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Cittadellarte allo specchio #30 – Luz J. Carollo, le discussioni "da bar" per tornare a essere umani
Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 30esima puntata la protagonista è Luz J. Carollo. Dalle visite guidate ai laboratori, dalle scuole alle comunità, l’arte diventa per lei un modo per stare in relazione recuperando il confronto quotidiano, mettere in discussione le proprie certezze e non smettere di scegliere.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa 30esima puntata i riflettori sono puntati su Luz J. Carollo: "Nella 'vita precedente' - ha esordito - avevo intrapreso la carriera come interior designer, trovandomi a lavorare anche all’estero, anche se nell’ultimo periodo, prima di terminare, non la sentivo più tanto mia, mi mancava qualcosa. Poi arrivò il Covid e la forzatura di un ritorno a casa qui nel Biellese. Così ho ricominciato a pensare a cosa veramente avrei voluto fare: 'arte' è stata la mia risposta". Luz ricomincia così a studiare arteterapia (con un corso di counseling quadriennale a Bologna) poi, grazie a una proposta del direttore di Cittadellarte Paolo Naldini, le viene data la possibilità di seguire i corsi di Arte Contemporanea all'Accademia Unidee. "Durante gli studi - ha aggiunto - mi sono appassionata sempre di più a Cittadellarte, che un po’ mi aveva accolta e dato una seconda possibilità, e sono entrata a far parte del 'team guide'. Prima come 'guida semplice', raccontando le varie opere del maestro durante le visite nei weekend e poi, man mano, aumentando le mie mansioni all'interno della struttura. Negli anni sono diventata una delle referenti per i progetti dedicati ai più piccoli - tra visite e laboratori creativi - e per l'accoglienza di gruppi con diversi background. Per questo lavoro ho sempre cercato di utilizzare le opere d'arte come punto di unione e conoscenza dell’altro". Oltre alle varie attività all’interno della Fondazione, negli ultimi mesi Luz è diventata libera professionista dell’arte a tutti gli effetti, lavorando con varie comunità "con cui utilizzo l’arte - ha sottolineato - come mezzo di unione ed esperienza e gestendo laboratori vari tramite l’associazione ColSennoDiPoi, nata con l’intento di aprire a nuove collaborazioni artistico-culturali senza confini".
Il percorso di Luz dentro e fuori Cittadellarte sembra così intrecciare una ricerca personale e una dimensione relazionale: l’arte come strumento per incontrare l’altro, creare connessioni e aprire spazi di confronto. Uno sguardo allo specchio del (suo) mondo che la porta ad attivare domande, scambi e nuove forme di partecipazione. Ed è proprio da questa posizione, a metà tra pratica artistica, educazione e vita quotidiana, che Luz affronta le domande della rubrica.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Penso che abbia senso riprendere in mano il significato vero di responsabilità sociale. Percepisco tanto individualismo e a volte si fa fatica a entrare in empatia con le persone. Ripensare alle pratiche di comunità potrebbe essere un ottimo passo per provare a riconnetterci come esseri umani, pratiche che sto vedendo fiorire in ogni dove, soprattutto dal basso, da persone che si prendono cura di altre persone, il più delle volte senza pensare al guadagno monetario, ma solo emotivo/affettivo. Se vogliamo ancora usare la parola “transizione” secondo me possiamo farlo, ma non più correndo in avanti, ma rallentando e camminando un po’ all’indietro. E non lo dico da nostalgica, anche perché non c’ero in alcuni momenti storici, ma come studiosa e praticante di pratiche sociali.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
La Fondazione, come luogo d’arte, ha il dovere di accettare questo rischio, ma deve avere anche la capacità di adattare ogni opera demopratica ai luoghi, e soprattutto alle persone, di altre parti del mondo. Non possiamo pretendere di insegnare qualcosa tramite un’opera, ma abbiamo il dovere di stare ad ascoltare. Ogni persona è diversa per origini, background ed esperienze di vita, e viene a contatto con l’arte in modo totalmente diverso. Il messaggio della demopraxia è la base della buona comunicazione se il dialogo si apre con la curiosità di conoscenza e l’adattabilità dell’opera stessa.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
L'educazione alla responsabilità inizia già in tenera età, se si lascia spazio. Quello che più mi spaventa di più di questo periodo storico, fatto appunto di algoritmi, intelligenza artificiale e automazione, è la sensazione di perdita delle sfumature diverse di ognuno di noi, delle nostre peculiarità e originalità, arrivando a dialoghi appiattiti da discussioni “da social” e non più “da bar”, che per quanto li abbiamo sempre un po’ derisi e screditati, ci rendevano più umani. Si sta perdendo la cultura dal basso, che arrivava anche dai lavori più umili, ma che costituivano la base delle nostre società. Abbiamo ancora la facoltà di scelta, anche se temo che a volte ce ne dimentichiamo, e questo potrebbe fare la differenza sulle nostre responsabilità.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Ho disimparato a venerare le opere d’arte per come vengono presentate senza metterle in discussione. Ho iniziato a vedere un’opera come un punto di inizio di un dialogo, di un’apertura, di un confronto, non più come una pietra miliare che non può essere “smontata” e che se l’artista l’ha pensata in un certo modo, così deve essere. La mia lunga esperienza al museo mi ha permesso anche di trovare differenze nella definizione dei nostri ruoli passando da “guida semplice” che studia da manuale e cataloghi e cosi riporta al pubblico, a “mediatrice artistica/culturale” che richiede anche da parte nostra più impegno di studi che non siano solo legati all’opera, ma al contesto storico, alla conoscenza di altri artisti e poi l’adattamento e la capacità di rivedere il proprio pensiero, anche in base al pubblico che ti trovi di fronte.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Sento fragile la comunicazione con il territorio nonostante gli anni di presenza. Mi è capitato di raccontare dove lavoro e vedere le persone un po' sperse, senza sapere bene di cosa stessi parlando. So che il mondo dell’arte tante volte viene percepito distante ma io stessa, prima di iniziare a studiare e poi lavorare qui ero stata in visita una volta sola ed ero un po’ all'oscuro di tutti i progetti attivi al suo interno (il primo effettivo con cui sono venuta a contatto anni fa fu Let Eat Bi). La parte invece che ho scoperto forte, e forse perché riesco a entrarci più in contatto, è la parte educativa. Penso che le persone responsabili di questi progetti stiano facendo dei lavori molto forti e ben saldati sul territorio: le scuole che decidono di venire in visita in Fondazione, hanno la possibilità di scegliere da un catalogo ben fornito di varie proposte per ogni ordine e grado. So che gioco in casa perché mi trovo spesso a far parte di questo team. Credo sia bello potersi confrontare realmente con varie generazioni e penso che le persone che si occupano di gestire, organizzare e rendere operativa tutta questa parte stiano andando oltre la mia immaginazione.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L'indifferenza a volte ci salva, serve per non impazzire, per cercare di sopravvivere. Ho sentito una volta un'intervista a uno storico: affermava la nostra psiche non è in grado di gestire il bombardamento continuo di immagini e notizie, perché non siamo stati “programmati” per assorbire anche cose che accadono lontanissime da noi e secondo me è proprio lì che ci perdiamo. Non riusciamo più a capire dove possiamo essere “utili”: se aiutando il vicino di casa, o il quartiere, magari facendo volontariato o inviando soldi per qualche progetto lontano... ma ignorando poi totalmente i nostri prossimi vicini. Più che indifferenza, che richiede comunque un certo tipo di formazione/informazioni e scelta, purtroppo secondo me viviamo un momento di grandissima apatia e individualismo.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Giusto l'altro giorno ho visto l'opera di Alfredo Jaar alla Biennale: racconta, tramite un'installazione, la nostra continua ricerca di materiali preziosi per i nostri device nonostante porti a conflitti e morti. E quindi sì, l'arte ha ancora il dovere di parlare a dei pubblici più ampi per provare a stimolare le coscienze, ma quello che mi chiedo sempre è... E poi? Quando abbiamo capito, ragionato e fatto nostro un certo concetto, cosa succede? Ci attiva o cadiamo nell'indifferenza? In questo caso direi che prendiamo un telefono e scattiamo una foto e, in qualche modo, il cerchio si chiude.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Il mio “ufficio” a Cittadellarte è molto grande: essendo guida la maggior parte delle mie ore la passo su e giù per gli spazi, portando persone in visita. Il più delle volte mi rimane l'emozione di aver avuto dei buoni scambi con i visitatori, che ci siamo messi in gioco da entrambe le parti e quindi di aver usato l'arte come attivatore di qualcosa in più rispetto al semplice racconto dell'opera o degli spazi. Cerco di evitare le visite frontali dove racconto come una dispensa e basta. È questo che mi fa adorare il mio lavoro pensando che sì, forse c'è ancora speranza nelle persone.