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Il diritto al cibo: dall’utopia alla responsabilità istituzionale
Quando difendere il diritto al cibo significa anche esigere agli Stati di rispettarlo altrove: riportiamo l'intervento integrale di Tomaso Ferrando, professore associato all’Università di Anversa Facoltà di Legge, in relazione alla sua partecipazione all'incontro “Good Food for All: mobilitare l’Europa per un’alimentazione sostenibile e accessibile”, tenutosi sabato 27 settembre al Museo del Risorgimento di Torino, nell’ambito di "Terra Madre Salone del Gusto 2026". "Il diritto al cibo - ha affermato - comincia dal piatto, ma non finisce lì".
So che molto probabilmente sto parlando a chi è già convertito. Ma spero comunque, nei pochi minuti a disposizione, di poter allargare un po’ il nostro spazio di riflessione e, magari, alimentare quella fiammella di speranza e di desiderio di cambiamento che ci ha portato qui oggi.
Vorrei cominciare con tre domande alle quali vi prego di rispondere alzando la mano. Quanti di voi ritengono che avere accesso, sempre, a un cibo adeguato dal punto di vista nutrizionale sia un diritto di ogni persona al mondo? Che vivere in una condizione di sicurezza alimentare, lontani dalla fame e da diete inadeguate e pericolose, sia un diritto? Quanti pensano che questo diritto debba valere anche per chi non ha i mezzi economici per acquistare quel cibo, o non dispone della terra e delle risorse necessarie per produrlo? E quanti pensano che tutto questo abbia a che fare, prima ancora che con il cibo, con la dignità umana? Con l’idea che mangiare e condividere un pasto siano elementi centrali di una società fondata sulla cura, sulla condivisione, sul rispetto e sull’altruismo?
Bene. Viste le risposte, direi che da questo lato del tavolo ci sentiamo un po’ meno soli.
In secondo luogo, spero che abbiate tutte e tutti firmato l’Iniziativa Europea sul diritto al cibo. Ma vorrei anche rassicurarvi su una cosa, visti i tempi che corrono e le accuse che vengono sollevate a chi vuole cambiare il mondo ("chi semina utopia", come diceva Petrini). La visione che condividiamo non è soltanto un’ambizione o una speranza. Non è un proclama politico fondato sull’empatia, sulla morale o sull’etica. Non è una battaglia militante. È un diritto riconosciuto internazionalmente.
Già nel 1948, l’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani affermava che "ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari".
Più vicino a noi, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo del 1953 – anche se non riconosce esplicitamente un diritto autonomo al cibo – pone altre tutele fondamentali e strettamente connesse. Il suo articolo 3 vieta in modo assoluto la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. Questo, ci ricorda la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, assume particolare importanza, per esempio, per le persone sottoposte alla custodia dello Stato, incluse le persone migranti detenute. Inoltre, la stessa Corte Europea ha anche ricordato che l’accesso ad un cibo adeguato è strettamente connesso con l’articolo 8, ossia con il diritto alla vita privata.
A livello di diritto internazionale, il riconoscimento più esplicito del diritto al cibo arriva nel 1966 con il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che l’Italia ha ratificato con la Legge 881 del 25 ottobre 1977. All’articolo 11, primo comma, gli Stati riconoscono "il diritto di ogni individuo ad un livello di vita adeguato per sé e per la sua famiglia, che includa alimentazione, vestiario ed alloggio adeguati, nonché al miglioramento continuo delle proprie condizioni di vita". Gli stessi stati membri si impegnano a prendere misure appropriate per assicurarne la realizzazione. Il secondo comma è ancora più netto: gli Stati riconoscono "il diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame". Nell’interpretazione della Convenzione, il diritto al cibo esiste quando ogni persona, individualmente o insieme ad altri, ha in ogni momento accesso fisico ed economico a un’alimentazione adeguata o ai mezzi necessari per procurarsela. Altri strumenti internazionali, dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia alla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, contribuiscono ulteriormente a costruire questa protezione.
Questo significa una cosa molto semplice. Quando chiediamo politiche pubbliche, leggi e interventi che garantiscano a tutte e tutti di mangiare in modo adeguato e con dignità, non stiamo chiedendo carità. Stiamo chiedendo alle istituzioni di rispettare, proteggere e realizzare un diritto che è presente sulla carta e che è collegato ad elementi fondamentali della vita. Questo vale per la Commissione Europea e dal Parlamento Europeo, ma anche per gli Stati, le Regioni, che hanno un ruolo centrale anche nella gestione dei fondi della Politica Agricola Comune, e le città.
E questo cambia radicalmente il modo in cui guardiamo al problema. Come esseri umani, cittadini o no – perché i diritti fondamentali non possono dipendere da un permesso amministrativo – abbiamo il diritto di chiedere. Di esigere. Di pretendere un cambiamento. E le amministrazioni pubbliche hanno il dovere di fare tutto quanto possibile per adempiere. La fame, l’insicurezza alimentare e l’impossibilità di nutrirsi adeguatamente non dovrebbero avere posto nella nostra società non perché siamo dei rivoluzionari, ma perché gli Stati hanno assunto l’impegno di eliminarle. Questo dovrebbe darci speranza.
Eppure sappiamo che tra il riconoscimento di un diritto e la sua realizzazione esiste un abisso. Non basta una Convenzione contro il genocidio per impedire un genocidio. Lo vediamo oggi a Gaza, dove nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso e continuano a commettere genocidio contro i Palestinesi della Striscia di Gaza, usando il cibo come un’arma di annichilimento. Non basta una Convenzione Europea per garantire automaticamente i diritti e la dignità delle persone migranti che entrano in Europa alla ricerca di condizioni di vita migliori, anche se la Corte Europea continua a pronunciarsi in tal senso. E non basta neppure riconoscere espressamente il diritto al cibo perché scompaiano la fame, la povertà alimentare o l’impossibilità di alimentarsi in maniera sana e adeguata.
Non dobbiamo neppure andare molto lontano per vederlo. La Lombardia dispone addirittura, dal 2015, di una legge intitolata "Legge di riconoscimento, tutela e promozione del diritto al cibo". La legge regionale n. 34 riconosce "il diritto universale di accedere a una quantità sufficiente di cibo sicuro, sano e nutriente come diritto umano fondamentale per tutti gli individui". Sono parole straordinariamente avanzate. Eppure, a più di dieci anni di distanza, il salto dal riconoscimento formale alla piena realizzazione del diritto resta ancora da compiere. La Regione continua a intervenire, ma persino le iniziative approvate per il periodo 2025-2027 rimangono fortemente concentrate sul recupero e sulla redistribuzione delle eccedenze alimentari, invece che sulla costruzione di un sistema alimentare fondato sui diritti.
Ed è proprio questo il punto. I diritti non sono concessioni benevole degli Stati. Sono vittorie politiche e sociali. E una volta scritti sulla carta devono essere continuamente difesi e trasformati in realtà. È esattamente qui che si colloca la campagna per l’ECI (Iniziativa Legislativa Europea). Non si chiede di inventare un diritto che ancora non esiste. Si chiede di prendere sul serio un diritto che esiste già. Significa chiedere politiche capaci di debellare fame e insicurezza alimentare. Significa mense scolastiche adeguate, protezione sociale e lotta alla povertà ed alla diseguaglianza, accesso economico al cibo sano e culturalmente adeguato. Significa interrogarsi anche sulle regole amministrative, agricole e commerciali che rendono più semplice ed economico produrre e commercializzare determinati prodotti, compresi quelli ultraprocessati, nonostante l’impatto sulla salute. E significa soprattutto rifiutare l’idea che garantire l’accesso al cibo sano e adeguato sia un compito da delegare ai banchi alimentari e alle organizzazioni private. La loro attività è fondamentale. Ma la solidarietà non può sostituire il diritto, ed il diritto non può essere dipendente dalla volontà individuale e dalla generosità.
Già così, il diritto al cibo rivela il suo potenziale trasformativo. Eppure il diritto al cibo è ancora molto di più. Perché il diritto al cibo non riguarda soltanto chi mangia. Riguarda anche come quel cibo arriva sulla nostra tavola e che impatto ha sul mondo che ci circonda. Come ben sapete, produzione, distribuzione e consumo del cibo sono indissolubilmente legati alle dinamiche ecologiche ed al mondo del lavoro. Cibo significa biodiversità, come ci ricorda molto bene Terra Madre quest’anno. Significa cambiamento climatico, consumo di suolo e deforestazione. Ma cibo significa anche lavoratori e lavoratrici. In agricoltura. Negli allevamenti e nei macelli. Nelle imprese di trasformazione. Nelle imprese dove centinaia di lavoratori passano ore ed ore a temperature di poco sopra lo zero per assemblare le insalate e i panini pronti che troviamo al supermercato. Lavoro nella logistica e nella distribuzione. Il lavoro dei rider che attraversano le nostre città. Dietro ogni nostro pasto ci sono terra, acqua, biodiversità, lavoro e persone. Ed il diritto al cibo parla anche di loro.
Non lo dicono soltanto gli accademici o gli attivisti. Lo ha chiarito nel 1999 il Comitato ONU per i diritti economici, sociali e culturali nel suo Commento generale n. 12, collegando il diritto al cibo alla sostenibilità, e quindi alla possibilità di garantire l’accesso al cibo non soltanto alle generazioni presenti, ma anche a quelle future. Lo ribadiscono anche le Linee guida FAO sulla realizzazione progressiva del diritto al cibo. La Linea guida 8 collega la sua realizzazione alle condizioni di lavoro degne, all’accesso alle risorse ed ai beni necessari per produrre e procurarsi il cibo, includendo terra, acqua e risorse genetiche. Lo dicono le convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e anni di report da parte dei relatori speciali delle Nazioni Unite sul diritto al cibo. Non possiamo quindi accettare che garantire il diritto al cibo distrugga le condizioni che renderanno possibile produrre cibo domani. Né a discapito dei diritti di chi rende il cibo possibile. Pertanto, richiedere il rispetto del diritto al cibo significa unire le nostre forze con quelle di chi chiede che i diritti di oggi non siano ottenuti a discapito delle generazioni future. Significa difendere la biodiversità, il suolo, l’acqua e il clima. E significa sostenere le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, dal campo fino ai rider delle nostre città.
Infine, c’è un’ultima dimensione che considero essenziale. In un mondo di catene globali e tensioni geopolitiche, il diritto al cibo ci ricorda che gli obblighi internazionali non finiscono alla frontiera. Ciò che uno stato o un’organizzazione come l’Unione Europea decidono, può incidere sull’accesso alla terra, all’acqua e al cibo di persone che vivono a migliaia di chilometri da noi. Il diritto al cibo richiede quindi anche di interrogarci sulle conseguenze delle sanzioni economiche, delle politiche commerciali, degli accordi internazionali e dell’azione delle nostre imprese. Pensiamo a Cuba, dove le misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti incidono sull’accesso della popolazione a cibo, carburante, medicinali e altri beni essenziali. O pensiamo, ancora una volta, a Gaza, dove la Commissione internazionale d’inchiesta ha incluso tra gli elementi della propria analisi l’imposizione della fame e di condizioni di vita inumane alla popolazione palestinese. O ancora all’impatto della Politica Agricola Comune sulla facilità per prodotti europei di essere commercializzati nel Sud Mondiale, come il latte in polvere, o degli Accordi di libero commercio di minare il diritto al cibo di intere popolazioni o di deteriorare le condizioni di agricoltori e lavoratrici del sistema agro-alimentare. O a che cosa significa quando imprese italiane o europee ottengono decine di migliaia di ettari di terra in concessione in paesi africani per produrre beni da esportare o crediti di carbone. O quando ricevono incentivi per promuovere l’estrazione di minerali cosiddetti strategici a discapito di usi agricoli e dei mercati territoriali.
Questo ci ricorda che difendere il diritto al cibo significa anche esigere agli Stati di rispettare il diritto al cibo altrove. Ed è forse questo il messaggio con cui vorrei lasciarvi. Il diritto al cibo comincia dal piatto, ma non finisce lì. Parla di fame e di povertà. Ma parla anche di lavoro. Di terra. Di acqua. Di biodiversità. Di clima. Di migrazioni. Di commercio. Di giustizia socio-ambientale. E, soprattutto, parla di rimettere al centro i diritti e la collaborazione piuttosto che gli utili e la competitività. Per una società nella quale mangiare adeguatamente non dipenda dal reddito, dal passaporto o dalla generosità di qualcun altro. Per una società nella quale produrre il cibo non significhi sacrificare né chi lavora né l’ambiente. Per una società nella quale il diritto di mangiare oggi non venga garantito distruggendo la possibilità di mangiare domani. Per questo la lotta per il diritto al cibo non è solo di chi si occupa di cibo. E se il diritto esiste già sulla carta, il prossimo passo è fare in modo che esista anche nella vita di tutti i giorni.