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Ascolto in punta di piedi nell'abbondanza dell'Amazzonia. O in quel che resta

Detriti, Sud e immaginari: Leonardo Mastromauro (che ha collaborato negli anni con UNIDEE Residency Programs e con l'Accademia Unidee), intervista Sergio Racanati (che parteciperà alla prossima edizione di "Arte al Centro") vincitore del bando "Italian Council XI" con il progetto "Amazonia: Relatos de Abundancia". Nel confronto vengono ripercorsi i nodi centrali della ricerca artistica di Racanati, tra cinema d’artista, essay film e pratica politica, in un viaggio intorno ai temi dell’incompiutezza, della fragilità dell’umano e dei Sud intesi come condizioni plurali di marginalità e resistenza. L’attenzione al contesto amazzonico, affrontato con una prospettiva anti-estrattivista e decoloniale, apre un dialogo con il Mediterraneo e con le cosmopolitiche indigene, immaginate come risorse fondamentali per ripensare i futuri ecopolitici.

Terza pagina

Da una parte Leonardo Mastromauro, PhD in Estetica della Pontificia Universidad Católica de Chile (2020) e visiting fellow della Euskal Herriko Unibertsitatea (2019), che si occupa di relazioni tra arte contemporanea, biopolitica, epistemologie dei Sud ed ecologia. Leonardo ha partecipato nel 2017, nel contesto di UNIDEE Residency Programs, come ricercatore selezionato di Trauma & Revival: Contemporary Encounters, EU Project, mentre nel 2020 ha tenuto un seminario all'interno della summer school Borders/Boundaries-Limes/Limen dell'Accademia UNIDEE in collaborazione con ArtEZ, in cui ha esposto le prime riflessione di una ricerca all'epoca in corso culminata nella monografia Che cos'è il Sud? Saggio sulla terra inappropriabile, pubblicata con MELTEMI a gennaio 2024.
Dall'altra
Sergio Racanati, che ha preso parte a progetti espositivi internazionali e nazionali afferenti alla rigenerazione urbana, vincitore del bando Italian Council XI per il progetto Amazonia: Relatos de Abundancia. Racanati sarà uno dei protagonisti della prossima edizione di Arte al Centro: l'artista parteciperà alla rassegna annuale della Fondazione Pistoletto per presentare la sua ricerca (tutti i dettagli verranno resi noti successivamente).
Queste due figure si sono "incontrate" in un'intervista, realizzata da Mastromauro, che mette in luce la pratica e l'identità artistica di Racanati: vi proponiamo il loro dialogo.

Ciao Sergio, buongiorno. Anzitutto, per chi non ti conosce, potresti presentare brevemente la tua traiettoria artistica, i temi a cui più ti senti legato?
Ciao Leonardo, grazie per questa domanda. Mi concentro sulle mie ultime esperienze tracciando cosi anche i temi a cui sono particolarmente interessato. Sono vincitore del bando Italian Council XI edizione, Ambito 3 - Sviluppo dei talenti, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. Nel 2022 ho partecipato al Public Program della ruruHaus nell’ambito di Documenta XV realizzando come output conclusivo di questa meravigliosa esperienza di vita un progetto filmico WOK/WAJAN. Nello stesso anno sono stato vincitore del bando Italian Council 2022, sez. III, attraverso cui ho potuto svolgere una residenza artistica presso Campo de Heliantos nel villaggio Alter do Chao, nella Foresta Amazzonica (BR).

Nel progetto DEBRIS/DETRITI che sviluppi ormai da tanti anni, fondamentale è il tema dell’essay d’artista. Potresti raccontarci in cosa consiste, come si collega al tuo lavoro e qual è la tua visione del cinema/documentario?
Il tema dell'essay d'artista è centrale nel mio lavoro, soprattutto all’interno del progetto DEBRIS/DETRITI, che si sviluppa come un’esplorazione sia visiva che concettuale dei detriti, degli scarti, dei lacerati, delle smagliature, degli interstizi, delle tracce che appartengono inesorabilmente sia alla creazione che alla distruzione. Siamo abituati a pensare agli scarti o ai detriti come parte del processo di distruzione. Invece molto appartiene ed è intimamente interconnesso con la dimensione/sfera della creazione. Per la mia visione un essay d'artista non è solo una riflessione teorica o un’analisi intellettuale — o astratta come per molti teorici della fenomenologia della rappresentazione — ma diviene un’interrogazione aperta e pratica che avviene attraverso l’atto stesso della creazione. Si tratta di un dialogo continuo tra il materiale visivo/etno-antropologico e la riflessione concettuale-politica che lo anima. In quest’ultimo anno sto cercando di interrogare l'essay d'artista da una prospettiva di corpo-soggetto politico capace di intersecare le molteplicità dei linguaggi con cui costantemente abbiamo relazioni, cercando attraverso il melt-in-pot un soggetto meticcio capace di creare parentele nei diversi ambiti della conoscenza e dei saperi. Nella mia pratica, l’artist essay si configura come uno spazio di pensiero in atto, in cui la riflessione teorica non precede l’opera ma si produce attraverso di essa. È un processo di interrogazione aperta che prende forma nel gesto stesso della creazione, dove il fare diventa una modalità di conoscenza. Il lavoro si sviluppa come un dialogo continuo e stratificato tra materiali visivi ed etno- antropologici e una riflessione concettuale e politica che li attraversa e li mette in tensione. Si tratta di un formato intrinsecamente instabile e poroso, che eredita dal cinema e dal documentario i propri dispositivi per poi disarticolarli, sospenderli, rinegoziarne le convenzioni. Piuttosto che raccontare una storia o attestare un fenomeno, il mio interesse risiede nella possibilità di aprire un campo di esperienza e di pensiero non lineare, frammentato e incompiuto, capace di restituire la complessità del reale. In questo senso, l’artist essay diviene per me un luogo di frizione tra immagine e realtà — o, più propriamente, tra immagini e realtà plurali — in cui il rapporto tra il reale e il rappresentato non è dato, ma continuamente messo in discussione. L’opera non ambisce a offrire risposte, ma a sostare nell’ambiguità, nelle lacune e nelle smagliature del visibile, lasciando emergere forme di sapere parziali, situate e inevitabilmente instabili. La mia idea di cinema/documentario è quella di un "campo aperto" in cui il materiale documentario diventa un terreno da esplorare, senza la pretesa di spiegare o risolvere qualcosa, ma piuttosto un soggetto per stimolare una riflessione continua. Il documentario diventa, quindi, un modo per indagare la realtà in modo più complesso, meno diretto, ma altrettanto potente, cercando di essere il più orizzontale possibile e riducendo il più possibile la dinamica di potere tra osservatore-regista e l’osservato-indagato. Nel mio lungo progetto DEBRIS/DETRITI — ricerca work in progress che ha visto diverse tappe nazionali ed internazionali — i frammenti di una civiltà "decaduta" – ovvero la nostra — che siano resti materiali o immateriale — vengono trattati come entità-soggetti, a cui si cerca di dare voce. Non si tratta solo di analizzare i detriti o le rovine in modo estetico e/o storico, ma di avvicinarsi ad essi come a qualcosa che contiene una delle possibili verità non immediata, da svelare attraverso il processo stesso della ripresa/montaggio/editing. È per me un vero e proprio processo di soggettivizzazione della realtà, attraverso le nostre tracce. Una sorta di lavoro di scavo archeologico del presente: una forma di riflessione continua, in cui la realtà non è mai del tutto afferrabile o esauribile, ma sempre in movimento, frammentaria, pronta a rivelare/rivelarsi attraverso nuove prospettive.

Nel tuo discorso parli molto di incompiutezza e fragilità, l’umanità come materiale fragile. Puoi dirci brevemente cosa intendi?
Il materiale fragile dell’umanità non è fatto di pietra, ma di residui: voci spezzate, sogni spezzati, bisogni non ascoltati, immagini incomplete, memorie che tremano. È ciò che resta quando la Storia passa, quando i dispositivi di potere archiviano, selezionano, cancellano. È, per me, un materiale che non si lascia dominare, che chiede di essere maneggiato con cautela, perché ogni tentativo di fissarlo rischia di romperlo. Confrontarsi con tale fragilità significa accettare l’incompiutezza come forma, spazio-tempo e la cura come metodo. Ed ecco quindi che il materiale fragile dell’umanità designa quella moltitudine di soggettività, narrazioni e forme di vita che occupano una posizione di vulnerabilità all’interno dei regimi di visibilità e di rappresentazione.

Nel tuo lavoro, come d’altronde testimonia un tuo scritto che possiamo anche considerare alla stregua di un manifesto politico, fondamentale è il tuo rapporto con i Sud — al plurale! —. Potresti illustrarci brevemente questo rapporto che è biografico e inevitabilmente incarnato nel tuo lavoro?
La mia ricerca-azione ha come punto di partenza e di approdo la dimensione umana, osservata e de-costruita in relazione alla sfera pubblica, alle disparità politiche e sociali, ai meccanismi di conflitto con le istituzioni. Storia e contesto, coordinate imprescindibili ai fini di questa indagine filosofica e politica, si integrano in un rapporto tra forze polarizzate – globale e locale, macrostoria e microstoria, memoria collettiva e individuale – con uno sguardo che si focalizza sullo scarto, sul frammento, sul lacerato, sul detrito. Sono interessato ed attratto dalle strutture porose perché mi danno una grande spinta a immaginare una nuova umanità. La dimensione umana e politica della mia ricerca si situa e si concretizza spesso nella pratica della residenza d’artista nei Sud del mondo che trascende le geografie, per ibridarsi alla sfera emozionale, politica, ecologica e spirituale. Nella mia pratica artistica che ha uno sviluppo orizzontale, non piramidale, indago le relazioni tra comunità, cultura e geopolitica, gli scenari postcoloniali e postindustriali, le crisi energetiche e ambientali. Abito i margini, nei margini, nei terzi spazi-tempi – credo sia fondamentale per me porre attenzione alla questione del tempo, e torno magari successivamente ad approfondire — mettendo costantemente in discussione il potere politico e le narrazioni egemoniche. Il mio rapporto con i Sud, intesi al plurale, è uno degli aspetti più radicati e sfaccettati del mio lavoro, ed è indissolubilmente legato alla mia biografia e alla mia visione del mondo. Quando parlo dei Sud, non mi riferisco semplicemente a una nozione geografica, ma a una condizione esistenziale e sociale che riguarda luoghi, culture, storie e pratiche di resistenza, di lotta e di sopravvivenza. Il Sud è prima di tutto un concetto che esplora la marginalità, la perifericità, il luogo dove la storia ufficiale non arriva o dove i poteri dominanti non danno la possibilità di autodeterminare la storia-le storie, dove le voci sono sovente silenziate, ignorate, trascurate, abbandonate. È una dimensione che non è solo fisica, ma anche e soprattutto politica, psicologica/emozionale e culturale. Il mio legame con il Sud è, in effetti, strettamente biografico. Sono cresciuto in un contesto che non apparteneva ai centri del potere, né economico né politico, ma a quelle aree che si trovano ai margini, lontane dai riflettori, in sostanza in un paese di provincia. Mi ha salvato il mare. Le infinte campiture sempre diverse e le moltitudini di blu, cobalto, verde smeraldo, turchese, grigio, verdone, blu notte, nero pece. Questo legame incarnato con il Sud ha sempre guidato la mia ricerca cercando di mettere in evidenza storie marginali, storie ai margini, storie di margini, ma anche di resilienza e trasformazione. Nella mia visione, il Sud non è solo una terra di povertà o di abbandono, ma anche di lotta, di cultura che resiste, di forme di vita che si reinventano continuamente. È una grandissima risorsa per ridefinire valori ancestrali che abbiamo totalmente perso ormai nella notte dei tempi. Direi in modo sereno con la prima rivoluzione industriale. Quando parlo di Sud al plurale, intendo che ogni Sud ha la sua specificità, la sua lingua, la sua storia, ma anche una sua bellezza e una sua poesia, una sua armonica costellazione. In questo senso, i Sud sono tanti, perché la marginalità può assumere forme differenti a seconda del contesto: può essere legata alla condizione geografica, ma anche a quella razziale, di classe, di genere, o anche di "visione del mondo". I Sud sono frammenti, ma proprio per questo sono anche luoghi di possibile incontro, di scambio; luoghi dove si possono creare alleanze, sinergie e creare parentele. È proprio questa pluralità che mi interessa: il Sud non è monolitico, non è solo una condizione di miseria, ma è una molteplicità di esperienze, forme di vita, resistenze, che si intersecano e si arricchiscono reciprocamente: il sud è poroso. Il sud è una grande macchina del riscatto! Il mio lavoro, è soprattutto emerso quando redassi il manifesto politico-poetico "Perché ho scelto di vivere a Sud" (2018). Qui emerge la mia volontà di dar voce alla costellazione e pluralità di Sud, non per compiangere la nostra condizione, ne per farne un ritratto-cartolina folkloristica di stampo turistico-piacione — passatemi questa espressione — ma per riconoscere in essi una forza, una vitalità, una energia di riscatto, di emersione, che spesso viene occultata, schiacciata, repressa. I Sud, per me, sono quell’umanità messa ai margini, ma che continua a creare, a resistere, a riprendersi la propria dignità e a costruire il proprio futuro attraverso processi di resilienza continua e in divenire. La dimensione politica del mio lavoro sta nel tentativo di rompere le narrazioni dominanti che riducono il Sud a un luogo di vittimismo o di ignoranza, o luogo esotico di vacanza, che negli ultimi anni sta sempre più prendendo piede, e cercare di mostrare quanto, al contrario, questi luoghi siano ricchi di invenzione, di energia e di saperi non omologati. Ecco una selezione di alcuni passaggi del manifesto:

Ho scelto il SUD per le sue sfumature: sono le leggi non scritte che regolano la vita di ogni giorno, quello che ai forestieri — cosí come i miei nonni chiamavano le genti provenienti dal Nord durante le feste comandate o le vacanze estive — sembra ‘Chaos’. Per me è un ordine ben preciso. Una armonica costellazione del disagio!
Il SUD per me è un eco-sistema di possibilità di riscatto, di rivincita sullo sfruttamento del tempo- spazio e delle risorse umane. A SUD puoi ri-appropriarti del tuo tempo, del tuo spazio esistenziale.
Il mio vivere a SUD è una posizione aperta rispetto all’esistenza e vuol essere una possibile nuova forma di deideologizzazione dei SUD, sempre rappresentati come forma subalterna dei Nord
Sono profondamente innamorato dei SUD, del dolore straziante delle processioni senza fine, delle parole ricoperte di pizzo nero, dei bagordi ad oltranza per i preparativi dei banchetti nuziali, delle secolari pietre accatastate come veri archivi dell’umanità.
Il SUD è ritorno ad un corpo ancestrale e ai suoi miti, ancora emotivamente tribali.
Il SUD è sessualità arcaica connaturata.
Il SUD è reazionaria ribellione alla metrosessuale meccanica degli incontri senza memoria.
È un ragazzo con le gambe aperte e sudate, senza l'ottuso voyeurismo ciclopico.

Negli ultimi anni i tuoi lavori si sono focalizzati sul contesto amazzonico. Potresti raccontarci il perché di questa scelta, come essa prenda le distanze da tanti approcci neo- coloniali o culturalmente estrattivisti mascherati da opera d’arte, e che tipo di dialogo pensi ci sia tra il contesto amazzonico e quello mediterraneo.
Negli ultimi anni, il mio lavoro si è focalizzato sul contesto amazzonico perché credo che questa regione rappresenti non solo un ecosistema vitale, ma anche uno spazio/tempo di resistenza e di lotte quotidiane contro forme di sfruttamento che riguardano tanto l'ambiente quanto le culture indigene/ancestrali. L'Amazzonia mi affascina non solo per la sua biodiversità straordinaria, ma anche per le sue storie e le sue comunità che, nonostante le violenze storiche e contemporanee, continuano a sopravvivere e a mantenere viva una visione del mondo che si contrappone a quella capitalista ed estrattiva che oggi domina la nostra società globale. La mia scelta di concentrarmi sull'Amazzonia prende le distanze da approcci neo-coloniali o estrattivisti che, purtroppo, sono ancora visibili in molti ambiti culturali. Spesso, vediamo un’appropriazione di narrazioni e simboli delle popolazioni indigene che viene presentata come arte, ma che in realtà riproduce dinamiche di sfruttamento. Questo è un approccio e una modalità che si limita a estetizzare il dolore, a consumare le storie di queste popolazioni senza dar loro voce o spazio per un’autodeterminazione. L'Amazzonia, per me, è una questione di giustizia sociale, ambientale, politica, e il mio lavoro cerca di andare oltre la mera rappresentazione: voglio contribuire a un dialogo autentico e rispettoso con le culture indigene, e non ridurle a semplici simboli da consumare. Per quanto riguarda il dialogo tra il contesto amazzonico e quello mediterraneo, credo che esista una connessione profonda, sebbene apparentemente distante. O meglio, nel mio modo di leggere, interpretare e studiare le storie vedo/sento che emergono assonanze. Entrambe le regioni sono collegate da storie di dominazione, di sfruttamento delle risorse naturali ed umane, e in taluni casi, di espropriazione delle terre. Il Mediterraneo, con la sua tradizione di commercio, scambi e conflitti, e l'Amazzonia, con le sue comunità radicate nel territorio e nel solenne rispetto del Corpo-Natura, sono luoghi che hanno visto l'intervento di poteri esterni e l'imposizione di modelli economici globalizzanti. Nel mio paradigma entrambe le aree sono anche simboli di resilienza: le popolazioni amazzoniche resistono alle pressioni del capitalismo globale, così come le culture mediterranee, con la loro lunga storia, resistono ai tentativi di omogeneizzazione culturale. Questo dialogo tra due mondi apparentemente diversi si manifesta, secondo me, in un comune riconoscimento delle lotte legate alla Terra, alla memoria e al potere delle narrazioni locali. L’intento della mia ricerca è creare ponti tra questi mondi, facendo emergere le possibili somiglianze nelle lotte, o a volte le differenze. Altro aspetto importante è contribuire alla protezione del prezioso serbatoio di beni che vanno oltre la semplice sfera dei beni materiali: è una protezione della cultura, della memoria e dell'autodeterminazione delle comunità. In altri termini mi occupo — e mi preoccupo — delle questioni che afferiscono alla sfera dei beni comuni e comunitari che vanno oltre i confini dei singoli Stati e delle geografie — sia fisiche che politiche. Il rapporto tra South Global Studies e le questioni amazzoniche e indigene rispecchia la tensione tra le lotte locali per la difesa della Terra, della cultura e dei diritti umani e le strutture di potere globali che cercano di assoggettare e sfruttare le cosi denominate — a mio parere in modo suprematista-bianco-occidetalocentrico — popolazioni subalterne. Attraverso un'analisi critica e interdisciplinare, il campo degli studi globali del sud ci invita a ripensare le relazioni tra ambiente, cultura e sviluppo, promuovendo la solidarietà e il riconoscimento delle forme di conoscenza indigena come strumenti cruciali per affrontare le sfide globali del nostro tempo attraverso patti di “sorellanza” e prospettive eco-transfemministe cercando di attivare processi di alleanza di corpi politici.

Se dovessi provare a immaginare un futuro ecopolitco prossimo, alla luce delle crisi ambientali stratificate e degli ecocidi diffusi, che ruolo potrebbero avere, a tuo parere, le cosmopolitiche amazzoniche e la tradizione mediterranea?
Se dovessi immaginare, visualizzo l'Amazzonia non solo come regione geografica, ma come simbolo globale di resistenza contro la devastazione ecologica e il cambiamento climatico. Le popolazioni indigene che abitano l'Amazzonia, in particolare le comunità autoctone, sono tra le principali custodi di una biodiversità unica e di forme di conoscenza che sono in grado di contrapporsi ai modelli di sviluppo estrattivista promossi dalle potenze economiche globali. Ma anche questo sta cambiando, ve lo assicuro. La forza devastatrice del turbo capitalismo-macchina divoratrice di tutto sta falciando anche loro. In questo scenario i South Global Studies — a mio avviso — esplorano le dinamiche di potere globali che contribuiscono alla violazione dei diritti delle popolazioni indigene e alla distruzione dell'ambiente. Le comunità indigene sono costantemente coinvolte in lotte per la difesa dei loro territori, delle loro pratiche culturali e spirituali e dei loro diritti. Queste lotte non sono solo localizzate, hanno una rilevanza globale poiché interagiscono con i temi più ampi di colonialismo, neo-colonialismo ed estrattivismo. Il South Global Studies fornisce un quadro critico per comprendere come il capitalismo globale e la post-modernità coloniale abbiano sfruttato e marginalizzato le popolazioni indigene, riducendole a un oggetto di studio o di sfruttamento economico, senza riconoscere la loro autodeterminazione. Un altro aspetto fondamentale del discorso ecopolitco è l'analisi della relazione indissolubile tra ambiente e cultura nelle popolazioni indigene. Per le comunità amazzoniche, la Terra- Pachamama- non è solo un luogo fisico, ma un spazio-tempo sacro che è intimamente legato alla loro visione del mondo, alle pratiche quotidiane e alla loro identità culturale: cosmovisioni, cosi chiamate. Le popolazioni indigene amazzoniche sono tra le principali attiviste per la giustizia climatica: esse hanno da secoli una conoscenza profonda dei cicli naturali e delle relazioni ecologiche. Le forme di giustizie ambientali e sociali – ovvero i movimenti politici, e qui mi riferisco a tutte quelle forme non legittimate dalle forme istituzionali della politica partitica dominante — non possono essere disgiunte, pertanto il pensiero ecopolitico militante antagonista — a cui aderisco e ne faccio parte da diversi anni ormai — cerca di interconnettere le lotte locali (come quelle delle popolazioni amazzoniche) con movimenti globali di giustizia, chiedendo e rivendicando urgenti cambiamenti nelle politiche economiche, ambientali e sociali.

Puoi dirci qualcosa in più rispetto al progetto vincitore dell’Italian Council 2025 – Amazonia: Relatos de Abundancia? In cosa consiste? Cosa hai in mente di fare?
Domandona! Provo a dare delle suggestioni, indicazioni, note pre-viaggio: pre-visioni. Monito. "Amazonia: Relatos de Abundancia" è un attraversamento viscerale di alcune aree dell’Amazzonia colombiana attraverso una modalità a me cara, quella della residenza d’artista, che in questo specifico progetto è “diffusa” e si formalizzerà in un film d’artista e in un libro. Il progetto va oltre la semplice documentazione del territorio amazzonico, cercando di intrecciare una riflessione visiva e intellettuale sul concetto di abundancia (abbondanza) che non è solo legato alla natura in senso stretto, ma anche alla relazione tra le culture, i saperi, e le modalità di coesistenza tra esseri umani e non umani. Il processo di creazione interroga l’Amazzonia come corpo/soggetto politico che integra saperi ancestrali e contemporanei in una costante tensione interessante tra il rispetto per la tradizione e il desiderio di innovare, un tema molto forte oggi, in particolare nella relazione tra globalizzazione e preservazione delle culture indigene. Sarà un processo d’ascolto attivo delle comunità locali, delle loro storie e dei loro modi di vivere volto a decolonizzazione l’immaginario e le narrazioni politiche e culturali: un progetto dove i confini tra ciò che è "locale" e ciò che è "universale" si dissolvono, costituendo un corpo extrafrontaliero. È un progetto in cui approfondisco le questioni e riflessioni sui Sud. L’esito filmico non sarà solo documento ma Sud stesso, diviene una chiave per decostruire il linguaggio cinematografico e per dare visibilità a storie e voci che sono storicamente state marginalizzate. AMAZONIA: RELATOS DE ABUNDANCIA, è stato presentato dal Centro Itard Lombardia, e coprodotto dalla Emily Harvey Foundation di New York e dalla Regione Puglia, e sarà seguito da un board curatoriale composto da Manuela Gandini (NABA), Esteban Aduanza (LOOP Festival Barcellona) Annalisa Rimmaudo (Centre Pompidou) e Reza Afina (ruangrupa/Documenta 15). Il film sarà acquisito dal MAN—Museo Arte contemporanea di Nuoro, diretto da Chiara Gatti.

In conclusione, salutaci con un pensiero libero a tua scelta.
Grazie Leonardo e spero di aver risposto alle tue preziose domande. Vi saluto, ti saluto scegliendo di liberare il pensiero a pochissime ore dal solstizio d’inverno con un componimento poetico che ho scritto nella Foresta primaria di Flona, durante la residenza artistica ad Aler Do Chao ( Br) per il progetto DEBRIS/DETRITI Amazzonia, Italian Council edizione XI:

a sud
quando batte il
sole
i corpi diventano
più selvaggi


20 dicembre 2025

Pubblicazione
30.01.26
Scritto da
Leonardo Mastromauro