0%
Menù
OOo 1
Torna al Journal

“Cittadellarte allo specchio” #19 – Nazarena Lanza e il micelio che ci tiene insieme

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La diciannovesima puntata della rubrica è dedicata a Nazarena Lanza, Coordinamento e Sviluppo Rete Biella Città Arcipelago, che viaggia fra agricoltura, antropologia e pratiche di comunità. Dalle reti territoriali di Biella Città Arcipelago alla metafora della foresta, mette al centro le relazioni, la responsabilità e la necessità di immaginare forme di convivenza capaci di sottrarsi alle logiche dell’isolamento e del consumo.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa diciannovesima puntata lo specchio si rivolge a Nazarena Lanza, Coordinamento e Sviluppo Rete Biella Città Arcipelago. Agrotecnica e antropologa, dopo sei anni tra Marocco e Senegal rientra in Italia nel 2015 per coordinare le attività e i progetti Slow Food in Africa e Medio Oriente. Appassionata di cibo, agricoltura e tradizioni locali, approfondisce alcune tra le filiere più rappresentative dell’area, considerandole innanzitutto come patrimoni culturali legati a tradizioni agricole locali. Di ritorno nel Biellese, dal 2019 coordina Slow Food Travel Montagne Biellesi, progetto di rete che coinvolge produttori, ristoratori e strutture ricettive del territorio, gestendo in parallelo la dispensa e le attività educative legate al cibo della Trappa di Sordevolo. Dal 2024 coordina, come accennato, il progetto Biella Città Arcipelago per Fondazione Pistoletto Cittadellarte, progetto di rete volto ad avviare un percorso diffuso di rigenerazione del tessuto sociale e culturale biellese.

Nell’intervista che segue Nazarena riflette sul presente a partire da ciò che accade nei legami quotidiani tra persone, territori e comunità. Le sue risposte attraversano il cibo, l’agricoltura, l’educazione e la partecipazione come pratiche di trasformazione. Tra miceli, comunità di pratica e Terzo Paradiso, la sua visione è emblematica: nessun cambiamento è possibile senza relazioni e nessuna trasformazione può avvenire da soli. Sullo sfondo resta una parola che ritorna più volte, come una stella polare da prendere come riferimento: resistenza.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Ha senso più che mai, altrimenti non sarei qui. 
Le logiche di potere di cui parli stanno travolgendo la nostra umanità. Da qui il sentimento di paura, solitudine e impotenza, che può passare per stanchezza.
Queste logiche ci hanno progressivamente portato a mettere il consumo davanti alle relazioni, a renderci dipendenti dal mercato invece che dalle persone, a coltivare l’illusione dell’autonomia quando ci stavamo semplicemente alienando. L’individuo non esiste se non in relazione agli altri e questa relazione deve essere curata. Così diventiamo persone, inserite in comunità, consapevoli del proprio ruolo rispetto a se stessi e agli altri.
Le immagini di membri della élite globale mi colpiscono anche per questo: vedo individui rapaci, incapaci di provare empatia e di avere relazioni sincere, di stare bene. Esibiscono lusso e corpi oggettizzati, si compiacciono del loro potere di sopraffazione, comunicano alienazione e orrore. 
Dobbiamo liberarci dai modelli imposti dal consumismo e smettere di alimentare questo sistema che ci sta portando al collasso. Una trasformazione sociale responsabile è necessaria ma per realizzarla dobbiamo innanzitutto decolonizzare le nostre menti, liberarci dai modelli che mettono al centro l’avere piuttosto che l’essere, ripensare le nostre pratiche quotidiane e anche il linguaggio con cui ci esprimiamo. Questo non significa inventare nuove parole, ma riappropriarci di tutte quelle a cui è stato distorto il significato. Pensiamo alla parola pace, che oggi presuppone guerre preventive e riarmo, o alla parola sicurezza, che ci porta ad accettare i respingimenti in mare, la reclusione di persone indesiderate perché povere o a erigere muri. L’antidoto a tutto questo è la cura: delle relazioni, del proprio ambiente di vita e di lavoro, di se stessi. Con la consapevolezza che la trasformazione sociale necessaria si fa insieme, o non si fa.


Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Se si è coerenti con il proprio messaggio e si lascia un segno, non bisogna avere paura dei rischi.
Il Terzo Paradiso è un segno bellissimo perché riconoscibile, essenziale, che mette immediatamente in moto l’immaginazione delle persone. Io, tu... noi? Natura, artificio… e cosa mettiamo al centro? A cosa dobbiamo tendere? Come usarlo per stimolare la nostra capacità creativa e quella dei bambini? 
Quando provo ad applicare la formula trinamica ai quesiti che mi pongo, mi ritrovo a pensare a tecnologie avanzate e sostenibili, perfettamente integrate nel contesto e che rispondono in modo efficace alle esigenze per cui nascono: un mulino ad acqua, una bicicletta… 
Sul piano della trasformazione sociale, lavorando per Biella Città Arcipelago (l’Opera Demopratica a noi più vicina), provo ugualmente ad applicare la formula trinamica. Chi partecipa si porta dietro il “noi” della comunità di pratica in cui è inserito (una famiglia, un gruppo di lavoro, un’organizzazione….) e insieme proviamo a progettare una rigenerazione del Biellese in senso responsabile, dall’educazione alla mobilità, dalla salute all’accoglienza.
Per questo sono felice di sapere che Opere Demopratiche e installazioni del Terzo Paradiso si moltiplicano nel mondo!


Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Educare alla responsabilità per me significa educare a prenderci cura dell’ambiente che ci circonda, cercando di sottrarci il più possibile agli algoritmi e all’automazione. Usare le mani, usare il corpo, usare la testa, fare insieme. Mi sembra l’unico modo per crescere e per stare al mondo in modo responsabile. Questo non significa ignorare o non conoscere l’AI, ma mi sembra di aver già vissuto questo scenario: arriva una nuova tecnologia, è gratuita finché non ne siamo tutti completamente dipendenti, poi scopriamo che non solo la stiamo già pagando con i danni ambientali e sociali che provoca, ma che dobbiamo iniziare anche pagarla individualmente. Nel percorso, abbiamo perso il senso delle cose. Non penso ci si possa considerare autori con lAI.

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Sono arrivata a Cittadellarte dopo un lungo cammino nel corso del quale credo di aver sempre imparato. In questo cammino mi sono liberata di molte convinzioni che non fossero supportate dall’esperienza, ma non posso dire di aver disimparato qualcosa. Continuo ad imparare e spero di continuare per tutta la vita.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Il mio modello è la società degli alberi di Mancuso, ovvero un sistema fortemente connesso (dal micelio!) dove l’intelligenza è diffusa in ogni sua parte e non esiste una gerarchia tra funzioni. Penso che Cittadellarte dovrebbe tendere maggiormente a questo: una maggiore connessione tra le sue parti, idee, competenze, esperienze. Dovremmo provare a essere foresta e prenderci cura del nostro micelio, ovvero l’arte, che è ciò che ci connette.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

L’indifferenza non è un’emozione, perché non è viva. E si, mi piacerebbe frantumarla con una mazza come ha fatto Michelangelo. Perché l’indifferenza è uno schermo, oltre il quale forse c’è vita.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Purtroppo durante i conflitti la propaganda sostituisce l’informazione e solo alcuni volti, quelli del gruppo vittima della narrazione stigmatizzante che porta alla disumanizzazione per rendere accettabile uno sterminio, sono sostituiti da numeri. Degli altri invece sappiamo tutto: se avevano famiglia, dove vivevano, cosa facevano…
Ogni regime ha provato a usare l’arte per rafforzare la propria narrazione, e sempre l’arte ha provato a rompere gli schemi anche a rischio della vita. L’arte in ogni caso è al centro e proprio per questo, se è espressione di un sincero bisogno creativo, non può che essere di parte. L’arte deve essere al servizio di una rigenerazione responsabile della società.


Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quella di non lasciarmi spegnere da ciò che succede fuori. Penso si possa chiamare resistenza, e il suo carburante è la gioia di stare al mondo, che si conquista! 

Pubblicazione
12.06.26
Scritto da
Luca Deias