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“Cittadellarte allo specchio” #18 – Melina Uchoa e il coraggio di non indietreggiare

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La diciottesima puntata della rubrica è dedicata a Melina Uchoa, parte del team comunicazione di Michelangelo Pistoletto e Cittadellarte, che intreccia il proprio percorso tra moda, marketing e sostenibilità con una riflessione sul valore delle relazioni umane, dell’empatia e della capacità individuale di generare cambiamento. Scopriamo come siano cresciute a Cittadellarte le sue radici brasiliane.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa diciottesima puntata lo specchio si rivolge a Melina Uchoa, nel team comunicazione di Michelangelo Pistoletto e Cittadellarte. Brasiliana, di Belo Horizonte, "sono cresciuta in una famiglia che mi ha sempre circondata di valori che sono riuscita a ritrovare in una piccola città dall'altra parte del mondo: Biella. Valori che mi hanno fatto capire che il contatto umano con la natura è essenziale per tutto ciò che facciamo nella vita e che l'arte e la cultura hanno un potere trasformativo capace di espandere l'universo di ogni persona". Figlia di un'insegnante ed esperta in ambito socio-ambientale, la curiosità e il rispetto di Melina "per tutti i modi di vita sulla Terra - ha sottolineato - sono sempre stati fondamentali nella mia formazione". Ho scelto di seguire una strada molto diversa da tutti i membri della sua famiglia, laureandosi in Design della Moda in Brasile. Dopo quattro anni di corso e due stage, si è occupata di marketing nel settore moda, tra direzione artistica, styling, pianificazione strategica delle campagne, fotografia, scenografia e direzione esecutiva. Parallelamente, la sua passione per l'arte è diventata anche un mestiere: è stata responsabile della comunicazione nella galleria d'arte di suo fratello, esperienza "che mi ha offerto un'altra prospettiva sul marketing e sulla necessità di raccontare una storia attraverso narrazioni complesse, di artisti e designer che hanno plasmato la storia". Poi il 2020, la pandemia, il Covid... e tutto cambia: "Ha capovolto tutto. Il concetto di lavoro che conoscevo non esisteva più, e quello che oggi conosciamo come smart working (home office) è diventato la mia realtà, ma questa volta nell'ambito delle startup, sempre nel marketing e nella gestione dei progetti, anche nel mercato americano, europeo e asiatico". Il 2023 è stato un anno di ritorno alle origini: energie sulla moda, questa volta a Biella, attraverso l'Accademia Unidee di Fondazione Pistoletto. "Un corso che parlava di moda e sostenibilità, in un luogo che respira arte, interrogativi e cambiamenti, mi è sembrata un'ottima opportunità per riprendere gli studi. Il ciclo si è completato dopo tre anni di corso, quando ho svolto lo stage presso l'Ufficio Moda della Fondazione, che mi ha portato a capire concretamente cosa fosse capace di fare Cittadellarte e a vedere in pratica gli anni di studio dedicati alla sostenibilità. Questa prima esperienza qui dentro, e le persone meravigliose che hanno incrociato il mio cammino, sono state cruciali per aprire le porte del team di comunicazione della Fondazione e di Michelangelo Pistoletto, del quale oggi faccio parte". 

Nell’intervista che segue Melina Uchoa attraversa il tema della trasformazione con uno sguardo che tiene insieme memoria, movimento e responsabilità collettiva. Le sue risposte nascono dall’esperienza di chi ha abitato contesti diversi - dalla moda alle startup, dalla comunicazione all’arte contemporanea - senza perdere il bisogno di ritrovare un "centro umano" nei frangenti che viveva. Più che parlare di cambiamento come concetto astratto, Melina si sofferma sull’importanza dei gesti minimi, delle connessioni tra persone e della possibilità che anche un singolo individuo possa attivare un effetto domino positivo sul mondo.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Credo che, in qualsiasi contesto, sia esso turbolento o tranquillo, ci sarà sempre spazio per parlare di trasformazione sociale responsabile. Questo spazio deve essere ancora più grande, con maggiore peso, in un tempo come quello attuale. I momenti ciclici dell'umanità richiedono un aggiustamento di tono e coerenza soprattutto in discorsi "necessari "come questo. La soluzione per l'implementazione di pratiche più umane, con valori che accolgano le nostre differenze in modo pacifico e che ci rendano più giusti verso un'evoluzione etica e intelligente, sarà sempre quella di gridare più forte e non indietreggiare. C'è un detto popolare in Brasile che dice: "Il mare calmo non rende il marinaio esperto”.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Accettare questo rischio è cruciale per il mantenimento e la diffusione dei valori diffusi da Cittadellarte e, soprattutto, per mantenere aperto lo spazio per il dialogo. L'imprevedibilità di queste opere, che prendono vita propria in ogni luogo che le accoglie, aggiunge ancora più valore simbolico e pratico a quel determinato ecosistema e, di conseguenza, genera risultati concreti anche in ambito socio-ambientale. Esplorare territori con storie differenti, e sotto culture completamente diverse, ci spinge a praticare l'atto dell'empatia in modo più profondo. Questo ha tutto a che fare con la Demopraxia, un concetto nato qui in Fondazione - ideata dal direttore Paolo Naldini, ndr - e che ora si sta diffondendo il mondo.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Educare, nel contesto attuale, significa sempre più guardare al passato senza rinunciare al progresso. Vuole dire recuperare aspetti delle nostre ancestralità, del contatto umano e con la natura, e porli come base per tutto ciò che viene dopo. E ciò che viene dopo, con tutti i suoi adattamenti tecnologici, deve usare questa base per evolversi verso un mondo migliore, facendo camminare l'esperienza mondana e umana di pari passo con l'informazione. Come sosteneva il filosofo e educatore Paulo Freire, l'educazione non è un mero trasferimento di conoscenza, ma la creazione di possibilità per la sua stessa produzione. In un mondo governato da algoritmi che tentano di prevedere e plasmare le nostre scelte, educare alla responsabilità significa dunque riattivare la nostra capacità critica e riconoscerci come autori della nostra storia, e non solo come spettatori della tecnologia. 

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Ho disappreso a sottovalutare la capacità di una singola persona di essere un motore di cambiamento nella società. E ho imparato che abbiamo, dentro ognuno di noi, un potere gigantesco di cambiare piccole realtà che poi diventano medie, grandi e gigantesche, in un effetto domino. Diventiamo una rete. Prima, forse provenendo da un paese di dimensioni continentali e con innumerevoli questioni sociali derivanti da secoli di colonizzazione, sottovalutavo questo "lavoro da formica”, che mi sembrava qualcosa di molto lontano e difficile da raggiungere.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Credo che la sfida più grande oggi sia la complessità di comunicare in modo coeso e allo stesso tempo attrattivo cos'è Cittadellarte, tutti i progetti sviluppati qui dentro e l'impatto generato a livello locale e globale. Al tempo stesso, tradurre il pensiero del nostro fondatore, Michelangelo Pistoletto, e della Fondazione in quanto fabbrica viva di idee, adattando questo messaggio a differenti linguaggi e pubblici. La parte più matura, invece, è senza dubbio le sue gambe, ma anche il suo corpo: Cittadellarte cammina già in modo indipendente da tempo, sostenuta dal lavoro arduo e quotidiano di ciascuno dei 'Cittadini', oltre che, naturalmente, di Maria e di Michelangelo. È stata questa "muscolatura" a permettere di costruire una reputazione globale straordinaria che oggi, più che mai, deve continuare a essere data un impulso e adattata al presente e al futuro.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

L'indifferenza, per me, significa quasi annullare la propria esistenza. Va contro le leggi naturali dell'evoluzione umana e della nostra essenza primitiva, che ci ha permesso di arrivare fino a qui. Da quando l'essere umano ha iniziato ad abitare il mondo, la lotta è sempre stata necessaria per provocare cambiamenti. L'inerzia è sempre stata il nostro più grande predatore. L'intento dell'opera d'arte nella contemporaneità è stimolare l'immaginazione insieme al pensiero critico. Michelangelo ha simboleggiato questo attraverso la rivoluzionaria rottura dello specchio, così come altri lo hanno fatto attraverso altri codici semiotici e di linguaggio. E forse è proprio questa la bellezza dell'arte: la capacità molteplice ed estremamente personale di dare voce a questioni e sentimenti che spesso sono difficili da materializzare.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L'arte ha il potere di dare un nome a questi volti cancellati. Di farci vivere esperienze che non abbiamo mai vissuto e, a sua volta, di praticare una forma di empatia molto pura, che esce da un immaginario collettivo spesso costruito attraverso un bombardamento di informazioni. Il che dialoga direttamente con il concetto di Hannah Arendt sulla "banalità del male": la violenza più grande spesso non nasce dalla mostruosità, ma dall'incapacità di pensare criticamente e di mettersi nei panni dell'altro, generando un'indifferenza anestetizzata. In tempi in cui la sofferenza altrui viene trasformata in merce digitale per generare coinvolgimento attraverso l'odio, l'arte si assume la responsabilità di rompere questa logica della spettacolarizzazione. Restituendo il volto al numero e l'umanità al dolore, l'arte ci costringe a fermarci, a sentire e a decostruire la rabbia per riattivare la nostra capacità di compassione.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Un'emozione che non si spegne è quella di uno stimolo intellettuale continuo, di sete di conoscenza, con la certezza che ciò che facciamo qui dentro abbia, di fatto, uno scopo e la possibilità di cambiare piccole e grandi realtà là fuori. E, con questo, facciamo parte della storia.

Pubblicazione
28.05.26
Scritto da
Luca Deias