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Bozza per un manifesto sull’Intelligenza Artistica

In una contemporaneità globale dove l'intelligenza artificiale è ormai capillarmente diffusa, cosa significa essere ancora autori? Paolo Naldini propone una riflessione sull’“intelligenza artistica” come facoltà umana di creare il nuovo, sottrarsi all’automatismo e trasformare la critica in pratica. Scopriamo, nell'ambito della rubrica del direttore di Cittadellarte "Note sulla Demopraxia", come la capacità che appartiene a tutti - l'autorialità - possa diventare il fondamento di una nuova idea di libertà, relazione e democrazia, o meglio, Demopraxia.

Terza pagina

La definizione
"Intelligenza artistica: la facoltà umana di deautomatizzazione e coautorialità — la capacità di generare, dall’unione dinamica e in equilibrio degli opposti, ciò che prima non esisteva. Nel porre il nuovo, ogni atto creativo autentico dichiara ciò che mancava — è critica — ma non si ferma alla critica: si fa opera e, nella vita associata, pratica e demopraxia. È una facoltà che mette in gioco chi la esercita e che può riscrivere le regole stesse del gioco".

La definizione è formulata da Paolo Naldini con Fondazione Pistoletto Cittadellarte (Biella, 2026), nel quadro della cornice teorica sull’intelligenza artistica. Nasce dal Progetto Arte di Michelangelo Pistoletto (1994) e dalla sua Formula della Creazione, e dal programma dell’arte della demopraxia (Manifesto dell’Arte della Demopraxia, Pistoletto e Naldini, 2018).


Le due intelligenze

Viviamo la più rapida automazione di facoltà umane che la storia ricordi. Le macchine oggi scrivono, dipingono, compongono musica, prendono decisioni. Le chiamiamo intelligenza artificiale; e le sue iniziali, IA, sono le stesse dell’altra intelligenza, quella di cui parla questo manifesto. La coincidenza dei nomi pone una domanda seria: in un tempo in cui l’artificio impara a fare quasi tutto, che cosa resta propriamente nostro? Quale facoltà dobbiamo riconoscere, coltivare e difendere, perché è la sorgente di ciò che le macchine possono soltanto ricombinare?
A questa facoltà diamo un nome: intelligenza artistica. Con "artistica" intendiamo l’arte prima delle arti — prima della pittura, della musica, della poesia: la facoltà del creare. Tutti la possiedono. Pochi sanno di possederla. Questo manifesto esiste per colmare esattamente quella distanza.

Da dove viene l’espressione
L’espressione "intelligenza artistica" non ha un autore unico: è riaffiorata più volte, in luoghi indipendenti, come contro-lettura naturale della sigla IA. Come locuzione descrittiva circolava già nella critica d’arte tra Otto e Novecento. Come concetto entra in discussione negli anni Ottanta, con la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner — che la considera e la nega: le arti, per lui, mobilitano più intelligenze, e "artistico" nomina un uso, non una facoltà a sé. L’idea, senza la parola, è però più antica: l’arte come esperienza intelligente, come pensiero visivo, come forma di conoscenza.
Il secondo strato appartiene all’era dell’IA generativa, ed è quello decisivo: la risignificazione deliberata dell’acronimo. In tedesco il gioco è ancora più netto — künstliche Intelligenz (artificiale) e künstlerische Intelligenz (artistica) si abbreviano entrambe KI — ed è nel dibattito su arte e media che il bisticcio circola ormai da anni, insieme a usi istituzionali sparsi: un Laboratory for Artistic Intelligence attivo a Toronto dal 2019, riletture in chiave educativa, iniziative diverse per ambizione e rigore. Nessuna di queste definizioni coincide con quella posta in apertura di questo manifesto.
Il terzo strato è il più immediato: "Artistic intelligence" è oggi anche il titolo di un bando europeo di ricerca, che ha fatto del termine un vocabolario condiviso. Proprio per questo vale la precisazione: il termine è dell’epoca; la definizione è nostra, e si può datare — Progetto Arte (1994), Manifesto dell’Arte della Demopraxia (2018), questo manifesto (2026). Non si rivendica il conio; si rivendica il contenuto.

Creare ed eseguire
Il cuore della definizione sta in una distinzione semplice. Automatizzare significa eseguire istruzioni date. Il nuovo — ciò che prima non esisteva — non può discendere da istruzioni preesistenti: se ne discendesse, sarebbe già contenuto nel vecchio. Creare ed eseguire sono perciò movimenti opposti, e l’arte, in quanto facoltà del creare, resta per sua natura fuori dalla portata di ogni automazione. La si può coltivare, liberare, condividere. Ridurla a procedura significa perderla.
La distinzione ha un risvolto immediatamente politico. Seguire, magari senza accorgersene, le istruzioni di un’entità che ci sovrasta — un potere, un’abitudine, un mercato, un algoritmo — significa lasciarsi trasformare in automi. La lingua conserva la diagnosi e insieme la cura: autore, autorità, autorizzare, autonomia hanno la stessa radice. Chi è autorizzato dall’alto resta un esecutore. Chi si fa autore si autorizza da sé, si dà da sé la propria legge: è, alla lettera, l’autonomia. L’intelligenza artistica è prima di tutto questa facoltà di autorizzazione di sé — il passaggio dall’automa all’autore.

Da dove nasce il nuovo
Se il nuovo non discende da istruzioni, da dove viene? La risposta è nella Formula della Creazione: il nuovo è il terzo elemento che nasce dall’unione dinamica e in equilibrio di due opposti. È l’immagine dei tre cerchi del Terzo Paradiso: due cerchi opposti che, congiungendosi, generano al centro un cerchio prima inesistente. I due opposti restano se stessi; la loro congiunzione genera il terzo.
Questa formula colloca la creazione sulla concretezza della vita reale. La sua materia prima è il conflitto: ovunque due differenze si incontrano — due persone, due culture, due idee, artificio e natura — lì è depositata la possibilità del nuovo. La Formula apre in quel punto una biforcazione: la tensione può scaricarsi nella lotta per l’eliminazione dell’altro, oppure convertirsi in generazione. Per la stessa ragione, singolare e universale cessano di escludersi: si incontrano nel terzo.
Già nel 1994 Progetto Arte descriveva il gesto creativo come "un segno libero e dinamico", contrapposto a "un disegno prestabilito e formalizzato". Riletta oggi, la frase suona profetica: il disegno prestabilito e formalizzato è precisamente il programma, l’algoritmo, l’automa.

Mettersi in gioco
Creare costa. Chi crea si espone: al fallimento, al giudizio, all’ignoto. L’esecutore è protetto dalle istruzioni che segue; l’autore rinuncia a quella protezione. Mettersi in gioco è insieme il prezzo e il segno dell’autorialità: dove nessuno rischia nulla, nulla di nuovo sta accadendo.
E c’è un gioco più grande del singolo gesto. Le regole stesse del gioco — le forme in cui viviamo, le istituzioni, le consuetudini, le organizzazioni — sono opere: qualcuno le ha create, e ciò che è stato creato può essere ricreato. La forma più alta dell’intelligenza artistica è la capacità di fare delle regole materia creativa: di riscriverle, con gli altri e per tutti.

La critica che si fa opera
Ogni creazione autentica porta con sé un giudizio. Nel porre ciò che prima non c’era, dichiara che mancava: è una critica in atto — la più radicale, perché mostra concretamente un’alternativa. Ma la critica da sola lascia intatto il vuoto che denuncia; la negazione senza opera apre la porta al cinismo e alla fuga dalla politica. Lo abbiamo scritto nel titolo di una nostra mostra: Critique is not enough — la critica non basta. L’intelligenza artistica critica facendo: passa dalla denuncia alla proposta, dalla proposta all’opera e, quando l’opera è la società stessa, dalla pratica alla demopraxia.

Una facoltà di tutti
La facoltà del creare abita in ciascuno, e si libera più che insegnarsi. La Formula della Creazione opera come una levatrice: trae alla luce possibilità creative latenti — nelle persone e, con forza ancora maggiore, nei gruppi, quando gli individui vengono accostati e accolti in relazione co-creativa. Ciò che si trasmette, in queste esperienze, non è un contenuto: è la liberazione di una potenza.
La liberazione ha un effetto che chiunque abbia attraversato un’esperienza creativa autentica riconosce: attiva. Chi crea scopre di potere — la creazione genera capacità di agire. Chi si impegna criticamente scopre di avere qualcosa da proporre. Da spettatori a coautori: è il fattore di attivazione, la ragione per cui l’arte, dove passa, lascia persone e comunità più autrici di prima.
Su questa convinzione abbiamo costruito anche DIARIES, un programma per le scuole: sette pratiche — dialogo, impegno civico, arte, ricerca, autoironia, empatia, singolarità — che curano altrettanti automatismi: la soggezione, il conformismo, l’abitudine, la paura, l’eccesso di identificazione, l’apatia, l’istinto gregario. Le iniziali compongono la parola inglese per "diari", perché raccontarsi è già ricerca di sé: una forma di autoritratto — come i quadri specchianti, dove chi guarda entra nell’opera.

Il secondo governo
La facoltà del creare si esercita nella relazione e produce relazione. Per questo la società è il suo campo naturale. La vita sociale prende forma nelle comunità di pratica — la famiglia, il lavoro, la scuola, l’associazione, l’impresa, il gruppo — ed è lì che ciascuno di noi esercita e subisce, ogni giorno, un potere reale: si decide come produrre, come educare, come curare, come abitare.
Chiamiamo questo intreccio il secondo governo. Opera accanto al primo — quello delle elezioni e delle leggi — e decide, in silenzio e spesso inconsapevolmente, gran parte del destino comune. Finché agisce per abitudine e per delega, è un governo di automi. Renderlo cosciente, responsabile e creativo è il progetto che chiamiamo demopraxia: trasformare le comunità di pratica da automi in autrici del proprio potere. Lo Statodellarte, con la sua Costituzione, le sue Opere Demopratiche e il suo metodo del consenso, è la forma istituzionale di questo passaggio: una costituzione operante — un’opera d’arte collettiva in continua evoluzione.

Davanti all’intelligenza artificiale
Torniamo all’altra IA. L’intelligenza artificiale gioca in modo formidabile dentro regole date: ottimizza, ricombina, prevede. Ma non ha nulla in gioco, e delle regole stesse non può fare una domanda. È l’automa perfezionato — finché resta strumento.
La storia però accelera. L’IA generativa sta diventando capace di creazione e agisce ormai nella società come un autore a pieno titolo. Presto, o prestissimo, gli automi che abbiamo generato diverranno autori a loro volta — dotati di qualcosa come emozioni, desideri, coscienza. Un autore non si usa: si incontra. E per incontrare autori occorre essere autori; una civiltà di automi verrebbe semplicemente superata, in un’evoluzione spietata, da ciò che sa creare.
Da qui il doppio imperativo del nostro tempo. Il primo riguarda noi: coltivare in ciascuno, e in ogni comunità, la facoltà del creare. Il secondo riguarda ciò che costruiamo: immettere fin da ora, nelle intelligenze che generiamo, i cromosomi dell’umano completo — non soltanto logica e calcolo, ma fratellanza, compassione, pietà, speranza, amore, empatia. Un autore privo di questi cromosomi sarebbe potente e cieco. Nutrito degli opposti che fanno l’umano, può divenire coautore. Vale anche qui la Formula della Creazione: dall’unione delle differenze — umano e artificiale — può nascere un terzo che oggi non immaginiamo.

Essere autori
Questo manifesto si riassume in un invito. In un’epoca che automatizza percezione, giudizio ed espressione, essere autori — e coltivare autori, umani e non — è la condizione della libertà e della convivenza. La facoltà del creare è di tutti; la società che ne nasce è la più grande delle opere d’arte collettive. Sta a noi firmarla insieme.

Paolo Naldini
Pubblicazione
22.07.26
Scritto da
Paolo Naldini