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Cittadellarte allo specchio #28 – Francesca Carbone, incantata e respinta dalla inesauribile varietà della vita

Cambiare le parole per aprire nuovi immaginari, imparare a disimparare, abitare la fragilità: la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto vede come nuova protagonista Francesca Carbone, dell'area project management e comunicazione. In questa 28esima puntata osserviamo, con i suoi occhi, il mondo da dentro e da fuori.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa 28esima puntata i riflettori sono puntati su Francesca Carbone, che lavora nell'area del project management e della comunicazione della Fondazione. "Cresciuta a Neive, un piccolo paese delle Langhe, ho potuto osservare e vivere la natura della campagna - ha esordito - riconoscendone i ritmi, i cicli e i continui cambiamenti. Un’osservazione che nel tempo è diventata una forma di ascolto simbiotica, che mi piace tradurre come propensione alla fluidità e al continuo nuovo orientamento". Avvicinandosi all’arte e ai modi attraverso cui l’essere umano interpreta e racconta il mondo, si è laureata in Comunicazione e Valorizzazione del Patrimonio Artistico e Contemporaneo, per poi specializzarsi con un master in Art Gallery Management. Con l’idea di esplorare possibilità alternative di sviluppo territoriale attraverso nuove forme di linguaggi, l’arte e la condivisione, parallelamente agli studi, ha fondato la galleria GART Arte Contemporanea e co-fondato l’associazione culturale LAC, da cui è nato il Langhe Photo Festival. 
Osservando la realtà attraverso lo sguardo degli artisti, si è poi avvicinata a Cittadellarte attraverso la scrittura. "
La Fondazione - ha affermato - è un universo prolifico di idee e pratiche in cui arte, cultura, società e trasformazione si fondono continuamente attraverso formule evolutive, che posso applicare e sperimentare attraverso il mio lavoro nelle aree di Project Management e Comunicazione. Qui posso continuare a sviluppare - ha aggiunto - quella stessa attitudine all’ascolto e all’osservazione: stare dentro le cose e, al tempo stesso, guardarle da fuori per comprenderne le relazioni e immaginarne nuovi orizzonti".
Parlare del presente significa anche imparare a guardarlo da prospettive diverse: dentro e fuori, partecipando e osservando, imparando e disimparando. Così, Francesca Carbone si confronta con le domande della rubrica attraversando trasformazione, responsabilità, tecnologia, arte e fragilità, fino a ritrovare nella meraviglia una possibile forma di orientamento.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Il linguaggio non è neutro, è già una forma di traduzione del pensiero attraverso cui costruiamo un immaginario collettivo che, di conseguenza, orienta anche le pratiche. Influenza profondamente il modo in cui intendiamo, riconosciamo, associamo e immaginiamo collettivamente. E con il tempo, quando una parola viene utilizzata molto, finisce inevitabilmente per sedimentarsi pur assumendo un significato condiviso e socialmente accettato. Ma se nel frattempo cambiano gli scenari sociali, culturali e politici, forse è proprio quel significato che dobbiamo continuare a interrogare per come viene percepito e di cui dobbiamo prenderci cura.
Quindi ha sicuramente senso continuare a parlare di trasformazione sociale responsabile, ma al tempo stesso è importante continuare a interrogarsi sul linguaggio con cui la raccontiamo e la pratichiamo. Cercare parole nuove, è già di per sé un esercizio capace di aprire scenari nuovi, più aderenti al presente e, soprattutto, di alimentare l’innovazione proiettata nelle pratiche.
Penso, per esempio, alla parola “sostenibilità”. Il termine è rimasto lo stesso, ma il significato che gli attribuiamo è cambiato velocemente nel tempo e da solo ormai non basta più. È un esempio di come il significato delle parole non sia immutabile, ma si trasformi insieme alla società.
Quindi anche per Cittadellarte, dopo tanti anni di elaborazione e di pratica attorno a determinati concetti, potrebbe essere interessante compiere questo esercizio: non rinnegare le parole che hanno costruito una visione, ma avere il coraggio di aggiornarle, superarle o trovarne di nuove. Cambiare il lessico può infatti contribuire a generare nuovi immaginari, e nuovi immaginari possono alimentare nuove forme di pensiero e di azione.
In questo senso, ripensare le parole non significherebbe in sé, abbandonare l’idea di trasformazione sociale responsabile, ma continuare a trasformarla a sua volta, rendendola sempre più aderente al presente e permettendo alle pratiche di evolvere di conseguenza. Forse proprio questo può essere un modo per andare oltre: non cambiare direzione, ma continuare a cercare nuovi strumenti per percorrerla.


Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Ritengo che più che a letture imprevedibili, l’arte si esponga a letture inevitabili, e in questo caso, credo che nella prima riga di una di queste la parola che emerga sia "responsabilità". Ed è qui che si intende uno dei valori naturali di Cittadellarte. Di conseguenza non si tratta di “accettare un rischio”, ma di assumere e incarnare ciò per cui la Fondazione vive e opera ogni giorno. 
Soprattutto l’Opera Demopratica avviene e inizia a compiersi in un sistema di relazioni, di confronti con esso, e genera nuove possibilità di dialogo e di trasformazione. Le letture che ne derivano non sono necessariamente qualcosa da controllare o prevedere, ma una parte stessa del processo.
Quando la visione è autentica e condivisa, il rischio viene assunto a priori. E forse, proprio per questo, non viene percepito come tale: diventa parte necessaria del processo di quella “trasformazione sociale responsabile” di cui parlavo prima. Trasformando entriamo naturalmente in relazione con ciò che non è controllabile completamente, ed è per questo che ci assumiamo la responsabilità di ciò che scegliamo di poter generare.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Secondo me, può significare educare alla cura dell’identità e alla consapevolezza di questa nell'interazione con le altre, in una visione d’insieme: mantenere al centro ciò che ciascuno è, senza intendere l’individualità come qualcosa di isolato o prevalente, ma come parte integrante e generativa di un sistema.
La questione di fondo non è nuova nella storia: cambiano gli strumenti e le tecnologie, ma ritorna la domanda su come l’essere umano possa mantenere consapevolezza e capacità di agire dentro sistemi sempre più complessi.
Oggi credo che educare alla responsabilità significhi, ancora una volta, non delegare l’umano alla tecnologia - per questo credo che l'autorialità del futuro non sarà meno umana - ma rafforzare consapevolezza, identità e capacità di costruire ed evolvere insieme.


Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Essendo una fautrice del long life learning, più che aver disimparato, preferisco dire che sento di aver imparato a disimparare. 
E forse sta proprio in questo la risposta alla seconda domanda, ovvero che la convinzione che lascio andare rispetto al passato è quella di pensare che anche le cose che impari siano assolute e definite. Anche il passato, la prospettiva da cui tu guardi il passato, si modifica acquisendo nuove conoscenze e consapevolezze ogni giorno. 
Alla fine, probabilmente, è tutto relativo al nostro “presente mentale”, come lo chiama Michelangelo Pistoletto, quindi siamo forse destinati a imparare a disimparare per tutta la vita. 
E forse è proprio il fatto del disimparare ogni giorno che ti sta già permettendo di essere a uno stadio di conoscenza altro e in teoria “avanzato” rispetto quello precedente. Anche se, probabilmente, domani potrei ritrovarmi a disimparare persino questo. 


Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?

Considerandola organismo non posso vederla fine a se stessa, ma naturalmente inclusa in un ecosistema, quindi vulnerabile e vulnerante. 
In questo senso, forse la sua fragilità non la vedo tanto in una parte specifica, quanto proprio nella sua stessa natura, dato il rapporto continuo tra organismo e ambiente. 
Probabilmente la sua fragilità sta proprio nel suo poterla considerare un organismo vivente, che opera con, nel e per l’umanità nel suo presente. 
Questo stesso “stato naturale” di Cittadellarte si autocompensa, continuando a maturare metodi di cambiamento, generazione e rigenerazione che si avvalgono della capacità di proliferare idee, della propensione a trovare più soluzioni, e della co-creazione come rimedi. 
Proprio per questo, la parte più matura secondo me consiste nella sua fonte di nutrimento: l’arte e il pensiero di Michelangelo Pistoletto che pervadono e continuano a stimolare trasversalmente tutti gli apparati e il “sistema nervoso” di Cittadellarte. 
Quindi, per riassumere, la fragilità dell’esistere è indirettamente proporzionale alla capacità di continuare a far maturare i metodi sviluppati per natura e applicabili nel proprio habitat contemporaneo. 


Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Non sono sicura che l’indifferenza sia una emozione. La intenderei più come una scelta. E non penso che la distruggerei, sarebbe come ricadere nella stessa ciclicità di manifestazione. Acquisendo la responsabilità delle proprie azioni, risensibilizzando l’umano, si possono trovare ulteriori sentieri. Rompere l’opera dell’indifferenza potrebbe alimentare lo stesso circolo vizioso che continua a generare indifferenza.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.

L'arte crea uno spazio in cui l'emozione non è già definita o predeterminata, ci mette nella condizione di sentire. Per questo sì, può riattivare l'empatia e permetterci di sentire ed elaborare emozioni da cui non puoi separartici nell'immediato, tanto meno con uno scroll. L'arte ha la responsabilità innata di restituire identità all'umanità, là dove i numeri rischiano invece di trasformare le emozioni, e quindi anche il dolore, in una statistica. 


Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
“Alte sopra la città, le nostre finestre gialle devono aver fornito il loro contributo di segreti umani all’osservatore casuale cha avesse alzato lo sguardo dalla strada. Io ero anche lui, che guardavo in su incuriosito. Ero dentro e fuori. Incantato e respinto dalla inesauribile varietà della vita” - Francis Scott Fitzgerald, The Great Gatsby.

Pubblicazione
25.09.26
Scritto da
Luca Deias