Cosa possiamo
aiutarti a trovare?
Ricerche suggerite
Cittadellarte allo specchio #27 – Anna Dechirico e la Fondazione: un cuore che pompa senza sosta
Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 27esima puntata la protagonista è Anna Dechirico, responsabile amministrativo di Cittadellarte. De Chirico si sofferma sulla trasformazione sociale e sulla necessità di coltivare resilienza e responsabilità, esaminando il ruolo dell’arte di fronte alle crisi del presente, all’intelligenza artificiale e all’indifferenza. Rivela inoltre l'impatto che l’esperienza in Fondazione sta avendo su di lei: "Lavoro da sempre con i numeri, che amo, e oggi ho la fortuna di poter dire senza remore che 1+1=3".
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa 27esima puntata i riflettori sono puntati su Anna Dechirico, responsabile amministrativo di Cittadellarte. Nata con il "pallino" dei numeri, dell'astronomia, della mitologia e della scienza, "amo Leonardo da Vinci, Galileo e tutto quello - ha affermato - che è espressione della genialità umana, ma anche il mare, il cioccolato, il profumo delle spezie e delle erbe, l'orologio astronomico di Praga, l'alba e il tramonto, i fiori e le piante. Con i numeri, che in molti ritengono freddi e sterili ma che in realtà sono alla base di ogni elemento fisico e non, cerco di dare il mio contributo affinché mia figlia possa guardare ancora con fiducia al mondo e al futuro".
È proprio a partire da questo incontro tra numeri e creatività, rigore e immaginazione, competenze amministrative e visione sociale che si sviluppa il dialogo. De Chirico racconta il suo ingresso nella Fondazione e il modo in cui Cittadellarte sta modificando il suo sguardo, soffermandosi sulla trasformazione come processo necessario e sulla resilienza come capacità di attraversare gli urti del presente senza smettere di crescere. Un percorso che arriva infine a una metafora: quella di Cittadellarte come un organismo vivente, nel quale il cuore rappresenta la parte più matura e continua a "pompare senza sosta".
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Non solo ha senso, ma è fondamentale non abbandonare il concetto e la strada intrapresi. La nostra storia è un susseguirsi continuo e concatenato di trasformazioni. Il giorno in cui smetteremo di cambiare non saremo più esseri umani. Ma oggi, certamente, al termine "trasformazione sociale" responsabile deve essere affiancato il termine "resilienza" nella sua definizione più pura e cioè la capacità di un sistema, di un materiale o di una persona di resistere a un urto, a uno stress o a un evento traumatico senza rompersi, riorganizzandosi e tornando al proprio equilibrio o addirittura crescendo. Non è sicuramente un momento semplice e pare facile parlare di resilienza, sulla carta, quando intorno a noi il mondo si incupisce. Occorrono forza, impegno, competenze e forse anche quel pizzico di sana follia dei sognatori, ma, come diceva Nelson Mandela, “il vincitore” è un sognatore che non si è mai arreso.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Preferisco usare la parola "opportunità" anziché "rischio". Sono entrata a far parte della Fondazione da pochi mesi e pur avendo letto molto sulla sua storia e sui progetti, esserci dentro è tutt’altra cosa. È sentirne le vibrazioni, le emozioni, la voglia di comunicare utilizzando l’arte come strumento di apertura e condivisione, come supporto per raggiungere pensieri e culture lontani e diversi, per nutrirsi, arricchirsi, mutare e diffondersi alla stregua di una pianta rampicante che riesce a insinuarsi e arrampicarsi anche sui muri più impervi, ma sempre nel rispetto delle singole identità.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Senza innovazione non saremmo quelli che siamo oggi....meglio? Peggio? Chi può dirlo, certamente diversi. Non credo si possa essere certi che restare fermi sia garanzia di maggiore sicurezza e tranquillità. La storia ci insegna che le energie investite per arrestare i processi sono inevitabilmente inutili. Il nostro impegno deve essere quello di mantenere viva e proficua l’azione umana, arricchendo i processi con quella intelligenza emotiva che a oggi nessun algoritmo può ancora sostituire al fine di renderli strumenti e non attori attivi. E gli strumenti, si sa, rappresentano l’operato di chi li gestisce. Da qui la necessità di perseverare nell’educazione alla responsabilità sociale affinché intelligenza artificiale e automazione possano essere al servizio di una umanità sempre più evoluta e consapevole.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Non posso che iniziare dalla convinzione che lascio sicuramente nel passato. Lavoro da sempre con i numeri, che amo, e oggi ho la fortuna di poter dire senza remore che 1+1=3...un gran passo in avanti! Più complessa al momento la valutazione su cosa ho disimparato nel tempo trascorso, un tempo ancora breve nel quale ho cercato di assorbire, che ora inizio a metabolizzare e che domani mi potrà permettere di disimparare.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Direi che la fragilità potrebbe stare nell’apparato circolatorio: a oggi il “flusso sanguigno” dell’informazione non sempre raggiunge correttamente tutte le parti dell’organismo, comprese le zone periferiche che ne necessiterebbero per un movimento complessivo più armonico. Nulla che non si possa correggere con un po’ di allenamento costante, anche perché la parte più matura è proprio il cuore con il suo pompare senza sosta.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza è un’emozione subdola, che ti entra dentro silente e di cui non ti accorgi più. Sarebbe bellissimo poterla condannare ma, ahimè, mi rendo conto di esserne io stessa soggiogata a tratti. A volte per paura, a volte per stanchezza, a volte ancora per sopravvivenza psicologica. No non la distruggerei come lo specchio, anzi, se una speranza di rifuggerla c’è è proprio quella di averla chiara e potente riflessa nella nostra stessa immagine.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Lavoriamo per far si che l’arte sia messaggio di comunicazione diffusa e come tale può assumersi la responsabilità di restituire alle tragedie una dimensione più umana senza dimenticare che è essa stessa rappresentazione di un pensiero e di una emotività di singoli. Per questo la responsabilità deve essere condivisa. L’arte può certamente essere spinta e spunto di riflessione, ma ognuno ha il compito di fare la sua parte. Come si diceva prima gli strumenti sono l’operato di chi li gestisce, vale anche per la comunicazione mediatica. L’importante non è lo strumento in sé, anche se in questo caso la salvaguardia della dignità umana dovrebbe essere valore fondante, ma lo scopo che l’utilizzo vuole raggiungere.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
È inevitabile portarsi a casa l'arricchente sensazione di aver apportato un piccolo contributo in quel complesso universo di idee, rispetto, pace, bellezza, condivisione che è Cittadellarte.