0%
Menù
Foto Journal
Torna al Journal

Cittadellarte allo specchio #21 – Laura Pozzati: imparare per comprendere, comprendere per cambiare

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La ventunesima puntata della rubrica è dedicata a Laura Pozzati, guida di Cittadellarte, che ha intrapreso a un viaggio fra accoglienza, mediazione culturale e didattica, approfondendo il valore delle parole, l'importanza di tenere insieme prospettive diverse e la responsabilità di trasformare ogni incontro in un'occasione di conoscenza reciproca. "A Cittadellarte ho avuto la conferma - ha affermato - che tutto è collegato: ogni tema, problema e questione deve essere visto da diversi punti di vista".

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa ventunesima puntata lo specchio si rivolge a Laura Pozzati, accompagnatrice turistica abilitata, mentre l’abilitazione a guida turistica è in progress. "Scelgo di lavorare nel mondo del turismo e della valorizzazione culturale - ha esordito - fin dalle scuole superiori, con il Diploma per perito turistico, continuando il percorso con la Laurea in Scienze del Turismo, e cominciando la mia esperienza nel mondo museale grazie al progetto Rete Museale Biellese nel 2015, presso gli ecomusei di Bagneri e Trappa. Rimango in Trappa fino al 2023, come guida ecomuseale e collaborando nella gestione della foresteria/ristoro e delle attività didattiche". Unitamente a queste esperienze, aggiunge l’impegno nel volontariato, collaborando negli anni con diverse associazioni culturali e di promozione del territorio, ricoprendo ancora oggi un incarico nel consiglio direttivo dell’Associazione per l’Ecomuseo Valle Elvo e Serra ODV. "Nel 2024 'scendo a valle', cambio prospettiva - ha aggiunto - e cerco nuove strade: arrivo a Falseum – Museo del Falso e dell’Inganno a Verrone, dove inizio un percorso come addetta all’accoglienza, guida museale e addetta alla didattica, ruoli che mantengo ancora oggi unitamente a compiti di gestione e coordinamento. Sempre nel 2024 arrivo a Cittadellarte, dove mi occupo di accoglienza, mediazione culturale, attività didattiche. Baso il mio lavoro e il mio impegno - ha sottolineato - su due mantra: Ogni giorno è buono per imparare qualcosa e ogni persona è migliore di te in qualcosa, in quella cosa impara".
Nell’intervista che segue Laura racconta una Cittadellarte osservata dal punto di vista di chi ogni giorno accompagna persone diverse dentro i suoi spazi e le sue idee. Nelle sue risposte ricorre spesso il tema della connessione: parole e azioni, memoria e futuro, chi arriva e chi accoglie. Per lei la trasformazione passa anzitutto dalla comprensione, riconoscendo che dietro ogni numero esiste una storia, così come dietro ogni visita esiste un incontro.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Attivare una trasformazione sociale responsabile e sostenibile è l’obiettivo per cui nasce Cittadellarte: ha senso continuare a parlarne perché la trasformazione è un processo continuo, che non si ferma mai, così come siamo noi per primi a trasformarci costantemente.
Non mi sembra necessario cambiare lessico, abbiamo già i termini corretti che indicano direzione e obiettivo, occorre forse un ulteriore sforzo volto ad aumentare la comprensione, la consapevolezza e la responsabilità del ruolo di ognuno nel cambiamento. Si rende necessario scardinare l’indifferenza, il menefreghismo, il “non è affar mio”, “non è compito mio”: migliorare la nostra società e il nostro futuro è compito di tutti, ma dobbiamo essere consapevoli del problema da affrontare e del nostro potere di incidere sul risultato finale.
La parola “transizione”, come molte altre del vocabolario attuale, hanno perso forza perché non sono più associate a un’azione concreta: sono usate male, sono abusate talvolta, perdono il loro significato e il loro valore, si svuotano completamente. Eppure, anche le parole hanno un peso che non bisogna mai sottovalutare.


Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Collocare un’opera (d’arte o demopratica) nello spazio pubblico significa esporla a tutti, permettendo a chiunque di vederla, toccarla, accettarla o non accettarla. È un rischio, ma è anche prerogativa dell’arte contemporanea uscire dai classici schemi, esponendosi per suscitare una reazione: non è sempre di facile comprensione, ma agendo come specchio del nostro tempo e del nostro mondo, dovrebbe aiutarci a capirli meglio.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Come ogni strumento inventato dall’uomo, anche AI, robot e algoritmi sono parte del progresso che dovrebbe migliorare e facilitare il nostro quotidiano: educare e responsabilizzare sono interventi necessari per capire i pro e i contro che questi strumenti inevitabilmente producono. 

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
A Cittadellarte ho avuto la conferma che tutto è collegato: ogni tema, problema e questione deve essere visto da diversi punti di vista. Non bisogna restare fossilizzati su un solo modo di vedere e intendere, ma abbracciare ogni possibilità, alla ricerca della soluzione migliore.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
È straordinario vedere lo sviluppo di Cittadellarte fuori dal Biellese (Italia, UE, mondo): le ambasciate e le opere demopratiche che riuniscono così tante persone nel portare avanti i messaggi di Cittadellarte; così come le residenze, i corsi di accademia e i progetti dei diversi uffizi che portano persone da ogni parte del globo a convergere qui a Biella, vivendo, lavorando, imparando, scoprendo, creando.
Trovo invece paradossale la scarsa conoscenza che, ancora oggi, parte della popolazione biellese ha di Cittadellarte: il progetto di Biella Città Arcipelago sta lavorando per diminuire questo divario, ma c’è ancora molto da capire. Chi non conosce Cittadellarte, perché non la conosce? Perché Cittadellarte non è interessante ai suoi occhi? Come si può correggere questa percezione?


Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Noi proviamo sempre qualcosa, in ogni momento, in ogni situazione; purtroppo il mancato coinvolgimento emotivo è estremamente diffuso oggi, e le cause possono essere molteplici: il costante “bombardamento” di notizie negative ci fa desiderare di non conoscere altro, per non accumulare tristezza o dolore, usando quindi l’indifferenza come meccanismo di difesa nei confronti delle brutture del mondo; molte persone vivono situazioni di forte stress emotivo che le portano a chiudersi all’interesse e alle interazioni verso l’esterno; ed è anche diffusa la pratica del “è lontano da me, non è affar mio, non mi riguarda”. In questo mondo estremamente connesso riceviamo costantemente notizie, informazioni, input non sempre positivi, ma renderci estranei a quanto accade non risolve il problema. Anzi, lo peggiora.
Se l’indifferenza fosse un’opera d’arte sarebbe da distruggere, riutilizzando i cocci per creare qualcosa di nuovo e migliore.


Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
La statistica è la disciplina scientifica che raccoglie, analizza, interpreta dati per studiare fenomeni collettivi. Parliamo di numeri, che possono aiutare a comprendere determinati fenomeni o ambiti, sintetizzando una quantità enorme di dati per trarne facilmente delle conclusioni. La questione è che, dietro ogni numero, c’è un volto e una storia, ognuna diversa, peculiare, specifica, che merita la giusta attenzione. Tenere conto di quelle storie può aiutare a riflettere in modo diverso sul problema, ponendo l’accento su dettagli di cui le statistiche non si occupano
Quando si ricordano i nomi e volti, nelle manifestazioni artistiche o di altro genere, non si vuole spettacolarizzare il dolore, ma si parla di memoria, ricordo, cura: quando ci dimentichiamo la storia, quando dimentichiamo quei volti, ripetiamo gli stessi errori. Ricordarli ci insegna cosa è stato e ci aiuta ad evitare che si ripeta.


Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
A Cittadellarte non ho un ufficio univoco, ma un “ufficio diffuso”, formato da tutti gli spazi che attraverso durante le visite, spazi che cambiano spesso funzione e contenuto, così come cambiano sempre le persone che incontro e accompagno.
Posso immaginare la chiusura dell’ultimo spazio, che corrisponde alla fine della visita, come la “chiusura del mio ufficio”: saluto i visitatori ringraziandoli della compagnia durante il percorso, grata per la conversazione nata durante la visita e per quanto mi hanno trasmesso durante quel breve momento insieme, sperando di aver contribuito alla comprensione di Cittadellarte e della sua missione. E mi preparo per la visita successiva, riaprendo nuovamente gli spazi, accogliendo nuove persone, trasmettendo e imparando qualcosa di nuovo, ancora una volta.

Pubblicazione
03.07.26
Scritto da
Luca Deias