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Cittadellarte allo specchio #22 – Maria Canella, l'ars construens come orizzonte

Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la ventiduesima puntata protagonista è Maria Canella, direttore del Corso di Moda sostenibile di Accademia Unidee, che osserva il presente attraverso la prospettiva della storia e il valore di un'arte capace di costruire.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa 22esima puntata lo specchio si rivolge a Maria Canella, direttore del Corso di Moda sostenibile di Accademia Unidee. Canella, PhD in Storia della società europea con l’abilitazione nazionale come professore associato. Ha insegnato Storia contemporanea, Storia delle donne e dell’identità di genere, Storia e documentazione della moda, Editoria e comunicazione di moda all’Università degli Studi di Milano. È stata direttore accademico di Raffles Milano, dove ha diretto il corso triennale di Fashion Design. Insegna inoltre Valorizzazione degli archivi storici all’Accademia di Brera e History of Contemporary Luxury alla IULM. È presidente della Fondazione Elvira Badaracco Studi e documentazione delle donne e fa parte del Consiglio direttivo di Museimpresa.

Nel dialogo che segue, Maria Canella offre lo sguardo della storica, riconoscendo nelle crisi anche momenti di intensa elaborazione culturale e sociale. Spaziando fra memoria, responsabilità e progettualità, invita a non subire il cambiamento, indicando nell'ars construens una "pratica" capace di trasformare l'incertezza in occasione di futuro.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Per rispondere a questa domanda, davvero importante e in un certo senso inquietante, mi rifaccio alla mia formazione di storica: come tutti sappiamo da tre secoli, ovvero dal Settecento ad oggi, gli anni Venti sono un periodo molto delicato, segnato da profonde crisi e da fenomeni dirompenti sia per la coscienza individuale sia per quella collettiva (basti pensare al diffondersi dei totalitarismi in Europa nel secolo scorso). Tuttavia, gli anni Venti sono sempre stati anni anche di fondamentale elaborazione artistica, culturale, sociale e politica e quindi sono convinta che anche questi anni Venti del XXI secolo segneranno una svolta e daranno indicazioni fondamentali per i prossimi decenni. 
L’importante è essere consapevoli del momento delicato che stiamo vivendo e non perdere l’occasione di essere protagonisti di queste trasformazioni.


Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Se guardiamo alla storia delle arti “maggiori”, ma ancora di più delle cosiddette arti “minori” o arti “decorative” (come per esempio il disegno industriale), che oggi rappresentano viceversa la vera sfida del futuro, ci rendiamo conto che periodi in cui si affermano i cosiddetti manierismi, attraverso l’uso della citazione e della contaminazione, sono stati momenti di straordinaria elaborazione teorica e pratica, che andava aldilà dell’emergere di singoli protagonisti per dare voce ad un tessuto creativo diffuso. Ritengo, dunque, che il confronto con culture diverse sia in senso geografico, sia in senso anagrafico, sia dal punto di vista del genere, sia dal punto di vista tipologico, sia sintomo di maturità e consapevolezza. E Cittadellarte ancora una volta dimostra di essere pienamente consapevole proprio nel cercare il confronto. 

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Sono nata all’inizio degli anni Sessanta quindi ho avuto la fortuna di vivere le più importanti rivoluzioni tecniche e tecnologiche (tra le quali ovviamente l’avvento del computer e del digitale), potendo vedere il prima, il durante e il dopo. E come per tutte le generazioni che nella storia si sono confrontate con importanti innovazioni tecnologiche la paura di una “disumanizzazione” dei processi dovuta all’efficacia e all’efficacia della “macchina” è stato un tema etico di grande rilevanza, ma che, con il senno di poi, non ha fermato l’innovazione. Anche oggi, di fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale, l’atteggiamento a mio parere deve essere quello di gestire il cambiamento mettendo sempre in primo piano le questioni etiche. 

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Le bellissima esperienza che sto vivendo in Accademia Unidee mi ha arricchito moltissimo e mi ha convinto a “lasciare andare” il senso di inadeguatezza e di precarietà che caratterizza il modo di lavorare milanese degli ultimi dieci anni. Ho recuperato viceversa i valori ambrosiani del rispetto e dell’impegno che caratterizzano i luoghi della grande intrapresa italiana da Milano a Torino a Biella. 

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Non credo che ci siano differenze in termini di maturità tra i diversi Uffizi di Cittadellarte proprio perché parliamo di un organismo vivente le cui parti sono tutte “vitali” e i cui organi sono tutti collegati e necessari gli uni agli altri. 

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Come ha scritto Pier Paolo Pasolini: “Il più grande peccato contemporaneo è l’indifferenza” e la parola “peccato” credo che esprima una duplice condanna, politica e morale, ma ci spinga oltre a vedere nell’indifferenza una piaga che affligge la nostra spiritualità individuale e collettiva. 

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L’arte ha da sempre un valore catartico, non siamo noi a scoprire questo valore e questa funzione, il punto è a mio parere uscire da un’idea generica di arte e riuscire a capire a quali fenomeni, protagonisti, eventi possiamo e dobbiamo riferirci quali esempi di ars construens e non di ars destruens. 

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quando spengo le luci l’emozione che resta accesa dentro di me è il desiderio di progettare e affrontare nuove sfide. In effetti l’indifferenza, come si è detto, è una male devastante, ma personalmente io ritengo inaccettabile la noia e quindi mentre sto lavorando a un progetto mi accorgo che consciamente o inconsciamente sto già pensando a un nuovo lavoro! Non so se sia un bene o un male, ma mi riempie di entusiasmo!

Pubblicazione
10.07.26
Scritto da
Luca Deias