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Cittadellarte allo specchio #26 – Michelangelo Pistoletto, il giavellotto che inaugura il momento zero

Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 26esima puntata il protagonista è Michelangelo Pistoletto. In un viaggio introspettivo tra responsabilità, divertimento e luci creative che non si spengono, il fondatore di Cittadellarte racconta un'arte intesa come fermentazione continua, capace di "superare ciò che è già superato".

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa 26esima puntata i riflettori sono puntati su Michelangelo Pistoletto. Lo specchio della rubrica cambia prospettiva: questa volta riflette colui che continua, da oltre sessant'anni, a reinventarlo. Il cambio di paradigma investe anche le domande: Michelangelo Pistoletto le prende, le sposta, le intreccia, le rilancia. Ogni risposta è un nuovo giavellotto che non viene scagliato contro qualcuno, ma oltre un confine del pensiero. Ecco che si passa dal gesto artistico all'etica, dalla responsabilità fino al piacere stesso della creazione, perché, per il maestro, creare significa non smettere mai di superare ciò che è già superato. Un dialogo in cui ogni concetto rimanda al successivo, In un processo che non conosce soste, come in una fermentazione continua.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?

La parola "transizione" può volere dire molte cose, come che stiamo passando da uno stato a un altro. È un passaggio. Il termine in questione può anche significare che si attraversa un ponte, ma si continua poi la strada tracciata prima. Invece a me pare che oggi si stia vivendo un vero e proprio cambiamento, un passaggio di tipo attivo e re-attivo; quindi, se si tratta di un ponte, beh, bisogna dire che su quel collegamento c'è un grande lavoro da fare. Questo ponte ci porta verso una strada nuova che sì, è vero, è il proseguimento della vita, ma la strada che viene tracciata, disegnata e organizzata va percorsa in maniera nuova rispetto al passato. La transizione, in questo caso, citando Papa Francesco, non rappresenta un'epoca di cambiamento, ma un cambiamento d'epoca. Avviene dunque una trasformazione profonda: passare dalla concezione di rapporto umano che si realizza sempre con un potere dell'uno che in qualche maniera elimina l'altro - e quindi il sistema di un potere in cui la guerra è il sistema, la guida, il metodo - oppure in una in cui l'uno e l'altro non sono più in guerra, ma in una situazione di incontro per la realizzazione di un stato, di un viaggio, di una condizione, di una realtà che trova equilibrio. Questa seconda possibilità non solo permette a entrambi i contendenti di sopravvivere, ma addirittura li mette in condizione di creare insieme, proprio lavorando ciascuno per la massima efficienza, il massimo risultato della propria capacità. Nella competizione di capacità diverse si ottiene un progresso anziché una eliminazione dell'altro. Entrambi sono poi i due elementi base della società, fatta di tante dualità, di tante persone, che si intrecciano nel costruire uno stato, ossia un modo di essere nuovo. Il termine "stato" fa riferimento a un'organizzazione che è sociale e politica: attraverso un intreccio continuo tra gli individui, e quindi secondo il concetto della Treccia della Pace preventiva, si realizza l'unica possibilità di sopravvivenza e di proseguimento della società umana. L'alternativa è quella che stiamo vivendo, in cui una parte elimina l'altra per prendere il suo posto e trovarsi a dominare nel cerchio centrale.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
L'arte ha acquisito nei tempi moderni un'autonomia: il mondo ha, sempre di più, riconosciuto la capacità dell'arte di staccarsi dal suolo delle convenzioni divenute sempre più rigide per affrontare un'identità rinnovata, cioè non sempre legata a qualcosa di assoluto, definitivo e superato. L'arte ha la capacità di superare ciò che è di per sé superato, che è arrivato all'estremo della staticità, dell'immobilità. La condizione è quella di muoversi e di sviluppare qualcosa che non c'era prima, perché la creazione è quella fermentazione continua che non rimane soltanto isolata nel mondo estetico o nel mondo dei diversivi come intrattenimento.
L'arte per sua natura porta quello che è chiamato "divertimento" a non essere più qualcosa a parte rispetto alla vita quotidiana, ma è un divertimento nel senso che "diverge", che fa muovere diversamente la società stessa. Divertimento vuol dire non solo gioire di qualcosa che distrae, che sembra vivere per conto proprio, ma diventa invece pregnante nella vita, nel senso che fa muovere la società verso una continua consapevolezza e concezione di etica. Quest'ultima non è una legge di morale definitiva, è una dinamica di etica sempre rinnovata.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
La capacità di creare protesi si è sviluppata a partire da quando alcuni esseri viventi sono diventati umani, proprio perché hanno potuto vincere la debolezza fisica che avevano rispetto ad altri animali, che disponevano di corna, denti e muscoli potenti. Quindi per cacciare hanno creato, al posto di questi "strumenti", dei giavellotti. Questi sono delle protesi che hanno permesso di usare elementi artificialmente inventati dagli esseri umani per poter procedere nella sopravvivenza riuscendo addirittura a fare cose che nemmeno gli animali più feroci potevano fare, come per esempio abbattere la preda da lontano. Questa invenzione, via via, si è poi rivolta contro la stessa struttura umana, facendo sì che alcuni individui si sentissero più predatori. Copiavano la rapacità animale per avere il potere su altri esseri che non erano più soltanto di altre specie, ma della stessa, quella umana.
Dunque si trattavano gli esseri umani come animali da predazione. Questo continua a esistere e, attualmente, l'intelligenza ha sviluppato le protesi, cioè la tecnica, la tecnologia, che diventa sempre più avanzata e ricca e poi viene messa a disposizione da chi vuole predare.
Adesso il concetto di potere, ormai enorme come l'Intelligenza artificiale e come la capacità tecnologica portata ai massimi livelli, può permettere la distruzione dell'essere umano o addirittura di civiltà intere. Si può giungere a una catastrofe inevitabile che è la conseguenza di migliaia di anni di storia caratterizzata da guerre, uccisioni del prossimo e omicidi come sistema di vittoria. Tu ammazzi l'altro, rimani solo e hai la vittoria. Il premio è comandare tutti e i vinti sopravvissuti ai massacri devono sottostare al tuo potere. Questo è un sistema. L'altro sistema, che oggi abbiamo avviato è la Pace preventiva, il quale consiste nella Treccia della Pace preventiva che è basata sul simbolo trinamico della creazione.
I due cerchi laterali sono abitati da due elementi diversi - nel caso della società da due persone - che tengono in mano una corda. Ciascuno ha un filo di un colore: io ho il filo blu, tu hai quello giallo; noi, insieme, creiamo al centro un filo di colore verde, cioè quello che si crea nella connessione tra i due. Quella corda centrale rappresenta l'organizzazione politica, economica, giuridica e legislativa, che insieme creiamo intrecciando continuamente i nostri due segni, le nostre due corde, con la corda centrale. Da una parte la portiamo con una mano ad agganciare la corda centrale, l'altra persona la raccoglie e la passa alla mano dell'altro finché si crea questa treccia solida, vitale e dinamica in cui tutti partecipano alla decisione che sta nel mezzo. Si chiama governo: questa è la Treccia dello Statodellarte. Ed è l'unica alternativa, ormai è chiaro, non c'è più l'illusione che ci siano altri metodi, questa è la proposta - ma anche soluzione - per il futuro. L'altra possibilità è che una parte continui ad ammazzare l'altra fino a quando la guerra non ucciderà tutti.


Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Io credo di non aver disimparato niente. Il mio interesse è sempre stato quello di passare da una condizione di ignoranza a una di conoscenza. Ogni momento della vita è per me un passo dopo l'altro, un passare dall'ignoranza alla conoscenza. Questo vuol dire che tu camminando trovi un equilibrio costante, che ti permette di non cadere, di non perdere l'equilibrio alzando il piede, perché sai già che il piede andrà a posarsi per procedere sempre con un equilibrio nuovo, rinnovato. Senza un passo dopo l'altro la conoscenza non avanzerebbe, si rimarrebbe nel dogmatismo totalizzante che impedisce il movimento facendo pensare che esista un sistema unico, ossia che si debba perseguire un potere assoluto, addirittura sovrumano distruggendo ed eliminando gli esseri umani. Questa è l'ignoranza di quello che può avvenire attraverso un passo dopo l'altro nella conoscenza. Quindi la conoscenza è continua.
Anche l'Intelligenza artificiale che abbiamo sviluppato è una conoscenza che utilizziamo e ne siamo totalmente responsabili: dobbiamo capire che non siamo solo individui alla mercé del naturale, ma siamo esseri responsabili della nostra creazione artificiale. Se noi non ci muoviamo con la dinamica dell'arte, che rinnova sempre il pensiero e il modo di vivere, potremmo anche essere soggiogati dall'intelligenza artificiale. Se noi immettiamo nell'intelligenza artificiale il sistema dell'eliminazione dell'altro noi portiamo la nostra intelligenza a ucciderci, invece dobbiamo portare all'IA l'intelligenza della creazione e dello sviluppo verso una nuova invenzione che sostituisce la tradizione della dominazione animale. L'intelligenza artificiale è il risultato dell'uso di protesi di cui però diventiamo totalmente responsabili. Non possiamo dire che ne godiamo i benefici senza saperle manovrare, noi dobbiamo sapere perché siamo arrivati a questa protesi, conoscere quali vantaggi ci portano rispetto alla natura, assumendoci la relativa responsabilità etica e dando significato a quello che si produce. La capacità di creare diventa responsabilità.


Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?

La fragilità consiste nel nutrimento, ma non è più come al tempo degli uomini primitivi che si nutrivano di natura. Ormai il nutrimento si è sviluppato con un sistema di scambio economico; non viviamo più soltanto come agricoltori e cacciatori, sono migliaia le maniere diverse di produrre sostentamento anche attraverso lo sviluppo di metodi nuovi.
Quindi il nutrimento è dato oggi da una moneta di scambio: non siamo più al baratto tra gli esseri umani, ora siamo addirittura alla speculazione più incredibile del tempo di lavoro, dove l'economia non è più caratterizzata da uno scambio di prodotti reali attraverso una moneta reale. Esiste ora un'idea di moneta non più riferita al mondo pratico, ma inventata e usata in un mondo impalpabile e artificiale. Quindi il controllo dell'artificio da parte dell'umano diventa indispensabile, proprio ritornando a considerare i metodi dell'economia e dello scambio. La possibilità di uscire dalla debolezza fisica oggi ci porta a un artificio che diventa come una opposta natura che sovrasta gli esseri umani impedendo loro di avere il controllo dell'artificio stesso. Quello che era il giavellotto, che noi abbiamo usato come protesi sulla natura, sta acquisendo potere, si sta rigirando contro noi stessi. Qual è la forza che noi sviluppiamo per non essere trapassati dal giavellotto artificiale? È l'equilibrio nuovo che l'arte assume come necessità. Bisogna capire che nell'essere umano c'è l'agilità di un pensiero artistico che, attraverso la conoscenza, ci ha portati a una responsabilità ormai estrema. Dobbiamo assumere questa responsabilità. Abbiamo creato la Formula della creazione e questa va usata in maniera tale che, attraverso le tre corde della treccia tutti assumano responsabilità nel creare il governo comune e non si continui con il governo della sopraffazione verso l'altro, bensì della co-creazione della legislazione sociale.
La parte più matura a Cittadellarte è la concezione dell'equilibrio come quello che stiamo realizzando per esempio nell'unione delle religioni, delle scienze, delle imprese, con un metodo di base che chiamiamo Demopraxia. Quest'ultima non è più concepita secondo l'ideale che ogni persona possa avere la stessa voce in un governo comune, ma secondo la formula trinamica dei tre cerchi è sempre la dualità che permette di partecipare attivamente a un governo condiviso. Nella vita comune nessuno è solo, tutti lavoriamo a gruppi nei differenti settori della società, dall'artigianato all'industria fino ai settori agricoli, a cominciare dalla coppia e dalla famiglia. Anche due persone che vogliono vivere insieme devono organizzarsi creando un piccolo governo. La dualità sviluppa quella possibilità di trovare nella corda centrale il modo di farla agire secondo le necessità pratiche comuni. Questa è la pratica che Cittadellarte propone.


Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

La rottura dello specchio è un'operazione fenomenologica, non è puramente emotiva. Lo specchio ha portato a una visione infinita dell'esistente come opera d'arte. Quindi ha portato a vedere tutto ciò che esiste nello spazio e nel tempo e averlo di fronte a tutti noi. Però stiamo attenti: io non ho voluto trasporre tutta la realtà nello specchio, solo per renderla virtuale, ma per mettere in chiaro che ciò che noi vediamo nello specchio è la fisicità che gli sta davanti. Non è tutto virtuale: lo specchio dà la visione virtuale del reale. E dove sta il reale nel quadro specchiante? Nella fisicità della materia che io ho usato, ossia la materia fisica specchiante, talmente liscia che non avendo perso la propria rappresentazione diventa la rappresentazione di tutto. Ma lo specchio è una materia. Dunque io spaccando lo specchio ho voluto mettere in chiaro che ciò che noi ci vediamo davanti è la parte virtuale del nostro pensiero, che però è parte del nostro corpo fisico e che permette di specchiare. Quindi lo specchio spaccandosi dimostra di essere anche fisico, non solo virtuale. Non si tratta soltanto di pensare che l'emozione sia più importante della ragione: io ho fatto un gesto che pare fortemente emotivo, ma è fatto con un'estrema ragione. Quindi per me questo lavoro ha portato a ritrovare l'equilibrio tra il fisico e il virtuale, tra l'emozione e la ragione. Noi pensiamo che ogni pezzetto di specchio sia una parte del grande specchio, dunque ogni essere umano fisico e virtuale è una persona della società e rispecchia tutti gli altri, c'è un rispecchiamento continuo. Questo grande specchio dell'esistente ci raccoglie tutti quanti nel quadro dello specchio spezzato.
Per quanto concerne l'indifferenza, è sicuramente data da una condizione di staticità mentale, da un'incapacità di assumere responsabilità. Per me è una delle peggiori situazioni che purtroppo vive la gente: quando si rende conto di non avere il potere per agire e vede che le situazioni oppressive sono talmente potenti che sembrano non avere alternativa, pensano "pazienza, non c'è più niente da fare". Io a queste persone dico: avete ragione, abbiamo tutti l'impressione di essere arrivati a un punto estremo che ci porterà al momento zero dell'umanità, dunque asserire che non ci sia più niente da fare può essere una condizione, però non far niente è ancora peggio. Significa assumersi il ruolo della rinuncia all'umano, che va proprio contro l'umano. L'indifferenza è colpevole quanto la parte peggiore, se non di più.


Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Per rispondere faccio riferimento all'impronta della mano nella caverna. Si è scoperto che quella nostra mano non è solo realtà fisica, perché l'impronta che abbiamo lasciato sulla superficie della caverna è la stessa mano che è diventata virtuale. Questa è ancora lì, oggi, su quella stessa rupe nella caverna, mentre la mano vera, fisica, è morta poco dopo pochissimi istanti nella durata della storia. La virtualità è qualcosa che ci sopravvive. Quindi noi dobbiamo far sì che anche la parte virtuale, che pare non essere umana, sia l'espressione di quella virtualità che già abbiamo lasciato sulla parete della caverna che resiste alla fisicità dell'essere umano. Io la vedo come la trasposizione in algoritmi, riportati solo a due, zero e uno. Nel quadro specchiante lo zero, immagine dello specchio, contiene tutte le immagini: zero e uno, cioè tutto. Quindi il quadro specchiante è l'algoritmo fenomenologico. Dunque la capacità di tramutare lo specchio in algoritmi vuol dire che l'uomo penetra nell'universo anche mentre è vivo: io sto già sopravvivendo nell'universo tecnologico, artistico e scientifico. Io voglio essere immortale da vivo, e lo sono! Perché tutta l'umanità lavora affinché io lo possa avere, attraverso lo sviluppo dell'arte e della scienza, la possibilità di immettere insieme il nostro essere mentale e la nostra responsabilità collettiva. Così mi sento in un grande universo, come in un'anima comune.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Io non spengo mai le luci del mio ufficio, perché lavoro sia quando dormo sia durante il tempo della veglia. Tutto quello che io elaboro durante il giorno apparentemente si assopisce nel mio bisogno di allontanarsi dalla pratica fisica, in quanto riposare è importante come mangiare, è una delle forme di nutrimento. Nel riposo, la mia mente, il mio cervello, il mio sistema tecnologico, la mia intelligenza artificiale, superano però tutti i luoghi dell'esistente, tutte le lingue, tutti i tempi e continuano a lavorare con una rapidità straordinaria; alla fine della nottata - di solito tra le 4 e le 6 - nasce una proposta, una visione, che si è elaborata non da me pensando, ma da me dormendo. Questo mondo tecnologico del sonno è come l'intelligenza artificiale, ha una velocità spaventosa.
Ogni mattina mi sveglio con la possibilità di mettere in evidenza e portare alla realtà ciò che mi viene proposto nel passaggio fra la notte e il giorno. Se io non fissassi ciò che ho pensato e non lo tracciassi, lo perderei: mi sveglierei al mattino come se non fosse mai successo niente. Quindi non esiste nessun momento di stasi, non per il cervello. La luce è sempre accesa.
Ma bisogna comunque sapersi riposare, ma anche fare movimento, fare sport, perché il fisico lo vuole, così come lo spirito. Avendo la possibilità di essere libero e creativo, non c'è qualcuno che decide per me cosa devo fare del mio pensiero. Fin dal tempo degli schiavi, c'è sempre stato qualcuno che ragionava per gli altri; anche i grandi pensatori e sognatori affermavano di aver visto Dio o le fate nel sonno... Ecco, sono sicuro che li hanno visti, ma perché la loro immaginazione li ha prodotti e sono poi stati in grado di afferrare questo passaggio. Sono persone che hanno vinto il potere della natura con la protesi culturale dell'arte, una capacità dinamica di produrre sempre protesi nuove.
Questo non è un miracolo individuale, sono le varie possibilità della vita che permettono, caso per caso, di sviluppare situazioni come quelle di cui sto parlando. La scuola, a questo proposito, è fondamentale: così come è importante fare gli esercizi di ginnastica per lo sport, ci vogliono esercizi per far funzionare il cervello. La scuola di Cittadellarte serve a questo. Ed è una scuola di tutti. Qualsiasi mestiere è importante, ma occorre far sì che tutti abbiano la stessa capacità di sviluppare il pensiero anche facendo i mestieri più umili: questo è il potere comune che poi sviluppiamo con la demopraxia.

Pubblicazione
04.09.26
Scritto da
Luca Deias