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Cittadellarte allo specchio #31 – Giacomo Bassmaji: un albero che cresce, una comunità che si trasforma

Continua la rubrica del nostro Journal dedicata ai "cittadini" della Fondazione Pistoletto: per la 31esima puntata il protagonista è Giacomo Bassmaji, coordinatore delle Opere Demopratiche. Per l'architetto, Cittadellarte cresce attraverso incontri, scambi e nuove relazioni, come un albero che estende i propri rami nel mondo. "In Fondazione ho capito - ha affermato - che il progetto più importante è il processo, sono le relazioni che nascono mentre si costruisce".

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa 31esima puntata i riflettori sono puntati su Giacomo Bassmaji, architetto e project manager culturale, attivo nella progettazione e gestione di iniziative che intrecciano arte, architettura, co-design, solidarietà, impresa e società. Per Fondazione Pistoletto Cittadellarte coordina il progetto Opera Demopratica, occupandosi della direzione di processi partecipativi attraverso gli strumenti dell’arte. Nel corso degli ultimi anni ha lavorato nella realizzazione di mostre di architettura, design, fotografia e arte contemporanea, oltre a conferenze con importanti protagonisti del panorama culturale. Ha lavorato in ambito accademico come cultore della materia presso Università di Parma e in precedenza al Politecnico di Torino, all’interno del corso di Progettazione Partecipata. Per alcuni anni si è occupato di progettazione architettonica e comunicazione, due ambiti che considera profondamente connessi nella contemporaneità. Il suo ingresso nel mondo dell’arte avviene grazie all’invito del Direttore di Fondazione Pistoletto Cittadellarte Paolo Naldini a coordinare parte del programma culturale e partecipativo legato alla mostra Terza Terra – Michelangelo Pistoletto e Cittadellarte a Villa Manin. 

Questo percorso ha generato nuovi rami e relazioni andando ad esplorare più in profondità alcuni concetti nati anche durante la mostra. Successivamente, sempre a Villa Manin, ha co-curato, insieme a Linda Carello, la mostra
Obiettivo 13 – Arte e cambiamento climatico coinvolgendo diversi artisti tra cui Giovanni Betti, Katharina Fleck, Roberto Ghezzi, Maria Elisabetta Novello, Laura Pozzar e Giorgia Severi. In continuità con il tema ambiente e cambiamento climatico, ha coordinato altre attività culturali ed esposizioni come Tiliment, un percorso dedicato al fiume Tagliamento che ha coinvolto gli artisti Roberto Ghezzi, Eugenio Novajra e Renato Rinaldi e la ricercatrice Chiara Scaini. Nello stesso anno ha coordinato l’Opera Demopratica di Gorizia, in occasione di GO! 2025 – Capitale Europea della Cultura, col progetto intitolato Cittadellapace Cittadelfuturo. Nello stesso periodo per il Comune di Reggio Emilia ha condotto CALL MALTA - Rotte di Memorie, un progetto collettivo dedicato ai temi della migrazione, coinvolgendo gli artisti Ryts Monet, Maria Elisabetta Novello e Rhiot, l'infrastruttura culturale ha coinvolto scuole, artisti e l'intera società a riflettere sul concetto di dialogo interculturale. 

Attualmente, oltre a coordinare a livello internazionale il progetto Opera Demopratica per Fondazione Pistoletto – Cittadellarte, presente in 11 realtà a livello mondiale, tra cui L'Avana, Seul, Ginevra, Roma, Biella, Busto Arsizio e Ivrea, è attivo in prima persona all'Aquila, dove sta coordinando un processo volto alla costruzione di un Ecosistema delle Imprese Culturali e Creative in occasione di
L'Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026. Contestualmente svolge attività di didattica professionale e all'interno delle scuole superiori con progetti specifici che mettono insieme arte, cultura, creatività e società. 

In questa nuova puntata di Cittadellarte allo specchio, Giacomo Bassmaji si sofferma sulla capacità di creare occasioni di incontro, mettere in dialogo culture differenti e riconoscere il valore di ciò che nasce dal lavoro collettivo. Il suo pensiero invita a ripensare il significato stesso del progettare: accompagnare un processo, accogliere l’imprevisto e lasciarsi trasformare dalle relazioni. Dalla transizione sociale all’intelligenza artificiale, dal rischio dell’incontro tra culture alla necessità di contrastare l’indifferenza, Bassmaji considera un’arte che non si limita a rappresentare il mondo, ma prova ad agire al suo interno, generando connessioni e nuove possibilità di cambiamento.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Parto pensando al secolo scorso: il nostro continente usciva dalla prima guerra mondiale, in Germania, sconfitta e in crisi, Walter Gropius fondava a Weimar il Bauhaus. In uno dei momenti più bui del Novecento, artisti, architetti e artigiani sceglievano di lavorare insieme per ripensare il modo di abitare e di vivere in comunità. La crisi diventava occasione di progetto. Credo che oggi sia, più che mai, il tempo della transizione. La nostra società è sempre più un intreccio di culture e ha bisogno di nuove chiavi di lettura, capaci di aggiornare il pensiero attraverso la contaminazione tra idee e culture diverse. Per questo la trasformazione sociale responsabile resta uno strumento prezioso per accompagnare questo passaggio. Non a caso, un secolo dopo, l’Unione Europea si è richiamata a quell’esperienza con il New European Bauhaus, che lega la transizione a tre parole: bello, sostenibile, insieme. È il riconoscimento che la transizione non è solo tecnica o economica, ma culturale. E in quell’insieme ritrovo il senso del lavoro di Cittadellarte. Più che cambiare il lessico, serve rinnovare le pratiche: portare il confronto nei territori, nelle scuole e nelle comunità, come proviamo a fare con le Opere Demopratiche. Nei momenti più bui serve uno sforzo in più per incentivare il dialogo, la creatività e l’incontro con chi è “diverso” da noi. Come cento anni fa, è nella crisi che l’arte e il progetto possono indicare una strada.


Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Accettare questo rischio è fondamentale, anzi è parte stessa del nostro lavoro. Quando ho accettato di coordinare il progetto di Opera Demopratica, ho sentito grande responsabilità ma anche l’opportunità di accompagnare un progetto che non è un’opera chiusa: vive delle letture, anche imprevedibili, di chi la incontra. Portare la nostra visione e la nostra creatività a contatto con culture diverse non significa imporre un pensiero, ma metterlo in dialogo e tornare a casa con qualcosa di nuovo: idee e proposte contaminate dal territorio che ci ospita. Lo abbiamo vissuto in un luogo di confine come Gorizia e Nova Gorica, e l’abbiamo vissuto di recente a Seul. Lì siamo stati invitati perché Cittadellarte è riconosciuta come un soggetto credibile, capace di creare comunità, reti e dialogo attraverso l’arte e la demopraxia. Ma lo scambio è andato in entrambe le direzioni. Da quell’esperienza abbiamo riportato una maggiore consapevolezza del valore del nostro operato. Abbiamo anche imparato molto: la precisione e la cura nell’approccio al lavoro, e la capacità di diffondere le arti nella città, dotando i quartieri di veri laboratori artistici aperti ai cittadini, in collaborazione con giovani artisti, musicisti e attori. È questo il senso del rischio: lasciarsi trasformare dall’incontro. Solo così l’arte può davvero diventare uno strumento di relazione tra culture.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Educare alla responsabilità oggi significa prima di tutto educare a fare insieme. Serve creatività, ma soprattutto gioco di squadra: non possiamo più pensare che l’individuo da solo possa affrontare la complessità del presente. La mia esperienza mi ha insegnato che quando un gruppo lavora davvero insieme ottiene risultati che nessuno raggiungerebbe da solo. È il senso della formula di Michelangelo Pistoletto 1+1=3: dall’incontro tra due elementi diversi nasce qualcosa di nuovo. Con il web e l’intelligenza artificiale dobbiamo imparare a collaborare, studiarli e definire un rapporto consapevole, sapendo che non sarà mai un rapporto alla pari: la responsabilità e la direzione devono restare umane. Ognuno di noi deve diventare co-autore dei processi, non lasciarsi travolgere dall’automazione. Altrimenti ne diventa un ingranaggio, e perde la libertà di scegliere. Per questo, nei percorsi che stiamo costruendo con i territori, mettiamo al centro il confronto diretto, il lavoro in gruppo e anche momenti senza schermi, per ritrovare l’ascolto e la presenza. Non è un rifiuto della tecnologia, ma un modo per allenare il pensiero critico che serve a usarla bene. L’autorialità, allora, non scompare: diventa condivisa. Educare alla responsabilità significa insegnare a essere autori, insieme, del proprio percorso. 

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Cittadellarte è un luogo fantastico e terribile allo stesso tempo. Non vivo i suoi spazi ogni giorno, li frequento alcuni giorni ogni mese, per il resto del tempo curo i progetti nei diversi territori, ogni volta che arrivo a Biella mi sento una spugna: assorbo moltissime energie e consapevolezze, tanto che a volte ne esco quasi travolto. Poi, nei giorni successivi, mi ritrovo con un’energia, una capacità di lettura e un senso di benessere davvero accresciuti. Credo che questo accada perché Cittadellarte ti costringe a lasciare andare qualcosa. Per me la prima cosa è stata la convinzione, legata alla mia formazione di architetto, che progettare significasse controllare: definire una forma compiuta e farla realizzare. Qui ho capito che il progetto più importante è il processo, sono le relazioni che nascono mentre si costruisce. Ho disimparato anche l’idea che l’arte sia qualcosa da guardare. A Cittadellarte l’arte si fa insieme: è un’esperienza condivisa, che coinvolge le persone e le trasforma. E sto lasciando andare il bisogno di avere subito una risposta. Le Opere Demopratiche mi hanno insegnato ad accettare l’apertura e l’imprevisto, ad accogliere letture diverse da quelle che avevo immaginato. Spesso è proprio lì che nasce qualcosa di nuovo. Sto imparando a disimparare, a lasciare andare.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?

Se penso a Cittadellarte come a un organismo vivente, la immagino come un albero che negli ultimi anni è cresciuto molto in fretta. Da luogo raccolto in sé, quasi un laboratorio interno, è diventato un luogo che si apre e si espande: i suoi rami arrivano oggi in molte città e in molti paesi, attraverso il Terzo Paradiso e le Opere Demopratiche, le collaborazioni nazionali e le reti internazionali. Questa è la parte che sento più matura di quanto avrei immaginato: la capacità di essere riconosciuta come un riferimento credibile, in Italia e all’estero, per chi cerca nell’arte uno strumento di trasformazione sociale. La parte più delicata è proprio legata a questa crescita. Quando i rami si allungano così velocemente, il tronco e le radici devono crescere con loro. Penso che oggi la sfida sia attivare strategie, competenze e figure capaci di sostenere questo sviluppo. Serve anche rafforzare il dialogo con la società e con il territorio, perché le tante innovazioni che nascono a Cittadellarte vengano comunicate e trovino lo spazio per radicarsi e diventare patrimonio comune. Non la vedo come una fragilità, ma come il segno di un organismo vivo, che cresce e che ha bisogno di nuove energie per continuare a farlo.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

A volte l’indifferenza ci salva: ci protegge dalle brutalità che ci circondano e ci permette di conviverci. Personalmente, però, non mi è possibile. Le mie origini mi hanno portato a vivere da molto vicino la tragedia della guerra: la sofferenza, le famiglie distrutte, le vite interrotte, la paura. Ed è proprio la paura, credo, che ci rende indifferenti. Per questo dobbiamo sforzarci di dialogare con la paura, di riconoscerla e farla nostra. Solo così possiamo diventare meno indifferenti e non distruggere ciò che di buono abbiamo costruito. Se l’indifferenza fosse un’opera d’arte, la romperei come Pistoletto rompe i suoi specchi. Nel suo lavoro, infatti, rompere lo specchio non significa distruggerlo: ogni frammento continua a riflettere, e lo specchio si moltiplica. Rompere l’indifferenza vorrebbe dire moltiplicare gli sguardi, l’attenzione, la capacità di sentirsi parte di ciò che accade agli altri. Anche la società è così: non si distrugge, si rigenera. Cambia, si spezza, ma ogni frammento continua a riflettere e a generare qualcosa di nuovo.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.

Siamo la società dei numeri, dei codici a barre, del consumo, della misurabilità di ogni cosa. Il successo si misura in like, spettatori, articoli: è inevitabile che anche le guerre si traducano in numeri e non in volti. L’arte ha il compito di invertire questo racconto, di trasformare i numeri in storie e in vite vissute. Deve dare spazio a ciò che le persone che non ci sono più rappresentavano per le loro famiglie e per la comunità che le circondava. Ma per farlo non deve inseguire lo shock. Il rage bait lavora sulla reazione immediata: indigna, consuma e passa oltre. L’arte può lavorare sulla relazione, che chiede tempo, ascolto e vicinanza. L’empatia non nasce dall’esposizione continua al dolore, ma dall’incontro con l’altro, dalla possibilità di riconoscersi in una storia. Per questo credo nelle pratiche che coinvolgono le persone, invece di metterle davanti a uno schermo. Quando si costruisce insieme un’opera, un racconto, un luogo, il dolore non viene spettacolarizzato: viene condiviso, e può trasformarsi in cura.


Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Non ho una luce da spegnere, perché non ho un ufficio. Quando sono a Cittadellarte mi sposto da una stanza all’altra come una trottola: saluto, incontro, dialogo. Non avere un ufficio mi permette di intensificare le relazioni con tutti.
Per questo la luce la porto dentro di me, e rimane sempre accesa. È fatta di curiosità, il desiderio di incontrare l’altro e di scoprire ogni volta qualcosa di nuovo. È fatta di gratitudine, per le relazioni e gli scambi che nascono in ogni spazio. Ed è fatta di entusiasmo, l’energia che mi porto dietro dopo ogni visita e che continua ad accompagnarmi anche quando riparto.

Pubblicazione
30.10.26
Scritto da
Luca Deias