0%
Menù
WhatsApp Image 2026 06 19 at 12.35.20
Torna al Journal

“Cittadellarte allo specchio” #20 – Alessandro Pastore, ripartire dal basso per guardare in alto

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La ventesima puntata della rubrica è dedicata ad Alessandro Pastore, responsabile dei sistemi informatici di Cittadellarte. Tra tecnologia, comunità e responsabilità, il dialogo attraversa il tema delle certezze da abbandonare, del ruolo dell’arte e della ricerca di nuove forme di partecipazione.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa ventesima puntata lo specchio si rivolge ad Alessandro Pastore, responsabile dei sistemi informatici di Cittadellarte. Nato nel 1966 in un mondo totalmente analogico, da trent'anni professionista nel campo dell'IT con una sua azienda prima e ora come collaboratore. Padre di un figlio di 20 anni, opera principalmente nel quadrante nord est del Piemonte e, nello specifico, lavora come sistemista Linux e Windows con diversi anni trascorsi a sviluppare applicazioni web. Dal 1998 segue con passione tutto il mondo dell'Open Source nella convinzione che sia un'informatica pensata per le persone. "Sono sempre stato affascinato - ha affermato - dalle cose che funzionano, prima i motori, poi l'informatica e adesso la nostra mente. Inoltre sono molto interessato allo sviluppo socio-economico della nostra montagna, alle attività in outdoor e alla mio motocicletta, che uso appena posso".

Nell’intervista che segue porta nello specchio di Cittadellarte uno sguardo maturato in oltre trent’anni di lavoro nel mondo dell’informatica, ma anche nella continua osservazione dei cambiamenti sociali e culturali che accompagnano il nostro tempo. Pastore legge il presente mettendo in discussione alcune delle risposte costruite negli ultimi anni: dalla trasformazione sociale alla diffusione dell’intelligenza artificiale, fino al rapporto tra individuo e comunità.
Dalle sue parole, si evince come nel suo percorso professionale abbia attraversato l’evoluzione della tecnologia mantenendo centrale una domanda: come possono gli strumenti che creiamo restare al servizio delle persone? Un interrogativo che ritorna anche nel suo modo di guardare a Cittadellarte, tra esperienza tecnica e attenzione verso le dinamiche umane.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Ha senso parlare di transizione? Ha senso parlare di trasformazione sociale responsabile? Sì. Ma bisogna anche avere il coraggio di cambiare il lessico e ripensare le pratiche. Perché, secondo me, molte delle risposte messe in campo negli ultimi anni si sono rivelate sbagliate. C’è una parte della società che si definisce progressista, nelle sue diverse forme, che non ha visto – o non ha voluto vedere – come stava cambiando la nostra società. Non riguarda solo l’Italia: è un fenomeno che attraversa molte società occidentali. La deriva che stiamo vivendo è iniziata da tempo ed è stata lasciata crescere. Non ho soluzioni definitive, ma credo che l’errore sia stato non comprendere fino in fondo i bisogni profondi delle persone. Sono proprio quei bisogni, non ascoltati, ad aver lasciato spazio a derive autoritarie, agli abusi di potere, agli squilibri economici che hanno permesso a pochi di accumulare ricchezze sempre maggiori. Per questo credo sia necessario ripensare radicalmente le logiche con cui interpretiamo la società e il modo in cui proviamo a trasformarla.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
L’azione sul piano locale e globale, attraverso il lavoro di Michelangelo Pistoletto e della Fondazione, dimostra quale direzione sia necessario seguire, soprattutto quando si parla di democrazia/demopraxia e di Pace preventiva. Credo che sia proprio questa la strada da percorrere.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Ritengo che gli algoritmi e l’intelligenza artificiale abbiano già modificato profondamente la nostra cultura e il nostro modo di vivere la società, soprattutto nelle generazioni più giovani, che sono anche quelle più esposte. Un’azione umana consapevole deve necessariamente ripartire dal basso: deve nascere dalle persone e dalle comunità, perché gli interessi in gioco sono troppo forti e questa deriva difficilmente potrà essere fermata solo dall’alto.

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Nel tempo trascorso a Cittadellarte credo di aver disimparato ad avere certezze. Ho inoltre imparato a ragionare sempre più a partire dall’esperienza del momento, lasciando spazio alla possibilità che le cose possano cambiare.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Paradossalmente credo che la parte più fragile sia il legame con il territorio biellese. Allo stesso tempo, considero molto forte e matura la dimensione internazionale di Cittadellarte: è profondo il riconoscimento che ha costruito nel mondo, così come la capacità di sviluppare attività e progetti in contesti diversi.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Di fronte alle immagini quotidiane di dolore viviamo soprattutto una condizione di impotenza assoluta. Nel mio pensiero esistono possibilità pacifiche per uscire da questa impotenza, ma spesso la risposta più immediata delle persone è quella di diventare indifferenti: costruire una corazza, chiudersi nella propria dimensione privata e quotidiana. Se l’indifferenza fosse un’opera di Michelangelo Pistoletto, sì, la distruggerei volentieri.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
I numeri rischiano di cancellare le persone. Credo che oggi uno dei compiti dell’arte sia proprio quello di restituire un volto, una storia, un’identità a chi viene ridotto a una cifra. Forse l’arte può contribuire a risvegliare la società, ricordandoci che non possiamo accettare che alcune vite vengano messe ai margini o rese invisibili.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quando spengo le luci del mio ufficio, rimangono accese tutte le luci legate alla qualità della mia vita personale.

Pubblicazione
19.06.26
Scritto da
Luca Deias