Cosa possiamo
aiutarti a trovare?
Ricerche suggerite
Cittadellarte allo specchio #24 - Alessandra Bury, quando l'arte può abitare una scuola
Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 24esima puntata protagonista è Alessandra Bury, che coordina progetti rivolti a scuole, famiglie e istituzioni culturali dell'Ufficio Ambienti d'Apprendimento. Dalla sua voce un invito a lasciare spazio ai dubbi, alle domande e alla curiosità: è forse lì , per lei, che comincia la possibilità di imparare davvero.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa 24esima puntata lo specchio si rivolge ad Alessandra Bury: storica dell'arte e progettista culturale, a Cittadellarte sviluppa percorsi in cui arte ed educazione diventano strumenti di relazione, partecipazione e trasformazione sociale. Nell'Ufficio Ambienti d'Apprendimento coordina progetti rivolti a scuole, famiglie e istituzioni culturali, con particolare attenzione alla costruzione di ambienti di apprendimento che promuovano autonomia, senso critico e creatività. Lavora come formatrice e insegna presso Open School del Terzo Paradiso, dove sperimenta pratiche educative legate soprattutto alla matematica, disciplina che considera uno strumento per misurare il mondo, ma anche per immaginarlo e abitarlo con spirito critico e fantasioso.
Nel dialogo che segue, Alessandra Bury si concentra sul tema della trasformazione partendo dal significato stesso della parola: transire, attraversare. Un verbo che diventa una chiave per contemplare il suo modo di intendere l'educazione, come pratica capace di dare forma all'incertezza e trasformarla in un'esperienza. Dall'intelligenza artificiale alla necessità di coltivare una "testa ben fatta", dal superamento dell'idea dell'arte come mondo separato alla fragilità delle relazioni, il suo sguardo torna più volte sulla stessa esigenza: creare le condizioni affinché le persone possano scegliere, incontrarsi e riconoscersi.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Transizione deriva da "transire", "attraversare". E attraversare non è mai una condizione comoda: richiede tempo, accetta l'incertezza e non garantisce una direzione immediata. Proprio per questo credo che le pratiche condivise abbiano un valore fondamentale: non eliminano l'incertezza, ma ci permettono di abitarla insieme, trasformandola in un ambiente di apprendimento, che è anche il nome del nostro ufficio. E proprio lavorando nell'Ufficio Ambienti di Apprendimento sento che oggi il tema non sia tanto cambiare il lessico, ma restituire peso alle parole attraverso le pratiche. Del resto apprendere significa "afferrare", fare proprio qualcosa, "prendere con sé". Forse oggi la trasformazione sociale ha ancora senso solo se riusciamo ad apprenderla davvero: non come un concetto da ripetere, non come lessico condiviso, ma come qualcosa che scegliamo di portare con noi, nelle pratiche quotidiane e, soprattutto, nelle relazioni.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Accettare questo rischio è essenziale. Un'opera non arriva mai in un luogo come un oggetto neutro: porta con sé un universo di significati, ma è il contesto culturale in cui si inserisce a renderli vivi, a modificarli e a moltiplicarli. Per questo ogni contesto non cambia solo il modo in cui guardiamo l'opera, ma è anche l'opera a cambiare il modo in cui guardiamo quel contesto (parafrasando Panofsky).
Se poi parliamo di un'opera demopratica, il confronto con il contesto diventa ancora più necessario: il cambiamento non viene imposto dall'alto, ma si costruisce dal basso, attraverso l'azione condivisa, il confronto e la responsabilità di una comunità. L'imprevedibilità delle interpretazioni non è quindi un rischio da evitare, ma una condizione da accogliere. Se Cittadellarte immagina l'arte come motore di trasformazione sociale, non può sottrarsi a questa imprevedibilità. Anzi, forse oggi sarebbe più rischioso cercare di controllarne il significato. Del resto, se esistesse un'unica interpretazione corretta, non avremmo bisogno dell'arte, ma di un manuale d'uso.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Più che insegnare a competere con gli algoritmi, credo che oggi la vera sfida educativa sia coltivare ciò che gli algoritmi non possono sostituire: il senso critico, l'autonomia e la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. L'autorialità non coincide con il fare tutto da soli, ma con il mantenere uno sguardo consapevole su ciò che scegliamo di delegare.
Come insegnante di Open School e, più in generale, come persona che si occupa di educazione, questi sono alcuni dei temi su cui rifletto quotidianamente insieme ai miei colleghi. Crediamo che il nostro compito sia soprattutto educare alla responsabilità: creare ambienti in cui sia possibile imparare a scegliere, a sbagliare e a costruire autonomia. Non si tratta di riempire la testa di informazioni, ma di formare una "testa ben fatta", capace di collegare, interpretare e mettere in discussione ciò che sa. Se ogni risposta è già disponibile, allora il valore dell'educazione non sta più nel trovare risposte, ma nell'imparare a formulare domande migliori.
Preferisco un'aula piena di dubbi a una piena di risposte perfette...anche perché le risposte perfette, ormai, le scrive già qualcun altro!
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Da giovanissima sognavo di fare la curatrice. Poi la gallerista. Insomma, immaginavo il mio futuro dentro quello che chiamavo "il mondo dell'arte". A Cittadellarte ho disimparato proprio questa idea: che l'arte appartenga a un mondo separato. È vero invece il contrario: è l'arte a stare nel mondo, a diventare motore di pensieri, progetti e azioni. Questo mi ha permesso anche di riconciliare le mie due grandi passioni, l'arte e l'educazione, senza sentire il bisogno di rinchiuderle nella sola didattica dell'arte. Oggi mi rassicura sapere che l'arte può abitare una scuola, una comunità, un progetto, una conversazione.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come a un organismo vivente, la parte più fragile non sono le persone, ma le relazioni che le tengono insieme. Nei momenti di grande cambiamento il rischio è che il tempo dell'ascolto e del confronto venga sacrificato dall'urgenza del fare. Eppure è proprio quel tessuto connettivo a rendere possibile tutto il resto. La parte più matura, invece, continua a sorprendermi: è la qualità delle persone. La disponibilità, la cura, la varietà di competenze e la capacità di metterle al servizio degli altri. È una ricchezza che forse non sempre vediamo, ma che emerge ogni volta che affrontiamo una sfida comune.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
Non sono certa di considerare l'indifferenza un'emozione, ma piuttosto una sospensione della relazione, il momento in cui smettiamo di riconoscerci gli uni negli altri. La distruggerei, come una rottura dello specchio, proprio perché lo specchio infranto di Pistoletto porta con sé il significato opposto: ogni frammento continua a riflettere una parte del mondo, proprio come ogni persona continua a riflettere e a essere riflessa dagli altri. Una società esiste quando quei frammenti riescono a riconoscersi come parte di un'immagine comune. L'indifferenza nasce forse quando dimentichiamo questo legame e smettiamo di vedere nell'altro anche una parte di noi. Dopo la rottura dello specchio, allora, credo che oggi il compito sia ricomporre continuamente il riflesso, attraverso le relazioni, l'ascolto e la responsabilità reciproca.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Quando avevo sette anni rimasi folgorata da Balkan Baroque di Marina Abramović: lei, seduta su una montagna di ossa, che cercava invano di ripulirle dal sangue. Trent'anni fa quell'opera riusciva a rendere visibile l'assurdità della guerra con una forza che ancora oggi resta straordinaria.
Oggi viviamo immersi in un flusso continuo di immagini di dolore. Non credo che opere come quella abbiano perso significato; credo piuttosto che, da sole, non bastino più. Se l'indignazione diventa un linguaggio quotidiano, il rischio è che anche l'empatia si consumi. Ogni epoca chiede all'arte strumenti diversi, per questo penso che oggi la responsabilità dell'arte non sia solo rappresentare il dolore, ma creare le condizioni perché le persone tornino a incontrarsi. L'arte non restituisce umanità perché mostra meglio il dolore. La restituisce quando rende di nuovo possibile l'incontro. Questo, però, non significa rinunciare alla forza dell'immagine. Forse oggi la sua responsabilità è ancora un'altra: sottrarsi alla velocità del consumo visivo e restituirci il tempo dello sguardo. Lo slow watching non è solo un modo di osservare un'opera, ma un esercizio di attenzione, un modo per allenare la mente e depurarla dal rage bait.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
La verità è che, quando spengo le luci dell'ufficio, il pensiero resta quasi sempre acceso. Nel nostro lavoro le idee hanno il brutto vizio di arrivare nei momenti più improbabili: mentre cucini, in treno, durante una passeggiata. All'improvviso penso a un'attività da inserire in un progetto, all'esercizio giusto per quel bambino che fatica con le frazioni o a una connessione che, seduta alla scrivania, non avevo visto. Credo che succeda a molti dei miei colleghi. È il privilegio, e ogni tanto anche la condanna, di fare un lavoro in cui non si producono oggetti, ma possibilità. Forse, più che un'emozione, resta accesa la curiosità. E, per fortuna, consuma pochissima energia... almeno quella elettrica.