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Cittadellarte allo specchio #29 – Luca Bergamo, la responsabilità di non spegnere la luce

Segnare le tracce su cui camminare, spostare l'attenzione dal soggetto alla relazione: una conversazione sul difficile esercizio di mantenere la barra dritta e continuare a tracciare strade verso il futuro. Luca Bergamo, Segretario Generale dello Statodellarte, è il protagonista della 29esima puntata della rubrica.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa 29esima puntata i riflettori sono puntati su Luca Bergamo, che dal 2024 collabora con Cittadellarte alla nascita dello Statodellarte, in cui ricopre il ruolo di Segretario Generale. È direttore editoriale di romarivista, magazine culturale di roma capitale e autore di È qui il mio respiro (Sossella 2024). Tra il 2016 e 21, è stato vicepresidente della Commissione Cultura dell’organizzazione mondiale dei governi locali - UCLG, Assessore alla Crescita Culturale e Vicesindaco di Roma. In precedenza ha guidato Culture Action Europe, la fondazione Glocal Forum, l’Agenzia Nazionale per i Giovani e la società pubblica Zone Attive con cui, a cavallo del millennio, ha realizzato alcune delle più significative iniziative sull'innovazione culturale e gli artisti emergenti. In precedenza, aveva contribuito alla riorganizzazione del Comune di Rome a poi allo sviluppo delle politiche giovanili con il Sindaco Francesco Rutelli, dopo aver lavorato dieci anni nell’informatica per il gruppo Olivetti, con incursioni nell'intelligenza artificiale in collaborazione con il CNR.
Un percorso lungo il quale cultura, istituzioni, innovazione e responsabilità pubblica si sono intrecciati più volte, fino all’incontro con Cittadellarte e alla nascita dello Statodellarte. È da questo "osservatorio" che Bergamo si confronta con le domande della rubrica, mettendo in relazione esperienza personale, trasformazioni del presente e possibilità di futuro.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Quattordici anni fa, grosso modo, andai a dirigere Culture Action Europe, la rete delle reti europee del settore culturale. All’epoca, per ottenere attenzione e risorse dalle istituzioni europee, la narrativa del settore era fortemente legata alla sua capacità di contribuire alla crescita del prodotto interno lordo. Fui scelto come segretario generale, da un consiglio di amministrazione spaccato in due, sostenendo che fossimo di fronte a un cambiamento epocale, che riassumevo in uno slogan: “questa non è una crisi, ma una transizione”. Sostenevo che si stesse chiudendo un’epoca dominata dalla cultura occidentale, un’epoca nata, in sostanza, con la scoperta dell’America. Cambiavano radicalmente non solo i pesi e i rapporti di potere, ma anche le culture di cui i diversi soggetti erano emanazione. Qualche anno dopo ho ascoltato Papa Francesco formulare lo stesso concetto in modo molto più convincente: “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca”. Sono assolutamente convinto che stiamo vivendo un momento unico e molto pericoloso della vicenda umana: in discussione non c’è solo il dominio di una civiltà, ma la sopravvivenza stessa della specie. Una trasformazione resa ancora più difficile da capire e governare dalla velocità del cambiamento, che altera costantemente ciò che accade intorno a noi, inclusi i processi di apprendimento e di conoscenza. È una velocità che non consente l’adattamento, non solo degli individui ma delle comunità e delle culture. Per questo parlare di trasformazione sociale responsabile non è affatto obsoleto: lo considero ancora più urgente e indispensabile. Responsabilità implica anche un altro aspetto, implicito nella consapevolezza di un cambio d’epoca, difficile da digerire: gli esiti dei tentativi di dare a questo cambiamento un orizzonte dignitoso probabilmente non saranno osservabili nell’arco di vita di chi li compie. Questo non annulla la responsabilità storica di ciascuna persona, delle organizzazioni, delle comunità, di influenzare il corso della storia nei modi di cui sono capaci, auspicando che le trasformazioni prodotte non restino in superficie, ma si radichino nella cultura e nella coscienza delle persone. Ci sono dunque diverse dimensioni temporali della responsabilità: una produce fatti e risultati visibili; un’altra, molto meno visibile e di cui a volte non hai alcuna certezza, consiste nel segnare tracce su cui sarà possibile camminare quando camminare tornerà possibile. Oggi camminare è molto difficile, ma questo non toglie senso al tracciare percorsi. Quindi sì, ha senso eccome parlare di trasformazione sociale responsabile, ed è responsabilità di tutti e di ciascuno.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Se non lo accettasse, non avrebbe senso. Anzi, è proprio lì che si misura. Io do alla parola “cultura” un significato più esteso del solito: l’insieme degli strumenti con cui trasformiamo le percezioni in significati, e degli artefatti in cui quei significati si depositano. Di culture, quindi, ce ne sono infinite, in costante trasformazione. Edgar Morin diceva che non siamo al 50% natura e al 50% cultura, ma al 100% l’una e l’altra: la nascita e la morte sono i fenomeni più naturali che esistano, ad esempio, eppure li viviamo dentro un corredo gigantesco di riti, regole, simboli e saperi. Per noi una nascita è sempre la nascita di un altro mondo, non solo di un nuovo organismo. Circa cent’anni fa, poi, la fisica quantistica ci ha costretti ad accettare che il mondo funziona in modi che contraddicono ogni nostra esperienza e ciò che consideriamo possibile nella realtà, partendo dai limiti sensoriali del nostro organismo. Ci ha mostrato che l’incertezza non è un errore da eliminare, ma una condizione del reale. Quei fisici ci hanno donato una libertà che spezza i vincoli delle conoscenze precedenti. L’arte è, insieme alla scienza, il luogo in cui ci si può liberare di più dai vincoli delle nostre culture, dei pregiudizi, delle abitudini. Se noi che lavoriamo qui non mettessimo costantemente in relazione la nostra prospettiva con quella degli altri, negheremmo la nostra stessa natura. Una Fondazione che fa dell’arte un motore di trasformazione sociale, se non si esponesse a letture diverse dalle proprie, negherebbe la propria funzione. Le letture imprevedibili non sono un effetto collaterale: sono il segno che l’opera, l’artefatto, sta parlando con un’altra cultura. Quindi non solo è necessario farlo: è bene farlo sempre più intensamente, e in modo reciproco.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
In questo scenario di rapidissima sostituzione di funzioni che abbiamo sempre considerato umane – progettare, scrivere, tanto lavoro intellettuale oltre che manuale – paradossalmente il tempo che si “libera” viene divorato, gettato nella fruizione passiva di immagini e nello scambio di frammenti di testo. Credo che oggi l’esercizio più alto di responsabilità sia mantenere e ricostruire rapporti umani e sociali; resistere alla tentazione di non pensare il futuro, perché tanto non serve; resistere alla frammentazione dei messaggi – pensa alle chat – che ti spinge a spezzare ogni discorso articolato; e avere la capacità di rifiutare questi strumenti, di liberartene o almeno di contenerne l’impatto, quando i loro meccanismi spingono in direzione contraria. Pensa al telefonino messo in mano a un bambino per distrarlo: quel gesto non educa ad alcuna interazione umana, è tutto il contrario di un genitore che racconta o legge una storia, che gioca con lui. E la formazione della sua- del bambino - percezione della realtà e dei sensi viene interamente plasmata dal tipo di esperienza che quello strumento offre, anzi impone. È consumo. L’isolamento e la ricerca di rassicurazione in relazioni mediate da una piattaforma, fino all’estremo in cui il compagno digitale diventa l’unico compagno, sono funzionali a una società il cui fine, sempre più evidente, è l’arricchimento di un numero molto limitato di persone a scapito di tutte le altre. Questo è il capitalismo finanziario: un meccanismo che si alimenta del consumo delle persone, ruba loro il tempo e lo trasforma in merce. Il tempo che passiamo sulle piattaforme, pagando traffico e abbonamenti, viene venduto a chi fa pubblicità e analisi di mercato, per non parlare del controllo di orientamenti e comportamenti, in spregio di qualsiasi privacy: basta leggere il recente manifesto di Palantir per capire quale idea di società e di potere ci sia dietro. Dunque educare alla responsabilità, per me, significa in prima battuta educarsi a difendere la relazione umana, la relazione di comunità tra le persone, le emozioni, lo scambio, la conversazione, in un contesto che spinge nella direzione opposta. E significa anche rinunciare a immaginare che il mondo sia bianco o nero, e accettare come una ricchezza, non come un ostacolo, che il mondo che hai di fronte si possa vedere in modo diverso dal tuo. Il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Educare alla responsabilità è sostanzialmente questo: cercare di tenere questa rotta in tutte le sfere della vita.

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Imparo e disimparo di continuo. Da settembre 2024 con la Fondazione c’è un confronto intellettuale molto intenso, anche perché trasformare le intuizioni di Michelangelo Pistoletto e Paolo Naldini in un’architettura logico-razionale – la Costituzione dello Statodellarte – applicabile in luoghi e culture diversi, capace di tradurre quelle intuizioni ed elaborazioni in regole e organizzazione, ha comportato metterle in discussione. Che cosa ho disimparato, mi chiedi? Direi piuttosto che ho imparato alcune cose. Ci sono concetti nati dal confronto con Paolo e Michelangelo che hanno arricchito, smussato, collegato convinzioni e interpretazioni che avevo maturato in precedenza. Penso che lo stesso sia accaduto a loro: nel confronto il pensiero si è evoluto. Faccio un esempio: ragionare di Demopraxia mi ha portato a costruire l’architettura di un’organizzazione civica e politica, lo Statodellarte, immaginando che la legittimità del potere, al suo interno, derivi dalle relazioni tra le persone e non dalla somma delle loro posizioni individuali. C’è uno spostamento dal soggetto alla relazione. È un’idea incredibilmente coerente con ciò che ho pensato e fatto in ambienti molto diversi, ma non avevo mai provato a trasformarla in meccanismi che regolano un’organizzazione con finalità politiche e culturali così marcate.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?

Hai presente i bambini quando sentono di poter fare cose nuove, ma non hanno ancora il pieno controllo dei propri movimenti? Ogni tanto Cittadellarte mi sembra un po’ così. Ha sviluppato una grande varietà di iniziative, progetti, corpi organizzati intorno a un messaggio profondo che riguarda l’umano, ma le tante parti non sempre fanno un insieme organico, non si muovono tutte verso uno stesso scopo. Quando cominci uno sport puoi essere molto dotato, ma ci sono gesti che devi imparare, perché non fanno parte del tuo bagaglio naturale: pensa alle volée di Sinner. La fragilità sta lì: in una propensione ad aggiungere movimenti, ad allargare la propria sfera, più che ad affinare la tecnica. La parte più matura nasce dalla stessa radice: un’innata propensione a esplorare nuovi terreni, una fonte di innovazione teorica, filosofica, da cui discendono tutte le pratiche. Da questo punto di vista mi pare molto più matura della gran parte delle organizzazioni con cui ho avuto a che fare, per consapevolezza di ciò che accade nel mondo, della necessità di cambiarlo e della propria responsabilità. È animata da persone che fanno costantemente ricerca, culturale e personale, e che giorno dopo giorno iniettano nel suo corpo l’evoluzione del proprio pensiero. Ma i ritmi dei singoli e quelli delle organizzazioni non coincidono, e le seconde faticano sempre a seguire l’accelerazione dei primi. Così ogni aggiustamento di traiettoria è insieme innovazione e fragilità: trasformare una comprensione in una forma, e quella forma nel comportamento di un corpo che sta già facendo altro, genera oscillazione. È inevitabile, va molto governato. Di solito sono i fattori esterni a imporre questi cambiamenti: cambia il contesto, cambia il mercato. Qui nascono dall’interno, dalla progressiva comprensione della propria missione storica.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

L’indifferenza non può essere un’opera d’arte. L’indifferenza è la morte dell’umano, ma allo stesso tempo è uno degli ultimi meccanismi di difesa dell’umano stesso. A volte è una forma di rimozione di gradi di dolore che non si è in grado di sopportare. Ci sono persone che non riescono a contenere le proprie emozioni e per questo perdono il controllo di sé. Da questo punto di vista, l’indifferenza è anche un modo di sterilizzare qualcosa che ti fa male. Poi può diventare una postura, perfino cinismo, ed esprimere una cultura. Non lo condivido, ma posso capire che un individuo sterilizzi le emozioni tanto più quanto la realtà in cui vive si presenta come insostenibile. È indifferenza, questa? Dobbiamo dare alla parola un significato preciso. Quando Gramsci scrive “Odio gli indifferenti”, che cosa sta dicendo? Dice che vivere vuol dire essere partigiani, che l’indifferenza opera nella storia in modo passivo ma potente: frena chi innova, soffoca gli entusiasmi, difende il vecchio ordine e i mali della società meglio di qualsiasi muro.
Quella è l’indifferenza ingiustificabile: l’assenza di interesse per il destino degli altri, il passivismo egoista che tollera ogni nefandezza purché non colpisca me. L’altro aspetto, e non so se si possa chiamare indifferenza, è la costruzione progressiva di filtri di fronte a condizioni emotive che non sei in grado di sostenere in quella quantità. Per effetto della comunicazione di massa e di un aggravamento della situazione, oggi siamo costantemente esposti a queste dinamiche. Anzi, paradossalmente, più ci vengono mostrate, meno le percepiamo. Quando sono andato a Kigali ho visitato il memoriale del genocidio, dove c’è una sala con le fotografie di bambini e didascalie che spiegano come sono stati uccisi. Leggi il nome del bambino, una sua foto sbiadita e sotto una cosa tipo: preso per i piedi e sbattuti contro un muro. Cose così. Com’è possibile? E ancora: com’è possibile che sia esistito un campo di sterminio? Com’è possibile che qualcuno faccia una cosa del genere? E che altri girino la testa dall’altra parte? Eppure, quando una realtà così ti circonda sempre, non ti lascia un secondo, diventa l’ordinario – immagina la vita in un campo di sterminio – posso chiamare indifferente chi la subisce e si chiude in un guscio? Non lo so. Direi che dipende.


Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.

Usare la parola “politica” in quel modo significa uniformare ciò che non è uniforme, e negare il valore reale di una delle attività fondamentali dell’umano in una società. Quindi contesto l’assunto: non è la politica, per definizione, a fare quella cosa; la fanno alcuni politici. Tutti uguali? No. E non distinguere è grave. Detto questo, la questione del rage bait coglie un punto vero. Il rage bait usa le emozioni esattamente come l’arte, colpendo prima della ragione, ma con il fine opposto: non mettere in relazione, ma dividere; non farti accorgere che chi ti sta accanto prova ciò che provi tu, ma convincerti che è il tuo nemico. E lo fa per la ragione di cui parlavo prima: la rabbia trattiene l’attenzione, e l’attenzione si vende. Per questo la differenza tra arte e spettacolarizzazione del dolore non sta nel soggetto, ma nell’uso che si fa dell’emozione suscitata. L’arte è un grande albero sotto le cui chiome vivono molte specie: le arti dell’occhio, della parola, dell’orecchio, del corpo nel suo insieme, e i loro artefatti assumono mille forme. Ciò che le accomuna è usare il pensiero per sollecitare le emozioni di coloro a cui si rivolgono: parlano una lingua che ci colpisce in modo pre-razionale. Hanno una fortissima capacità di costruire coesione sociale perché, quando partecipi attivamente al godimento o all’esercizio di un’esperienza artistica, vivi delle emozioni e ti accorgi che la persona accanto a te, pur molto diversa da te, vive emozioni simili. È il senso dell’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani, quando afferma che ogni individuo ha il diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità. È una delle esperienze che consentono agli esseri umani di comunicare con l’altro attraverso le emozioni suscitate da un artefatto. Ne faccio discendere che sì, l’arte può restituire umanità, ma anche che chi fa arte ha una responsabilità molto forte, che non deve diventare un limite né al linguaggio né al contenuto, ma deve essere consapevolezza del potere che si esercita sugli altri.


Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Dipende dalle emozioni che hanno segnato la giornata. A volte è la fatica, a volte la rabbia, altre volte l’allegria o l’incertezza. In genere quella luce la spengo poco, perché penso sempre al passo successivo. Ho fatto iniziative e progetti molto grandi, ma sempre, nel momento in cui si concludevano, stavo già pensando al dopo. Forse ho una scarsa capacità di godere del buon esito delle cose fatte, perché mi proietto subito in avanti. È forse l’espressione di un conflitto tra insicurezza ed egocentrismo, ma funziono così. In parte, però, nasce dalla responsabilità che mi sono assunto in incarichi dove essa non era solo morale, ma materiale e molto concreta, con un impatto sulla vita di altre persone. Puoi immaginare che in Campidoglio mi sono occupato di questioni complicatissime, con tensioni infinite e interessi pesanti che si scontravano, cercando di tenere la barra dritta. In quella condizione è difficile immaginare lo spegnimento della luce come un momento di interruzione. Alla fine, se accetti da una comunità un mandato che porta con sé un potere, e non rinunci all’etica nel gestirlo, la luce accesa diventa un modo di essere: un collegamento costante tra quello che è stato, quello che è e quello che sarà, o potrebbe essere.

Pubblicazione
09.10.26
Scritto da
Luca Deias