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Educare è fare spazio

Scuola, reciprocità e pace come pratica comunitaria: Ruggero Poi, responsabile Ufficio Ambienti d'Apprendimento di Cittadellarte, conduce alla scoperta dell'Open School del Terzo Paradiso e dei Patti Educativi di Comunità.

Educazione

La scuola oggi si trova in una posizione cruciale. Da un lato è chiamata a trasmettere saperi e competenze per abitare il mondo contemporaneo; dall’altro rischia di essere schiacciata in una funzione puramente verticale: programmi da svolgere, standard da rispettare, prestazioni da misurare.
Quando la formazione diventa esclusivamente verticale, la scuola finisce per costruire un’unica forma di umanità, riducendo la complessità delle persone, delle loro vocazioni e dei loro talenti.

Viviamo in un tempo in cui l’accesso alla conoscenza è potenzialmente illimitato. Gli strumenti digitali consentono di reperire informazioni e di comunicare con estrema facilità. È una conquista storica, ma come ogni medicina porta con sé effetti indesiderati.
Le connessioni sono sempre più estese, ma spesso deboli e intermittenti. Siamo sommersi da informazioni, ma fatichiamo a riconoscere l’autenticità dell’altro: chi sta parlando? Da dove? Con quale esperienza reale alle spalle? Ci siamo mai guardati negli occhi, abbiamo mai condiviso un’esperienza concreta?

In questo scenario prende forma una nuova verticalità del potere. Non più esercitata solo attraverso istituzioni visibili, ma attraverso strumenti di comunicazione capillari, apparentemente orizzontali, ma controllabili da organi centrali, da Stati o da grandi piattaforme economiche, realtà multinazionali o meglio multi-nazione — capaci di incidere simultaneamente su linguaggi, desideri, comportamenti e immaginari collettivi.

Questa verticalità non riguarda solo la politica o l’economia: attraversa anche i sistemi educativi quando la scuola rinuncia al proprio ruolo critico e relazionale. In questi casi non si formano coscienze autonome, ma individui formalmente informati e sostanzialmente eterodiretti.

È qui che emerge una responsabilità decisiva della scuola: diventare un contro-dispositivo educativo.
Non un luogo di opposizione ideologica, ma uno spazio capace di disinnescare gli effetti della verticalità, rendendo visibili i meccanismi che producono dipendenza, isolamento e conformismo.
La responsabilità educativa della scuola consiste allora nel trasformare la connessione in un legame di riconoscenza.

La scuola è uno dei pochi luoghi in cui è ancora possibile riconoscere chi parla e da dove parla, incontrarsi nei corpi e negli sguardi, assumersi una responsabilità reciproca nel tempo.
Per questo non può restare chiusa in se stessa, ma deve aprirsi al territorio, diventando parte di un ambiente educativo diffuso.

In questo orizzonte si colloca il progetto Open School del Terzo Paradiso, che propone una complementarietà scolastica fondata sui Patti educativi di comunità. Un modello in cui la scuola dialoga strutturalmente con il territorio: dirigenti, insegnanti, famiglie, genitori, nonni, imprese profit e non profit con vocazione educativa, associazioni, luoghi culturali.
Tutte queste realtà portano visioni differenti, che possono diventare risorsa solo se vengono messe in circolo.

Qui torna centrale il tema dei talenti. Non a caso, nella Grecia antica il talento era una moneta. Una moneta che, se non circola, non produce economia e non genera valore per la comunità. Allo stesso modo, i talenti delle persone devono essere scoperti, riconosciuti e condivisi. Devono attraversare le piazze, contaminarsi, diventare patrimonio comune.

Perché questo avvenga è necessario riscoprire una parola chiave: reciprocità.
Re-ciprocus significa “andare indietro per avanzare”, come ricorda Lorenzoni in una sua lezione.

La reciprocità implica che, perché qualcuno possa fare un passo avanti, qualcun altro debba fare un passo indietro. Significa fare spazio.

Ed è proprio nello spazio che si apre quella dimensione terza, chiaramente illustrata dal segno del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto: una dimensione fondamentale per la creazione.
Una creazione che non è la semplice somma delle due parti, ma l’incontro fecondo che genera un elemento inedito e non prevedibile, che prima non esisteva.
È in questa dimensione terza che nasce la fiducia come esperienza concreta di trasformazione reciproca.

Quello spazio terzo non è uno spazio privato, ma pubblico e comune, e quindi adatto alla coprogettazione. Chi avanza porta con sé una responsabilità: la responsabilità del proprio passo. È una responsabilità prossimale, che nasce dalla vicinanza e si estende di voce in voce, di pratica in pratica, generando piazze.

Nel 2017 con il progetto Community School, sostenuto dall’impresa sociale Con i bambini, ci siamo posti una domanda semplice e radicale: come immaginiamo il nostro territorio tra dieci anni, partendo da un’intenzione educativa?
La prima risposta è stata: conoscersi. Conoscere se stessi e gli altri, come ci insegna Socrate, per poter abitare la polis.

Le organizzazioni del territorio hanno nature diverse. Per descriverle utilizzo spesso una metafora animale propria della biodiversità:

  • realtà produttive come le galline, efficaci ma con poco slancio visionario;
  • realtà piccole come le zanzare, capaci di essere fastidiose ma anche di smuovere un gigante;
  • realtà anfibie, capaci di vivere sulla terra come nell’acqua, di abitare contesti diversi e di mediare tra mondi differenti;
  • realtà rapide come le volpi, intelligenti ma non sempre affidabili;
  • realtà solide come l’orso, forti e strutturate, ma talvolta lente o inclini all’isolamento.


Solo conoscendo le proprie caratteristiche e quelle degli altri - chi sono io e chi sei tu - è possibile costruire spazi autentici di fiducia. Altrimenti, questi spazi si trasformano in luoghi di isolamento e perdono la loro vocazione originaria. Quando i talenti circolano, il benessere diventa diffuso. Aumentano le porte d’ingresso al sistema, il centro si moltiplica e ogni organizzazione diventa nodale per la comunità, scoprendo risorse prima nascoste.
Ciò che tiene insieme tutto questo è la fiducia: credere in qualcosa di comune e, di nuovo, credere nell’altro.

Anche la parola pace, ritornata prepotentemente al centro di molti discorsi, lo ricorda: deriva da pactum.

La pace è un patto, un accordo reciproco che si rinnova nel tempo.
Un territorio che pratica la reciprocità, che educa attraverso i fatti e non solo attraverso le parole, non insegna la pace: la trasmette. Educare significa agire prima del conflitto, costruendo fiducia, reciprocità e responsabilità condivisa, affinché la pace non sia l’esito fragile di una tregua, ma una pratica quotidiana che rende la guerra sempre meno necessaria e sempre meno pensabile.

Pubblicazione
11.02.26
Scritto da
Ruggero Poi