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"Cittadellarte allo specchio" #10 - Ruggero Poi, quando l'arte è un modo di vivere
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La decima puntata della rubrica è dedicata a Ruggero Poi, direttore dell’Ufficio Ambienti d’Apprendimento e Formazione, che riflette sul rapporto tra arte, educazione e comunità, interrogando il ruolo dei processi artistici nella costruzione di pratiche capaci di rendere il cambiamento abitabile e di generare nuove forme di conoscenza e responsabilità.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa decima puntata lo specchio si rivolge a Ruggero Poi, autore e archeologo. A Cittadellarte dirige l’Ufficio Ambienti d’Apprendimento e Formazione e insegna presso l’Open School del Terzo Paradiso, la scuola complementare dedicata a bambini e bambine tra i 6 e gli 11 anni. Il suo lavoro si concentra sull’incontro tra arte, educazione e comunità, sviluppando pratiche che utilizzano i processi artistici come strumenti di conoscenza e trasformazione sociale. Ha curato diversi libri di Michelangelo Pistoletto e ha scritto con lui il volume Dio X Caso: un affaccio sull’ignoto. Nel dialogo che segue emergono alcune immagini chiave: la società contemporanea paragonata all’adolescenza, la necessità di costruire pratiche capaci di rendere il cambiamento abitabile e il ruolo dell’arte come spazio di frizione fertile, dove l’incontro con ciò che non conferma le nostre convinzioni può generare un pensiero nuovo. Tra educazione, tecnologia e responsabilità, le sue risposte invitano a riconoscere la dimensione artistica nelle esperienze quotidiane e a considerare Cittadellarte come un organismo in trasformazione.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Viviamo una situazione simile all’adolescenza: quando i cambiamenti sono troppo rapidi per essere compresi, la prima reazione non è la maturità ma il bisogno di stabilità. Come i ragazzi oscillano tra ritiro e rigidità per difendersi dall’incertezza, così le società cercano confini netti e appartenenze forti. Non è trovare parole più forti, la soluzione, ma costruire pratiche che rendano il cambiamento che immaginiamo, abitabile. Una società matura non elimina i conflitti, impara a sostenerli.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Ma l’arte nasce proprio dove il senso non è già stabilito. Se cerca solo contesti protetti diventa decorazione; se entra nelle zone esposte, diventa esperienza. Come dicevo, viviamo un tempo adolescente e dunque bisogna prendere la posizione dell’adolescenza, che attraversa soglie e non sosta solo su abitudini rassicuranti. Dall’infanzia alla maturità si cambia il mondo e questo è possibile attraversando la soglia indefinita dell’adolescenza.
Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Gli algoritmi affascinano perché riducono l’attrito, la fatica, suggerendo risposte. Ci offrono una leggerezza immediata simile all’evasione del ballo o di una canzone. Per questo attraggono.
Vogliamo capire il valore che quella leggerezza può avere per la realtà? L’ambizione di atleti, scienziati o artisti li porta ad andare oltre lo scoglio quotidiano, questa tensione a evadere oltre il presente permette di sostenere lo sforzo e superarsi. L’essere umano, come qualsiasi animale, viene al mondo già con il peso della forza di gravità. Passiamo la vita a lottare con essa: per terra, per mare o in cielo e oltre l’atmosfera. Non vedere la leggerezza della tecnologia è un errore, come lo è astrarla dai problemi del nostro tempo.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Credo di aver capito che l’arte non può essere un’attività esterna alla vita, ma è essenzialmente un modo di vivere. Allora l’arte, o la poesia, possono stare nell’architetto e nell’ingegnere che creano ripari opponendosi alla forza di gravità, possono stare nel dottore o negli infermieri di un pronto soccorso che usano la cura e contrastano la sofferenza e il limite della vita. Arte e poesia sono modi di vivere. Per risponderti, ho disimparato gli stili e i generi letterari e ho imparato a riconoscere la possibilità artistica nell’esperienza di ciascuno di noi.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come a un organismo vivente, direi che oggi sta cambiando voce. Ed è una fase delicata. Quando si cambia la voce compare sempre un conflitto: restare nell’infanzia, con una libertà spontanea e non ancora definita, oppure assumere un’identità riconoscibile, responsabile.
L’organismo deve vivere situazioni concrete, anche conflittuali, che lo obblighino a chiarire cosa vuole dire e come dirlo. Una voce diventa sicura quando è messa alla prova e regge l’incontro con la realtà. In questa fase Cittadellarte è sicuramente un cantiere sperimentale molto interessante, se continuerà a chiarire la sua voce, rendendola riconoscibile e credibile, potrà portarla anche molto lontano.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
Il dolore appartiene alla vita e, da sempre, la domanda decisiva non è come eliminarlo ma che senso abbia. L’essere umano continua a cercare significato non per giustificare la sofferenza, ma per non esserne interamente dominato.
Molto del dolore umano, infatti, non proviene dalla natura ma dalle relazioni: incomprensioni, conflitti, violenze reciproche. La ricerca di significato non elimina queste realtà, ma introduce una responsabilità: riconoscere l’altro non solo come limite o minaccia. Senza questo passaggio il dolore genera altro dolore. Dunque, seppur in mille pezzi, come lo specchio rotto, anche noi possiamo dare un senso al nostro essere umani. La nostra condizione comune è la fragilità della vita: su questo forse possiamo trovare un valore umano ancora non completamente espresso.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L’algoritmo non è solo tecnologico, ma esiste da sempre come tendenza umana alla conferma: cerchiamo ciò che rafforza le nostre convinzioni e respingiamo ciò che le mette in crisi. Le piattaforme lo rendono solo più rapido e continuo. Per questo la responsabilità non è soltanto tecnica, ma riconoscere l’“algoritmo che siamo”. Qui l’arte svolge una funzione diversa dall’informazione. I “dentelli” della nostra percezione, abituati alla conferma, possono entrare in frizione con la virtualità, solo quando incontrano qualcosa che non coincide subito con ciò che già pensiamo. Proprio nel calore di quella frizione sta un pensiero nuovo che prima non c’era. L’arte è calore, il calore è energia e vita.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Non ho mai pensato l’ufficio come luogo fisico, ma come impegno. Officiare per me è molto più legato al fare che allo stare. Non saprei darti un’emozione precisa, è una forma di attenzione che prosegue anche fuori, come se il lavoro non finisse con la chiusura della porta ma diventasse parte del modo di guardare la realtà.