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“La demopraxia rende visibile il secondo governo della società”: l’apertura di Paolo Naldini alla Camera dello Statodellarte

La demopraxia come nuovo patto tra istituzioni e comunità di pratica, per rendere visibile e attivo il potere creativo della società: (ri)scopriamo il discorso di apertura del direttore di Cittadellarte alla Seduta inaugurale della Camera dello Statodellarte tenutasi il 21 giugno al Palazzo del Buongoverno.

Terza pagina

Vorrei partire da una constatazione semplice, che però cambia tutto.

Noi non siamo individui separati. L'idea che la società sia fatta di individui separati — monadi autonome che si incontrano per contratto, come immaginava Hobbes, o per calcolo razionale — è una delle grandi finzioni della modernità. Una finzione utile, per certi versi: ha fondato i diritti universali della persona, ha emancipato dal potere assoluto, ha reso possibili le costituzioni moderne. Ma è anche la finzione che sta alla radice del fallimento della democrazia. Perché un individuo da solo non ha kratos. Non ha potere, non ha governo. Per avere potere come individuo deve diventare un dittatore, ed è quello che purtroppo accade continuamente. Un individuo da solo vota una volta ogni cinque anni e nel frattempo subisce. L'individuo che non segue la strada del dominio sugli altri è, nei termini della teoria demopratica, un automa: un soggetto che attraversa le strutture della vita collettiva senza governarle.

Ma guardiamoci intorno. Guardiamo come viviamo davvero. Ciascuno di noi appartiene a uno o più gruppi in cui si ritrova per fare qualcosa insieme ad altri: lavorare, curare, insegnare, costruire, creare. Sono le comunità di pratica — un'impresa, una scuola, un ospedale, una cooperativa, un'associazione — e queste comunità decidono i tempi della nostra giornata, generano il nostro reddito, formano la nostra identità. Governano, di fatto, la nostra esistenza. Costituiscono un secondo governo, accanto a quello delle istituzioni statali. Il primo governo è sempre visibile. Il secondo è quasi sempre invisibile. È l'elefante nella stanza: tutti lo hanno davanti, nessuno lo nomina. Esiste realmente, concretamente — ma non sa di esistere come soggetto governante, non lo dice esplicitamente, non lo rivendica e quindi non esplica pienamente il proprio potenziale.

La demopraxia — la filosofia e il metodo che abbiamo sviluppato qui a Cittadellarte — nasce per rendere visibile questo secondo governo e per organizzarlo in strutture effettive, permanenti, operative. Per dare ai cittadini, in quanto membri delle loro comunità di pratica, la possibilità di governare davvero la propria vita. Non contro il primo governo. Non per abolire le istituzioni. Ma per completarle, affiancarle, tenerle in tensione generativa.

Ed è qui che entra la formula della creazione — il cuore del Terzo Paradiso. La realtà nuova non nasce dalla vittoria di un polo sull'altro, ma dalla tensione generativa tra opposti. Da una parte il primo governo delle istituzioni. Dall'altra il secondo governo delle comunità di pratica. Tra i due, possiamo generare un terzo governo: la sintesi evolutiva del loro incontro. È ciò che la demopraxia costruisce sul campo, attraverso tre fasi: la mappatura — rendere visibili le comunità di pratica; il forum — farle dialogare e produrre una carta di azioni; il cantiere — realizzare ciò che il forum ha proposto.

Perché dico arte della demopraxia? Perché al centro di tutto questo sta la creazione. L'arte non è decorazione, non è settore: è la facoltà creatrice che ci rende umani. E la creazione — qui sta il punto — è massima libertà. Non esiste atto più libero del creare. Ma proprio perché è massima libertà, è anche massima responsabilità. Non si può creare senza rispondere di ciò che si crea. L'arte è alla base dello Statodellarte perché porta con sé questo nesso inscindibile: libertà e responsabilità sono la stessa cosa. Lo sapeva Rousseau, lo sapeva Pistoletto quando nel 1994, nel Manifesto di Progetto Arte, dichiarava l'arte come connettore tra tutti i settori della società e motore di una trasformazione responsabile.

Oggi in questa sala siamo una cinquantina. Ma non siamo soli. Lo Statodellarte conta già su centinaia di Ambasciate attive in oltre cinquanta paesi del mondo — fino all'anno scorso chiamate Ambasciate del Terzo Paradiso, oggi Ambasciate dello Statodellarte. E conta su nove cantieri attivi di opera demopratica: da Cuba a Seul (permettetemi di salutare Laura Salas da Cuba e Soik Jung ed Erica Sfascia da Seul), da Roma a Ginevra, a Biella stessa. Comunità di pratica reali, in territori vivi, con economie, istituzioni, spazi e persone direttamente impegnate. Noi qui oggi siamo i rappresentanti di migliaia di persone che si sono attivate nel proprio territorio nel nome della responsabilità dell'arte e della demopraxia. Abbiamo una responsabilità enorme di fronte a loro. Questa seduta inaugurale non è un evento simbolico: è un atto che risponde a queste persone e alle loro organizzazioni, attivate verso ciò che ora possiamo chiamare con un nome chiaro che — come si dice — è tutto un programma: lo Statodellarte. E aggiungo: lo Statodellarte della demopraxia!

E non possiamo ignorare il mondo in cui questo atto si compie. Viviamo un tempo di distruzione, di guerre, di orrore. Un tempo in cui la politica istituzionale — il primo governo — non riesce a fermare la violenza, e spesso la alimenta. La delusione è comprensibile. La disperazione è una tentazione reale.

Ma la demopraxia non nasce dalla disperazione. Nasce dalla constatazione che la società civile — le famiglie, le imprese, le scuole, i comuni, il mondo della cura e dello sport — non vuole la guerra. Nessuna comunità di pratica la vuole. Lo sport ce lo insegna ogni giorno: la massima competizione, la volontà assoluta di vincere, senza mai eliminare l'avversario — che anzi è la condizione necessaria della partita. Questo è il paradigma che ci serve: non l'eliminazione dell'altro, ma l'incontro, l'ascolto, la co-creazione. È per questo che lo Statodellarte dichiara la pace preventiva: non la pace come tregua dopo la distruzione, ma la pace come costruzione attiva e quotidiana, come pratica permanente delle comunità che governano davvero la vita delle persone.

Per dare corpo duraturo a tutto questo serviva un nuovo patto sociale. Non il contratto tra individui isolati e uno Stato sovrano, ma un'alleanza tra comunità di pratica consapevoli e istituzioni disposte a riconoscerle. Da questa esigenza Cittadellarte fonda lo Statodellarte: un luogo, un'istituzione, una rete di città e comunità rifugio in cui dare spazio all'utopia e trasformarla in realtà. Per anni, dai Novanta, qui si sono poste le basi e si sono tenute le sperimentazioni di modi di vivere, di stare al mondo fondati sulla co-creazione e la responsabilità della libertà, e si sono dunque prodotti casi, percorsi, documenti, manifesti, attività, teorie. Quelle esperienze diventano oggi Costituzione. La pratica diventa istituzione. Il laboratorio diventa Camera.

Lo stato dell'arte — come stanno le cose, il punto in cui siamo — diventa Statodellarte: uno stato dell'essere attivo, creativo, in cui l'arte è il principio di coesione. Ma anche uno stato inteso come una società. Una società di coautori, non di automi.

Assumo dunque la Presidenza della Seduta inaugurale della Camera dello Statodellarte e dichiaro aperti i lavori.

Come previsto dalla nostra Costituzione, da questo momento essa entra formalmente in vigore, insieme a tutti gli atti collegati che la Presidente della Fondazione ha appena consegnato al Collegio dei Garanti.

In virtù dell'articolo 8 del Regolamento della Camera, anch'esso da questo momento in vigore, la Presidenza è tenuta a illustrare l'ordine dei lavori, regolare gli interventi, guidare la ricerca del consenso e verificare l'esito delle decisioni.

Paolo Naldini

Per ulteriori info sulla seduta inaugurale della Camera dello Statodellarte è possibile visionare un nostro precedente articolo.
Pubblicazione
26.06.26
Scritto da
Paolo Naldini