. Dietro l’apparente neutralità della risposta opera sempre un sistema di valori, spesso non visibile né immediatamente interrogabile. L’ipotesi di molteplici intelligenze artificiali, costruite da religioni, partiti, imprese e poteri geopolitici differenti, prefigura così non un pluralismo innocente, ma il rischio di una tecnologizzazione armata delle visioni del mondo. Il disarmo dell’intelligenza artificiale non può allora significare soltanto la limitazione di alcune applicazioni pericolose. Deve significare soprattutto il disarmo della pretesa che la quantità delle informazioni possa sostituire il giudizio. La macchina può consultare più fonti di qualunque individuo, ma non per questo può assumersi la responsabilità morale della scelta. L’informazione è una potenza; il giudizio è un’esposizione. Chi giudica mette in gioco la propria storia, la propria coscienza e la propria posizione nel mondo. In questo senso l’humanitas evocata da Bassetti non coincide con una difesa nostalgica dell’uomo contro la macchina. Indica piuttosto la capacità umana di non sottrarsi alla responsabilità del valore. La vera posta in gioco non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia più o meno intelligente dell’essere umano, ma comprendere se l’uomo continuerà a riconoscersi come autore e responsabile dei propri giudizi. Le religioni possono offrire un contributo importante proprio perché rendono espliciti i propri fondamenti, li consegnano a testi, tradizioni, interpretazioni e comunità riconoscibili. Un sistema artificiale, al contrario, rischia di incorporare una teologia, un’antropologia o una politica senza dichiararle. Il compito interreligioso diventa allora anche un compito critico comune: chiedere a ogni intelligenza artificiale da quale idea dell’uomo, della libertà, della morte e della giustizia provengano le sue risposte.
Bassetti ci consegna così una domanda radicale: che cosa resterà dell’autorità umana quando la coscienza sarà costantemente affiancata da un dispositivo capace di fornire risposte più rapide, più vaste e apparentemente più autorevoli? La risposta non potrà consistere nel competere con la macchina sul terreno della quantità. Dovrà consistere nel riaffermare l’unico luogo nel quale l’autorità può ancora fondarsi: la responsabilità riconoscibile di chi parla, sceglie e risponde delle conseguenze del proprio giudizio.
Francesco Monico
Reggia di Monza, 16 luglio 2026