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Cittadellarte allo specchio #25 - Asia Lucia Passini, aprire le celle chiuse per non restare spettatori passivi
Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 25esima puntata la protagonista è Asia Lucia Passini, assistente project manager, che racconta Cittadellarte come un luogo in cui si impara a superare le categorie, ad allenare il pensiero critico e ad alimentare nuove consapevolezze.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa 25esima puntata lo specchio si rivolge ad Asia Lucia Passini, studentessa di Storia dell’arte contemporanea e curatela, attualmente al secondo anno della magistrale in Arts, Museology and Curatorship (AMaC), svolta finora tra l’Università di Bologna e la Paris1 Panthéon-Sorbonne. In precedenza si è laureata in Beni culturali con una tesi sui disegni dall’antico del pittore lucchese Pompeo Batoni per il paper-museum di Richard Topham. "L’arte ha un ruolo centrale nella mia vita - ha esordito - perché riesco ad utilizzarla come chiave di lettura per capire il mondo o almeno per tentare di farlo. Per me è uno spazio in continua evoluzione, un luogo da esplorare e attraverso il quale raccontare esperienze sulla natura umana". Un esempio calzante, su questa scia, è la performance di Francis Alÿs The green line da lei citata durante l’intervista che segue. "Per essere compresa - ha spiegato - l’opera richiede di addentrarsi nella storia, nella politica e nello studio dell’antropologia".
Nata e cresciuta a Biella, dopo un anno trascorso a Parigi, è tornata nella provincia laniera per un tirocinio curriculare come assistant project manager a Cittadellarte. "Questa esperienza in Fondazione - ha sottolineato - mi ha permesso di riscoprire il mio territorio da un punto di vista differente, arricchito dalle persone incontrate qui".
Ecco, di seguito, lo sguardo di Asia.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Secondo me ha senso mantenere questo lessico, considerando però l'importanza e il significato delle parole che utilizziamo. Credo che l'arte debba creare uno spazio di resistenza proprio in un contesto storico in cui, sotto alcuni aspetti, sembra che si stia "tornando indietro". Una resistenza attiva può contribuire a generare un cambiamento e, da questo punto di vista, penso che l'arte abbia un ruolo importante nel favorire una trasformazione sociale responsabile.
Al contempo, credo che l'arte resti ancora un po' elitaria, perché alla fine riesce a raggiungere soprattutto le persone che fanno parte di un determinato contesto. Non significa che abbiano tutte la stessa idea, ma che condividano una certa sensibilità, che non credo sia necessariamente comune a tutti gli esseri umani. Per arrivare a comprendere l'arte e a studiarla servono dei mezzi, non in senso economico, ma in relazione al contesto in cui si cresce e alle opportunità che si hanno.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Ritengo che l'arte possa fungere da attivatore democratico/demopratico e che, proprio per questo, sia importante condividere le opere in luoghi e contesti diversi, anche quando sono carichi di storia e di significati. Il rischio dell'imprevedibilità esiste sempre, ma credo che proprio questo sia uno degli aspetti più interessanti. Riflettendo su questa domanda mi è venuta in mente una performance di Francis Alÿs a Gerusalemme, "Green Line", che l'artista aveva già realizzato nel 1995 a San Paolo e che ha ripreso nel 2004. L'opera prende il nome dalla Green Line, la linea di demarcazione tracciata nel 1948 a Gerusalemme: Alÿs percorre circa 24 chilometri tenendo in mano un barattolo di vernice verde e tracciando una linea sul terreno. Sul suo sito l'artista raccoglie commenti e impressioni delle persone che hanno osservato la performance. Credo che possa esserci un parallelismo con ciò che accade anche con le opere di Cittadellarte e Michelangelo: l'imprevedibilità delle reazioni è sempre presente, ma è interessante osservare il responso che un'installazione genera nel contesto in cui viene inserita. Credo che questo dimostri anche il valore politico dell'arte. Quest'ultimo risiede infatti anche nella pluralità e nella polisemia che un'opera è in grado di "scatenare".
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Educherei alla responsabilità mantenendo uno sguardo critico sull’innovazione tecnologica. Per quanto possa essere utile, credo che l’intelligenza artificiale comporti dei rischi, anche dal punto di vista ambientale, e che sia quindi importante sviluppare un pensiero critico nei suoi confronti.
Penso, per esempio, alla differenza tra la mia tesi triennale e quella che sto scrivendo oggi. Per la prima ho utilizzato pochissimo l’I.A. e la fase di ricerca era molto più complessa: avevo a disposizione tantissimi siti e cataloghi online e dovevo consultare moltissimo materiale prima di trovare il materiale più adatto. Oggi il processo è molto più rapido, ma a volte ho la sensazione che mi manchi qualcosa. In passato, infatti, mi capitava di avere un’intuizione proprio dopo aver cercato e consultato diversi testi. Oggi, con l’intelligenza artificiale, si arriva molto più velocemente a una risposta, ma così si rischia di perdere quella fase di esplorazione e di riflessione che può portare a scoperte inattese. Credo sia importante essere consapevoli anche di questo.
Se penso quindi a come educare alla responsabilità, soprattutto rivolgendomi a una persona giovane o a chi ha figli, non direi di avere paura dell’intelligenza artificiale o di considerarla uno strumento di cui diffidare a priori. Credo però sia necessario conoscerla a fondo, comprenderne il funzionamento e le conseguenze, per poterla utilizzare in modo consapevole.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
A Cittadellarte ho forse disimparato a pensare che i ruoli debbano essere necessariamente fissi e definiti. Mi sembra che molte delle persone che lavorano qui siano molto versatili e che la Fondazione, con le sue tante sfaccettature, favorisca proprio questa apertura.
Anche i rapporti tra le persone – come tra gli studenti dell’Accademia e chi lavora nei diversi Uffizi – mi sembrano basati su una relazione piuttosto paritaria e su un ambiente molto dialogante. Penso anche al forum interno, uno strumento che forse sarebbe piuttosto desueto in un'azienda tradizionale. Qui, invece, ho imparato a mettere in discussione l'idea di ruoli rigidi e gerarchie definite.
Mi sembra inoltre che ci sia una grande disponibilità a dare una mano agli altri e, più in generale, a rendersi utili.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Secondo me, la fragilità di Cittadellarte è legata al rapporto con il territorio. Credo che molti biellesi non la conoscano, o quantomeno non nel modo giusto, e quindi non riescano a sfruttarne pienamente le possibilità. Io stessa ho scoperto Cittadellarte piuttosto tardi. Sapevo che esisteva e venivo qui in occasione della Giornata dell'Arte, ma non avevo compreso davvero come fosse strutturata e quale fosse la sua portata.
Ho frequentato il Liceo Sella di Biella (indirizzo linguistico), dove all'ingresso c'era un Terzo Paradiso, ma nessuno ci ha mai spiegato che cosa fosse. Se non mi fossi informata personalmente, probabilmente non l'avrei mai saputo. Ma per farlo bisogna essere curiosi. Forse, quindi, bisognerebbe partire anche dalla scuola, offrendo ai più giovani gli strumenti per conoscere una realtà come Cittadellarte, che trovo molto interessante e stimolante. Potrebbe diventare anche un luogo di aggregazione per il territorio, persino negli aspetti più semplici, come la caffetteria.
La parte più matura, invece, sta forse l'altro lato della medaglia. Ora che conosco meglio Cittadellarte, mi rendo conto di quanti progetti vengano portati avanti e di quanto entusiasmo susciti la Fondazione, in Italia e all'estero.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
Pur essendo scaramantica, romperei lo specchio. Per me l'indifferenza è uno dei sentimenti peggiori: quando penso a questa parola mi vengono in mente soprattutto aspetti negativi, come mancanza di empatia, cura e attenzione verso il luogo in cui viviamo e verso la società di cui facciamo parte.
Se fosse possibile, cercherei quindi di rompere l'indifferenza, proprio come in una performance, per contribuire a costruire una società più aperta e dialogante. Trovo dunque che sia, in qualche modo, scorretta e disumana, perché nessuno può andare avanti davvero restando indifferente a ciò che accade intorno a noi.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Sì, secondo me l’arte può contribuire a riattivare l’empatia, ma mi ricollego a quanto asserivo prima: può farlo soprattutto nei contesti in cui esiste già una certa sensibilità. L’empatia, infatti, mi sembra un sentimento raro, una predisposizione che non tutti possiedono allo stesso modo. Credo quindi che l’arte possa giocare un ruolo importante, ma allo stesso tempo siamo (troppo) abituati a vedere immagini violente. Rischiamo così di diventare spettatori passivi.
Una mia amica ha realizzato un’installazione raccogliendo immagini dai social network. Ci aveva chiesto di mandarle uno screenshot ogni volta che, scorrendo i reel, ci fossimo imbattuti in un’immagine violenta seguita, magari pochi secondi dopo, da quella, per esempio, di due gatti. È una sequenza che vediamo continuamente: incontriamo un contenuto che ci colpisce, scorriamo e subito dopo ne troviamo uno completamente diverso. È come se tutto fosse organizzato in tantissime celle chiuse. Vedo un’immagine violenta, scorro, vedo un contenuto leggero, li mando a un'amica e continuo a scorrere. In questo modo rischiamo di diventare davvero spettatori passivi, e sono poche le persone che si fermano su un post abbastanza a lungo da far nascere una discussione o una riflessione.
Anche quando qualcosa ci indigna, spesso la reazione è fugace. Servirebbe una consapevolezza diversa, forse anche un uso diverso dei social.
Per quanto concerne il fenomeno del rage bait, ritengo abbia a che fare anche con una certa frustrazione collettiva: diventa uno sfogo, ma spesso privo di una componente razionale. Si vede qualcosa, si reagisce immediatamente, si scrive un commento senza fermarsi a pensare che dall’altra parte c’è una persona che lo leggerà e che potrà provare delle emozioni.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Qualche giorno fa mi è capitato per la prima volta di essere l’ultima persona a uscire dall’ufficio e di non avere le chiavi (ride, ndr). In generale, quando torno a casa, mi sento entusiasta e anche appagata. Durante la giornata immagazzino moltissime informazioni, scopro cose nuove e torno a casa stanca, ma con la sensazione di aver raccolto qualcosa di importante.
Cittadellarte mi sta dando molto e mi permette di imparare cose che probabilmente, facendo un tirocinio in un altro contesto, non avrei avuto modo di conoscere. Quando si studia storia dell’arte, per esempio, spesso il tirocinio porta a lavorare come mediatori culturali: è un'attività validissima e molto interessante, ma è comunque un'esperienza diversa da quella che sto vivendo qui. Quindi direi che, quando spengo le luci, rimangono accese soprattutto una sensazione di appagamento e una certa serenità.