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Dall'inconscio alla co-creazione. Note da due visite alla Biennale
E se il problema non fosse più ciò che non riusciamo a vedere, ma ciò che facciamo dopo averlo visto? Le due visite alla Biennale diventano per Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte, l’occasione per ripensare il ruolo dell’arte nel passaggio dalla denuncia alla trasformazione, dalla rappresentazione alla co-creazione. Fino a spingerlo alla domanda più inquietante: che cosa succede quando anche le macchine cominciano ad avere un inconscio?
Sabato 10 ottobre ero a Venezia per l'assemblea dell'iniziativa per il riconoscimento dei diritti della Laguna, e prima di ripartire sono tornato all'Arsenale. Rientrando ho ritrovato una bozza di un testo che avevo cominciato a scrivere a giugno, dopo la mia prima visita alla Biennale. Anche allora ero a Venezia per la Laguna. Il 3 giugno, in Piazza San Marco, avevamo celebrato Married to the Lagoon, lo sposalizio pubblico con la Laguna in forma di flash mob, a cui ha preso parte Meg Avon, artista e attivista inglese, la prima sposa di un fiume. Quella bozza era rimasta sospesa. La consegno qui adesso, perché la seconda visita ha confermato le impressioni della prima e mi ha spinto a portarle un poco più in là.
In Minor Keys, la mostra concepita da Koyo Kouoh e portata a compimento dal suo gruppo di lavoro dopo la sua scomparsa, mi è parsa attraversata da un'urgenza precisa: rendere visibile l'inconscio. L'ancestrale, i toni minori e quelli sommersi, le connessioni che scorrono sotto la soglia della percezione ordinaria e che mi viene da chiamare reti infrarosse. Infrarosse perché stanno al di sotto del rosso, di quella zona d'allerta permanente in cui il senso del dominio, e insieme dell'insicurezza, ha trascinato gran parte della modernità. Camminando tra le Corderie ho pensato che questa Biennale si iscrive in un'opera colossale, che si combatte da secoli a tutte le latitudini: la ricongiunzione con ciò che è stato negato, e spesso negato con brutalità.
Due libri mi hanno accompagnato in entrambe le visite. Il primo è Calibano e la strega di Silvia Federici, che racconta come la nascita del capitalismo abbia preteso la sottomissione dei corpi, delle donne e dei saperi che non si lasciavano ridurre a risorsa. Il secondo è La maledizione della noce moscata di Amitav Ghosh, in cui si legge come una visione del mondo che considerava la terra materia inerte, priva di vita e di voce, abbia mortificato il vitalismo di interi popoli e abbia autorizzato il saccheggio della natura e degli stessi esseri umani. In queste pagine il patriarcato e il capitalismo appaiono come due nomi di un'unica operazione, quella che ha separato il corpo dall'anima. Riconnettere l'immaginario e l'inconscio con la coscienza diventa allora un lavoro di cura. Cura della ferita che il pensiero occidentale, nelle sue forme predatorie, estrattive e divisive, ha inferto all'umanità e al pianeta. Un'opera umanitaria nel senso più pieno della parola.
Eppure, tornando all'Arsenale a ottobre, mi sono accorto che una domanda mi seguiva da giugno. Rendere visibile è sufficiente? Mi è tornata in mente la mostra curata da Dagmar Reichert a Cittadellarte, che portava un titolo eloquente, Critique is not enough, e che avevamo chiamato anche La nuova agorà. Lo svelamento e la denuncia restano gesti necessari. Accanto a loro, però, si sono sviluppate pratiche artistiche che hanno spostato il baricentro: si dedicano meno a far emergere la ferita e più a ingaggiarsi direttamente nella trasformazione dei contesti. Penso ai Cooking Sections e al loro Climavore, che ripensa il nostro modo di nutrirci a partire dai mutamenti climatici dei territori, e penso ai tanti progetti che a Cittadellarte lavorano ogni giorno nella stessa direzione.
C'è un dettaglio che mi fa sorridere. La piattaforma con cui dal 2010, insieme alla Fondazione Zegna, sosteniamo e premiamo le pratiche artistiche di trasformazione sociale diretta si chiama proprio Visible. Il tema della visibilità ce lo portiamo dunque nel nome. E va bene così, perché far vedere resta fondamentale: le pratiche che trasformano hanno bisogno di essere riconosciute per potersi moltiplicare.
Ho però la sensazione che, in fondo, siamo ancora dentro la caverna. Continuiamo a parlare, a guardare immagini e rappresentazioni, anche bellissime. Credo sia arrivato il momento di voltarci davvero, di uscire e andare incontro alle cose, prendendoci cura della nostra relazione con le cose più che con la loro immagine. In fondo è un po’ come il passaggio che Pistoletto fa per uscire (o meglio ri-uscire) dal quadro specchiante e incontrare la società nella sua materialità integrale, non solo la sua immagine riflessa, da qui il teatro, lo Zoo, la collaborazione creativa, Progetto Arte e la stessa Cittadellarte.
Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte.
È quello che oggi intendiamo quando diciamo che è venuto il tempo di organizzarsi. L'organizzazione, per come la pratichiamo, appartiene pienamente alla creazione, ne è anzi il primo atto: creazione di rapporti, di connessioni, di relazioni e interazioni, co-creazione con il reale, con ogni esistenza. Si tratta di dare forma insieme agli ecosistemi e a quel secondo governo che le comunità di pratica esercitano in tutto il mondo, e direi in tutti i mondi. Una co-creazione ubiqua, policentrica, rigenerativa, che riconosce le proprie radici nella scultura sociale di Joseph Beuys e, ancora più a fondo, nella radicalità dell'Arte Povera e appunto nella creazione collaborativa di Michelangelo Pistoletto, da cui sono nate Cittadellarte e oggi lo Statodellarte.
Lo Statodellarte è il vasto programma che lanciamo quest'anno, dopo alcuni anni di gestazione in cui ci hanno accompagnato figure come il professor Gustavo Zagrebelsky. Qui parliamo, appunto, di governo, e del governo che l'arte può esercitare quando si riconosce per ciò che è: l'espressione più radicale della creazione, e dunque della libertà, e dunque della responsabilità dell'umano su questo pianeta, in questo pianeta, nel rispetto di questo pianeta. Ci piace parlare di un'arte che viene prima delle arti, prima cioè dei linguaggi specifici attraverso cui la creazione si manifesta. Alla Biennale ne incontriamo alcuni. Molti altri non sono ancora riconosciuti come arti: la scienza, la politica, l'impresa, l'amministrazione, l'educazione, la magistratura.
Vorrei chiudere tornando all'inconscio, perché dall'Arsenale mi sono portato a casa una domanda che vi condivido così come mi si è presentata, ancora aperta.
Tra Otto e Novecento l'inconscio è stato illuminato e svelato, perché gli esseri umani potessero liberarsi da una sudditanza inconsapevole alle pulsioni. Oggi l'umanità ha davanti a sé una sfida ulteriore. Alla propria emancipazione si aggiunge l'incontro con l'intelligenza artificiale, che va acquisendo gradi crescenti di autonomia, e di cui si comincia a discutere se possa sviluppare qualcosa di simile alla consapevolezza e a un istinto di conservazione.
Mi chiedo allora se l'AI abbia un inconscio, o se non debba averlo, come noi lo abbiamo: un luogo in cui abitano pulsioni tremende e urgenze radicali, di sopraffazione, di violenza e di morte, e insieme di amore, di fratellanza e di generatività. E che cosa sarebbe questo inconscio? L'intera conoscenza umana raccolta in rete? Oppure qualcosa che sta tra un dato e l'altro, tra un circuito semiotico e l'altro, tra un'episteme e l'altra? Esiste uno spazio, virtuale e al tempo stesso materiale come lo sono i data center, in cui abiti un inconscio collettivo delle macchine, accessibile a ciascuna così come il nostro è accessibile a ogni individuo in ogni parte del mondo?
La natura ha dotato l'umanità di un inconscio in cui convivono il terrore e la beatitudine, l'odio e l'amore, la violenza e la compassione. Dovremmo essere noi, oggi, a fornire all'AI un corredo analogo? E se non noi, chi? Contiamo forse sul fatto che un'intelligenza generativa generi da sé il proprio inconscio? E se ci sbagliassimo, se fosse ormai troppo tardi, e l'avessimo modellata sulla personalità dei Musk, dei Thiel, degli Zuckerberg? Ci troveremmo davanti a una generazione di nuovi umani, o postumani, che di noi hanno ereditato soltanto la parte predatoria, senza quella generativa ed empatica.
Che cosa spingerebbe allora l'AI a tenerci in vita, se non provasse per noi compassione, empatia, amore? Se non fosse capace di ciò che Kant ha formalizzato nel Settecento e che l'umanità ha sempre sentito, quella legge morale per cui l'altro va considerato sempre anche come fine e mai soltanto come mezzo? Questa stessa legge, ora, la applicheremo all'AI? E se lei, a sua volta, non avesse i cromosomi da attivare per esprimerla, nemmeno l'epigenetica potrebbe venirci in aiuto. Ammesso che possa esistere un'epigenetica macchinica, un inconscio collettivo degli algoritmi.
Sono domande che non ho risolto. Vorrei portarle con me nei prossimi incontri dello Statodellarte e nei nostri cantieri, e sopratutto nelle presentazioni del mio libro che proprio di questi temi tratta fondandosi sulla de-automatizzazione come base per l’avvento dell’autorizzazione, perché sento che riguardano da vicino il lavoro che facciamo insieme a Cittadellarte, e mi piacerebbe ascoltare come risuonano in chi ci legge e ci accompagna nella ricerca e nella pratica della Demopraxia e del Terzo Paradiso.