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Cittadellarte allo specchio #23 – Martina Salvemini, impollinare nuovi fiori partendo dall'alveare

Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 23esima puntata protagonista è Martina Salvemini, guida di Cittadellarte e studentessa dell'Accademia Unidee, che immagina la Fondazione come un alveare da cui partire per costruire nuove connessioni nel mondo.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa 23esima puntata lo specchio si rivolge a Martina Salvemini, guida di Cittadellarte e studentessa del corso di Sustainable Fashion Design presso l’Accademia Unidee. Il suo percorso nasce dall’interesse per la moda e dalle sue possibilità di trasformazione verso modelli più sostenibili. Laureata in Comunicazione, attraverso la fotografia, il cucito e l’upcycling, esplora il rapporto tra creatività, materiali e sostenibilità, con particolare attenzione al potenziale del tessile come spazio di ricerca e innovazione. 
Nelle sue risposte il cambiamento si articola attraverso piccoli gesti quotidiani, l'ascolto delle differenze e la convinzione che ogni esperienza possa vestire i panni di un seme da portare altrove, proprio come accade in un alveare. Ecco come, per Martina, si può osservare, imparare e creare connessioni portando altrove ciò che si è raccolto lungo il cammino.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
C’è tanta urgenza perché la speranza di costruire un mondo migliore è la ragione che ci fa andare avanti come essere umani: l’essere inguaribili ottimisti. Spesso mi chiedo perché, se una parte di me è già convinta che siamo spacciati, l’altra continui a fare quello che faccio: studiare per trovare soluzioni più sostenibili per l’ambiente ma soprattutto per le persone. Poi mi rendo conto che è proprio questo il segno della scintilla di speranza che è ancora dentro di me e che forse niente può spegnere, perché è intrinseca al nostro essere umani. Un'altra ragione importante per cui credo sia fondamentale parlare di trasformazione sociale è che, purtroppo, ancora oggi la maggior parte delle persone nel mondo vive in condizioni tragiche. Sono convinta che finché non saremo tutti nelle condizioni di avere le stesse opportunità, non potremo smettere di parlare di trasformazione sociale e agire per far parte del cambiamento.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Credo sia fondamentale portare l'arte nel resto del mondo. La vera sfida, però, è farlo riuscendo a dialogare con le altre culture, senza soverchiarle e senza assumere un atteggiamento di superiorità, come se la nostra cultura fosse migliore delle altre. Non è così. L'arte è una delle poche discipline capaci di superare i confini geografici, culturali e linguistici, e proprio per questo ha anche una grande responsabilità: quella di creare ponti, non gerarchie. La differenza, quindi, non sta nel portare l'arte altrove, ma nel modo in cui lo si fa: con rispetto, ascolto e la consapevolezza che ogni cultura ha qualcosa di prezioso da insegnare.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Secondo me stiamo facendo fatica ad affrontare questa nuova tecnologia perché ancora non la conosciamo davvero e ciò che non conosciamo ci spaventa. Ma il problema non è solo questo. Oggi l'intelligenza artificiale utilizzata sta seguendo logiche che stanno aumentando le disuguaglianze tra le persone e aggravando il nostro impatto sull'ambiente. Per questo credo sia fondamentale che tutti acquisiscano gli strumenti per capire cos'è l'intelligenza artificiale, come funziona e quali conseguenze può avere. Solo una maggiore consapevolezza ci permetterà di orientarla verso obiettivi che mettano al centro il benessere delle persone, invece che il solo progresso tecnologico. Io spero che in futuro riusciremo a utilizzarla per liberarci dai lavori più monotoni, ripetitivi e usuranti, lasciando più spazio alla creatività e al pensiero critico.

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Ho disimparato ad inscatolare le persone in categorie ben definite.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Io non vedo in Cittadellarte una parte più fragile e una più matura. Visualizzerei questo posto come un alveare, da cui ogni ape può prendere un po' di miele, nutrirsi e fare tesoro di esperienze, competenze, amicizie per poi andare ad impollinare nuovi fiori, portando quel bagaglio altrove.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Io credo che l'indifferenza abbia molte sfaccettature e che, a volte, diventi un meccanismo di difesa di fronte al continuo bombardamento di notizie negative che riceviamo ogni giorno. Da un lato, distruggerei l'indifferenza come uno specchio di Pistoletto, perché credo che ci costringa a guardarci dentro e a riconoscere la nostra responsabilità. Dall'altro, però, penso che sia più importante aiutare le persone a trovare una causa che stia loro davvero a cuore, piuttosto che giudicarle o insultarle perché sembrano indifferenti a ciò che accade nel mondo. Credo fermamente che se tutti pensassero che il proprio contributo non serve a nulla allora non cambierebbe mai niente. Detto questo, è molto più facile a dirsi che a farsi. Portare avanti una causa giorno dopo giorno richiede energia e spesso diventa faticoso, soprattutto quando bisogna conciliarlo con la salute mentale e con le sfide della vita quotidiana.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Io credo che l’arte sia importantissima per riattivare l’empatia, perché, come ho detto precedentemente, è l’unico linguaggio universale capace di toccare le persone nel profondo. Proprio per questo credo che l’arte debba sentire addosso questa responsabilità. Come dice Pistoletto, siamo tutti artisti e, come tali, abbiamo la responsabilità di creare connessioni e di portare cambiamento. Credo quindi che sia fondamentale dare voce a chi in questo momento sta soffrendo e offrire una piattaforma affinché possano parlare in prima persona coloro che stanno vivendo le tragedie del mondo di oggi. Questo è l’unico modo per non cadere nella spettacolarizzazione del dolore: non appropriarsi delle storie degli altri ma lasciare il palcoscenico a chi ha più competenze e più diritto di noi di raccontare ciò che sta vivendo.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quando spengo le luci, l’emozione che resta accesa è la gioia di vedere persone così diverse incontrarsi e condividere un pezzo di vita perché unite da valori affini.

Pubblicazione
16.07.26
Scritto da
Luca Deias