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Cittadellarte allo specchio #32 - Fortunato D'Amico, quando il cambiamento comincia dalla disponibilità a rimettersi in discussione
Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 32esima puntata il protagonista è Fortunato D'Amico, uno dei curatori di Cittadellarte. Dalla Pace Preventiva alla Demopraxia, una conversazione sul potenziale trasformativo dell'arte, sulla responsabilità delle comunità e sulla possibilità di contrastare l'indifferenza attraverso l'azione e la partecipazione.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa 32esima puntata i riflettori sono puntati su Fortunato D’Amico: curatore artistico indipendente, si è formato in Architettura al Politecnico di Milano, dove ha studiato arte contemporanea con Germano Celant e si è laureato con Ernesto d’Alfonso con una tesi sui linguaggi simbolici del barocco derivati dall’uso dell’astronomia. Ha insegnato design e architettura al Politecnico di Milano e di Torino ed è promotore di progetti artistici multidisciplinari in ambito progettuale, scientifico, antropologico, sociale e ambientale. Ha curato mostre e tenuto conferenze in Italia e all’estero, è stato autore di programmi televisivi dedicati al mondo delle art e scrive cataloghi e saggi per diverse case editrici. Infine, last but not least, è uno dei curatori di Fondazione Pistoletto Cittadellarte.
Nel confronto con le domande di Cittadellarte allo specchio, Fortunato D’Amico tocca alcune delle questioni che riguardano il rapporto attuale tra arte e società: il (vero) significato della trasformazione sociale, la responsabilità di chi opera nei territori, le opportunità e le criticità dell’intelligenza artificiale. Fortunato, in un gioco di specchi, riflette sul rapporto tra arte e potere, le nuove tecnologie e il valore dell'empatia, senza rinunciare al dubbio e alla disponibilità a rivedere le proprie convinzioni.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Credo che parlare di trasformazione sociale responsabile abbia oggi un significato particolarmente importante. Occorre però interrogarsi sul modo in cui rappresentiamo la realtà e sulla capacità delle parole di tradursi in comportamenti e pratiche di partecipazione. Nel corso della mia vita ho sentito annunciare continuamente guerre, crisi economiche, catastrofi e minacce alla sicurezza. La paura accompagna da secoli l’esercizio del potere politico, religioso ed economico. La storia della propaganda e i trattati di strategia documentano quanto l’individuazione di un nemico e la promessa di protezione siano strumenti utilizzati per orientare il consenso e giustificare i conflitti. La globalizzazione ha modificato profondamente la dimensione di questo fenomeno. In passato i mezzi di informazione operavano prevalentemente entro orizzonti territoriali, raccontando guerre vicine o legate agli interessi politici ed economici delle comunità di riferimento. Oggi riceviamo quotidianamente notizie di conflitti provenienti da ogni continente. Anche il potere ha assunto dimensioni planetarie e la comunicazione diffonde simultaneamente il senso della minaccia a miliardi di persone.
Le ricerche documentano un aumento delle vittime delle guerre negli ultimi anni. A questa realtà si aggiunge un flusso continuo di informazioni che può alimentare la percezione di vivere in uno stato permanente di emergenza. Quando i messaggi vengono costruiti per convincere i cittadini che ogni possibilità di cambiamento sia preclusa, la paura produce rassegnazione e immobilità. La rappresentazione del presunto nemico favorisce inoltre l'accettazione della guerra come risposta inevitabile. La storia ci insegna quanto la partecipazione delle persone possa modificare rapporti di forza consolidati. Le conquiste sociali, l'estensione dei diritti e i processi di emancipazione sono testimonianze della capacità delle comunità di limitare il potere esercitato attraverso la coercizione. Diffondere questa consapevolezza significa restituire ai cittadini fiducia nella possibilità di intervenire sulle decisioni che riguardano la propria esistenza.
È proprio da queste considerazioni che assume significato la Pace Preventiva, il progetto promosso da Michelangelo Pistoletto e Cittadellarte come risposta culturale e sociale alla logica della guerra preventiva, che continua a orientare parte delle strategie geopolitiche contemporanee. Attraverso il Terzo Paradiso e la Demopraxia, questa prospettiva coinvolge arte, scienza, economia, educazione e organizzazioni sociali nella costruzione quotidiana delle condizioni della pace.
Ritengo quindi che il lessico della trasformazione conservi tutta la propria validità, purché venga accompagnato da una revisione delle pratiche e da un'assunzione diffusa di responsabilità. La comunicazione deve contribuire a rendere visibili le esperienze di cooperazione, le possibilità di partecipazione e i risultati delle iniziative collettive.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
La domanda sul rischio merita una riflessione sul metodo attraverso il quale Cittadellarte e Michelangelo Pistoletto intervengono nei territori. Un’opera demopratica nasce da un processo di conoscenza e condivisione che coinvolge le comunità attraverso un percorso articolato in tre momenti, la mappatura, il forum e il cantiere. Si individuano le organizzazioni presenti, si ascoltano le loro esperienze, si raccolgono esigenze e proposte, fino a costruire insieme le condizioni per realizzare un intervento. L’installazione rappresenta quindi un momento di un lavoro che ha già coinvolto le persone e riconosciuto le caratteristiche del luogo. Il Terzo Paradiso ci insegna a ricercare equilibri dinamici tra posizioni differenti, attraverso il confronto e il riconoscimento delle diversità. Questo principio trova applicazione anche nel progetto Love Difference, che considera le differenze culturali, religiose e sociali una componente essenziale della convivenza. Ogni territorio possiede una storia e un sistema di relazioni che richiedono conoscenza, ascolto e rispetto. Un intervento realizzato senza queste attenzioni può generare incomprensioni e conflitti. Per un’opera che promuove la Pace Preventiva sarebbe il segnale di un percorso condotto senza aver compreso pienamente il contesto.
Le esperienze di Cittadellarte dedicate al dialogo tra le religioni, attraverso mostre e incontri con intellettuali e rappresentanti di confessioni differenti, hanno mostrato la possibilità di individuare terreni di confronto anche tra tradizioni attraversate da tensioni storiche. Il metodo del Terzo Paradiso permette di affrontare le divergenze attraverso la ricerca di condizioni di equilibrio, riconoscendo a ciascuno la propria identità.
Esistono naturalmente comunità nelle quali le chiusure culturali, politiche o religiose rendono difficile avviare un dialogo. Pensare di superare queste resistenze attraverso la semplice presenza di un’installazione significherebbe fraintendere il senso della Demopraxia. Occorrono tempo, continuità nelle relazioni e una ricerca costante degli equilibri che permettono alle persone di partecipare.
Il rischio, dunque, riguarda soprattutto la nostra capacità di comprendere il territorio e di rispettare le condizioni necessarie per costruire un percorso condiviso. Quando questo lavoro viene trascurato, siamo noi a creare le premesse di un possibile fallimento.
Se invece per rischio intendiamo la disponibilità a entrare in relazione con comunità differenti, ad ascoltare, confrontarci e partecipare alla costruzione di nuovi equilibri, allora è un rischio che dobbiamo assumerci. È proprio questa la pratica della Demopraxia e il senso della Pace Preventiva.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Mi sembra che stiamo affrontando l’intelligenza artificiale con interrogativi che hanno accompagnato l’introduzione della scrittura, della stampa, della fotografia e delle macchine industriali. Ogni innovazione modifica il rapporto tra conoscenza, lavoro e potere, costringendoci a rivedere il significato dell’autorialità. Oggi affidiamo alle tecnologie anche attività che riguardano il pensiero, l’immaginazione e la produzione culturale.
L’intelligenza artificiale tende a restituirci modelli medi, risposte prevedibili e accomodanti, costruite per soddisfare le nostre aspettative. L’inclinazione all'autocompiacimento consolida convinzioni, riproduce stereotipi e favorisce un'omologazione del pensiero. La crescita culturale e personale richiede anche il confronto con ciò che ci disturba, la scoperta dell'errore, il dubbio e l'incontro con interpretazioni impreviste. Un sistema che continua a darci ragione diventa uno strumento di impoverimento intellettuale.
A questo si aggiunge la concentrazione delle conoscenze e degli strumenti nelle mani di pochi soggetti economici, capaci di influenzare informazioni e comportamenti su scala planetaria. Educare è aiutare a sviluppare capacità critica e di partecipazione alle decisioni che orientano l'impiego delle tecnologie.
Anche l'autorialità merita una riflessione. Ogni opera nasce da esperienze, conoscenze e contributi che attraversano la storia delle culture. L'intelligenza artificiale rende evidente questa dimensione collettiva, sollevando interrogativi sulla proprietà intellettuale e sul riconoscimento del lavoro umano.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Con il tempo ho compreso quanto sia facile trasformare un'idea in una convinzione da difendere, fino a perdere la disponibilità a discuterla. Anche chi si occupa di cambiamento può finire per riprodurre gli stessi meccanismi di autorità che vorrebbe superare.
L'esperienza a Cittadellarte mi ha portato a riflettere sul rapporto tra intenzioni e risultati. Ho visto progetti accompagnati da dichiarazioni di responsabilità sociale produrre effetti modesti, mentre iniziative nate da esigenze quotidiane hanno generato partecipazione e cambiamenti concreti. Ho imparato a prestare attenzione alle persone, ai loro interessi, alle contraddizioni e alle condizioni che rendono possibile una collaborazione.
Oggi lascerei andare soprattutto la convinzione che la cultura possieda, per sua natura, una capacità di migliorare la società. Anche l'arte può diventare uno strumento di prestigio, di esclusione e di legittimazione del potere. Dipende da chi la promuove, dalle finalità perseguite e dalle relazioni che riesce a costruire.
Continuo a considerare il dubbio una risorsa del pensiero. Credo che disimparare significhi conservare la disponibilità a rivedere le proprie posizioni, riconoscere gli errori e accogliere conoscenze che possono modificare il nostro modo di interpretare il mondo. È un esercizio che riguarda anche le idee alle quali siamo maggiormente affezionati.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
I passaggi di stato sono sempre momenti delicati nella vita di un organismo. Ogni trasformazione richiede abilità che si acquisiscono attraverso l’esperienza. Credo che oggi le fragilità di Cittadellarte riguardino soprattutto alcuni aspetti della sua evoluzione organizzativa. Quando una struttura cresce e aumenta la partecipazione, la trasmissione delle informazioni, il coordinamento delle attività e la condivisione degli obiettivi diventano questioni decisive.
Il sistema dello Statodellarte presenta inoltre una particolarità. Si alimenta in larga parte attraverso forme di militanza culturale, grazie a persone che dedicano volontariamente una parte del proprio tempo. Questa condizione richiede strumenti di gestione, continuità e distribuzione delle responsabilità. Accanto alla trasmissione del pensiero di Michelangelo Pistoletto, occorre quindi fornire a chi partecipa competenze e capacità organizzative.
La maturità raggiunta emerge soprattutto nell'impegno delle Ambasciate del Terzo Paradiso e nelle richieste che quotidianamente arrivano alla Fondazione da persone e organizzazioni desiderose di entrare nel circuito. È un patrimonio di straordinario valore, che testimonia la capacità del pensiero di Pistoletto di propagarsi autonomamente.
La sfida riguarda ora la gestione di questa espansione. La crescita interna ed esterna dipenderà dalla capacità di riconoscere le criticità, affrontarle e trasformare la partecipazione in responsabilità condivisa.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza è una forma di rinuncia alla responsabilità, spesso alimentata dalla paura e dalla convinzione di essere impotenti. È in rapporto con l’emozione, della quale rappresenta uno degli estremi. La continua esposizione alle immagini della sofferenza può produrre assuefazione, fino a trasformare tragedie umane in avvenimenti che scorrono davanti ai nostri occhi senza modificare i comportamenti. Anche l’eccesso di emozione può compromettere la capacità di giudizio, alimentare comportamenti irrazionali, individuare presunti nemici e favorire l’accettazione della guerra. La storia ci insegna quanto sia importante ricercare un equilibrio tra sensibilità e ragione, attraverso la consapevolezza delle conseguenze delle nostre reazioni.
Distruggere un’opera dedicata all’indifferenza significherebbe attribuirle ancora una volta il ruolo di protagonista. Preferirei coinvolgere le persone in un’azione capace di modificarne il significato.
Il compito dell’arte è contribuire alla ricerca di questo equilibrio, restituendo a ciascuno la coscienza della propria presenza e delle conseguenze delle proprie azioni. L’indifferenza comincia a perdere forza quando qualcuno decide di partecipare.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Quando una guerra viene raccontata attraverso il numero dei morti, le persone rischiano di scomparire dietro la statistica. Eppure ogni cifra racchiude una biografia, legami, desideri, una vita interrotta. L’arte ha la responsabilità di restituire attenzione a queste esistenze, creando condizioni di incontro e conoscenza.
La scelta di Oxford di indicare "rage bait" come parola del 2025 descrive un meccanismo della comunicazione contemporanea. La rabbia viene sollecitata per catturare attenzione, alimentare reazioni e orientare comportamenti. Anche il dolore può diventare materia di consumo, fino a produrre assuefazione. Dobbiamo però considerare che un eccesso di coinvolgimento emotivo può compromettere la capacità di giudizio. L’empatia esasperata dalla paura può trasformarsi in ostilità, favorire l’individuazione di presunti nemici e contribuire a giustificare la guerra.
Per questo credo che l’arte debba contribuire alla ricerca di un equilibrio tra emozione e ragione, lasciando alle persone il tempo di comprendere e la libertà di elaborare le proprie reazioni. La Pace Preventiva nasce anche da questa esigenza, educare alla responsabilità delle emozioni, affinché la sensibilità verso la sofferenza degli altri possa tradursi in conoscenza, partecipazione e costruzione di relazioni.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Il mio ufficio mi segue spesso fino a letto, come questa sera, mentre continuo a lavorare al computer. Quando finalmente spengo la luce, fortunatamente, si spegne anche il lavoro. Ci mancherebbe che mi portassi dietro tutte le emozioni della giornata. Preferisco lasciare spazio alle immagini che affiorano nella mente, ai ricordi piacevoli, alle persone care, ai luoghi che amo, alle esperienze che mi hanno regalato felicità. Sono pensieri che mi accompagnano verso il sonno, spesso senza che riesca nemmeno ad accorgermi del momento in cui mi addormento.