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"Cittadellarte allo specchio" #8 - Anna Mastrovito tra numeri, sostenibilità e relazioni
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. L'ottava puntata della rubrica è dedicata ad Anna Mastrovito dell'Ufficio Amministrazione di Cittadellarte, che s'interroga sul significato della responsabilità oggi, tra pratiche quotidiane, trasformazioni tecnologiche e ruolo dell’arte nel generare consapevolezza e legami.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa ottava puntata lo specchio si rivolge ad Anna Mastrovito, impegnata nell'Ufficio Amministrazione di Cittadellarte da poco più di nove mesi, principalmente nella gestione della fatturazione passiva. Al di fuori della Fondazione coltiva un forte interesse per la sostenibilità ambientale e, su questa scia, sta seguendo un Master in 'ESG and Sustainability Management'. "Non passo il mio tempo libero - ha puntualizzato - solo a studiare: adoro viaggiare e scoprire posti nuovi, continuando a coltivare la felicità attraverso le relazioni con le persone e la mia famiglia". Tra amministrazione, sostenibilità e desiderio di costruire pratiche concrete di responsabilità, la conversazione che segue esplora il rapporto tra arte e azione, tra innovazione tecnologica e scelta umana, tra indifferenza e possibilità di trasformazione. Un dialogo che mette al centro la responsabilità come esercizio quotidiano e come direzione etica per il presente.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
A mio avviso, continuare a parlare di trasformazione sociale responsabile è ancora necessario, a maggior ragione nel contesto in cui ci troviamo oggi, segnato da conflitti e chiusure. Sicuramente qualcosa non funziona come dovrebbe, ma non credo che la modifica debba essere apportata sul lessico, bensì sui modi di agire, sulle azioni e sulle pratiche che fanno sì che un termine si identifichi in qualcosa di vero, reale, in un’assunzione di responsabilità continuativa. Non bastano le parole, ma servono i fatti, serve esercitarsi, provare, sbagliare e ritentare, per raggiungere dei risultati concreti.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Il rischio è intrinseco nella vita, seppur in piccola parte ognuno di noi tutti i giorni è esposto a dei rischi per il solo fatto che si vive. Quando si esce di casa (oppure anche restando a casa) si accetta il rischio di tutte ciò che può accadere durante la giornata; ma se non si accettasse questo rischio, che vita sarebbe?
A maggior ragione, il rischio deve essere accettato da Cittadellarte per portare le propria idee nel mondo, entrando con un’opera in zone segnate dai conflitti e dalle tensioni, rispettandone i luoghi e le culture. Credo che l’arte sia uno strumento che può avvicinare tutto il mondo, come vediamo un’opera noi la vedono esattamente uguale tutti gli altri; non servono traduzioni, non serve nulla di più che l’opera stessa che parla la medesima lingua in tutto il mondo nonostante, chiaramente, l’arte si adatti e in ogni Paese abbia forme differenti. Detto ciò, affinché l’arte sia viva bisogna che questa sia libera ad interpretazione, accettando il rischio della distorsione pur di creare uno spazio di confronto.
Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Al giorno d’oggi gli algoritmi, l’intelligenza artificiale e l’automazione stanno progredendo, ma ciò che fa ancora parte delle persone è proprio il senso di responsabilità. Sempre più, oggi, in un contesto in cui spesso lasciamo che gli strumenti di AI prendano decisioni direttamente per conto nostro, educare alla responsabilità significa riappropriarsi della facoltà di scelta. Anche quando un processo è automatizzato, la cornice etica non lo è mai. Quando l’automazione semplifica, la responsabilità deve complicare e approfondire. Non per frenare l’innovazione, ma per restituirle una direzione umana.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Partendo dal presupposto che faccio parte di Cittadellarte da soli nove mesi, mi sento di dire che ho disimparato a considerare l’arte solo come uno spazio in cui esprimere i propri sentimenti in maniera individuale, quasi terapeutica. A Cittadellarte ho capito che può essere molto di più. L’arte non è solo uno sfogo, è un linguaggio. Può diventare un mezzo per esprimere ciò che non trova spazio, per portare idee nel mondo e costruire posizioni. L’artista non è isolato e le opere possono essere un mezzo relazionale. Non riguarda solo ciò che sento, ma ciò che possiamo fare insieme a partire da ciò che sento. In questo contesto, l’arte non è più solo espressione, ma è responsabilità.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come a un organismo vivente, la parte più fragile mi sembra oggi la relazione con il territorio. La Fondazione sta cercando con impegno di avvicinarsi sempre di più alle comunità locali, di costruire ponti concreti con Biella e con chi la vive quotidianamente. Eppure, la sensazione che ho è che Cittadellarte sia spesso più conosciuta, riconosciuta e valorizzata fuori da Biella che al suo interno.
La parte più matura, invece, è proprio l’internazionalità. In questi mesi ho potuto vedere con i miei occhi arrivare artisti, curatori e ricercatori da tutto il mondo. La rete che si sta creando è concreta, non solo simbolica. È una comunità globale che dialoga, si incontra, lavora insieme.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza non è assenza di emozione: è spesso difesa, paura e timore. Viviamo immersi in immagini di dolore estremo a flusso continuo. L’indifferenza, per alcuni, è una forma di riparo e di sopravvivenza. Non tutti hanno la forza e il coraggio di muoversi davanti ad eventi di questo tipo; questo può essere comprensibile, ma a volte vi è la necessità di agire, di rompere il silenzio ed agire con responsabilità.
Se l’indifferenza fosse un’opera d’arte non penso che la distruggerei. Poco tempo fa ho potuto fare un tour completo della Fondazione, delle mostre che racchiude e vedermi dentro gli specchianti, come parte di essi. Distruggere è un gesto definitivo troppo “semplice”, trasformare è più complesso, richiede più tempo, ma probabilmente porterebbe a risultati migliori e sostenibili nel tempo.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Da amministrativa sento la necessità di dire che i numeri servono ma devono avere un fine, vanno tenuti sotto controllo per un motivo, per migliorarsi, per crescere e non per anestetizzare l’umanità dietro cifre astratte. In questo senso, l’arte è responsabilità: non deve solo raccontare il dolore, ma deve trasformarsi in esperienza condivisa, in possibilità di azione e deve riattivare empatia creando spazi di ascolto, di riflessione, di contatto, senza spettacolarizzare la sofferenza. Restituire umanità significa far vedere chi siamo dentro i conflitti, non solo quanti siamo.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quando chiudo la porta resta una forma di attenzione che non si spegne. È la consapevolezza che il lavoro continua anche fuori dall’ufficio, che il lavoro fatto qui, tra arte e responsabilità sociale, possa generare effetti concreti, anche piccoli. Una sorta di curiosità responsabile: la voglia di continuare a capire, a sentire e a fare, anche quando le luci si spengono.