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"Cittadellarte allo specchio" #9 - Andrea Abate, esercizi di empatia contro l'indifferenza

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La nona puntata della rubrica è dedicata ad Andrea Abate - impegnato a Cittadellarte tra eventi, logistica e allestimenti - che riflette sui rischi della polarizzazione sociale, sull’urgenza di educare alla responsabilità nell’era degli algoritmi e sul ruolo dell’arte nel riattivare empatia.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa nona puntata lo specchio si rivolge ad Andrea Abate, che lavora a Cittadellarte da 10 anni occupandosi di eventi, logistica e allestimenti. Laureato all'Accademia di Belle Arti di Brera, ha numerose passioni: dipingere, cucinare "amo preparare piatti per gli altri e scoprire sempre nuove culture culinarie", viaggiare, studiare e gli animali. Andrea, come si evince dai suoi interessi, è un ragazzo semplice ma profondo: nel suo percorso a Cittadellarte ha maturato una riflessione profonda sul valore dell’empatia come pratica quotidiana e come strumento di trasformazione sociale. Nelle sue risposte emergono alcune tensioni centrali del nostro presente: la polarizzazione del discorso pubblico, l’uso irresponsabile degli strumenti digitali, la difficoltà di mantenere la sensibilità di fronte a un flusso continuo di immagini di dolore e conflitto. Richiamando spesso il simbolo del Terzo Paradiso come spazio di equilibrio tra opposti, Abate invita a superare le logiche di schieramento che dominano il dibattito contemporaneo e a recuperare una capacità di ascolto reciproco. Tra educazione, responsabilità e speranza, il suo sguardo insiste su una convinzione radicale: la trasformazione sociale non può avvenire senza una rinnovata pratica di empatia.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Sì, ha senso, e bisognerebbe parlare molto di più di trasformazione sociale, perché negli ultimi anni ho visto crescere sempre di più una divisione sociale. Nel 2026 siamo ancora fermi a discorsi politici su sinistra-destra, comunisti-fascisti... lo trovo davvero distruttivo per il futuro dell’umanità. Non ci pensiamo più come esseri umani, ma solo come parte di qualcosa di più grande a cui dobbiamo obbedire ciecamente. Vedo questi schieramenti in ogni cosa: posso capirlo nel calcio o nello sport, ma non su temi così delicati. Ormai è tutto polarizzato. Ognuno resta fermo nelle proprie idee, anche quando sono sbagliate, e le difende per partito preso, magari solo perché lo suggerisce il proprio partito di riferimento. Si è inoltre persa la sensibilità. Per questo credo che ci sia assolutamente bisogno di trasformazione.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Per me è fondamentale, anzi, mi spingerei ancora di più. Capisco che tante persone possano non cogliere certi messaggi, ma se si riesce a far riflettere anche solo una persona, secondo me è già una vittoria. Per questo non vedo il portare questo pensiero come un rischio, ma piuttosto come un’opportunità. Nonostante i limiti pratici e un supporto solo parziale delle istituzioni, continuerei a operare su questa strada, continuando a fare sensibilizzazione attraverso l'arte.

Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Educare alla responsabilità è fondamentale. Io non demonizzo l’intelligenza artificiale e le automazioni, ma solo se restano strumenti al servizio dell’essere umano e non diventano l’unico riferimento, perché altrimenti rischiamo di disumanizzarci. Tanti utilizzano questi mezzi in modo sbagliato, come accade con i social, dove si crea moltissimo odio. Io sono per un uso più consapevole e credo che serva un'educazione che lo Stato oggi non dà. Questi strumenti vengono messi sul mercato e consegnati alle persone senza una vera formazione di base. Faccio un paragone forte: se hai un’arma, qualcuno ti insegna a usarla. Questi strumenti, a volte, hanno la stessa potenza e senza educazione rischiano di essere utilizzati in modo molto pericoloso. Io forse sono anche un po’ estremista su questo punto, ma credo che si dovrebbe arrivare, soprattutto sui social, all’obbligo di accesso con lo SPID. Vedo persone scrivere cose che fanno accapponare la pelle, ma nessuno si prende la responsabilità di ciò che afferma perché si nasconde dietro a profili falsi. Questo vale anche per il mondo dell’informazione: a volte anche testate giornalistiche pubblicano notizie che poi si rivelano false, ma raramente si ammette l’errore. Tutto scorre veloce e passa sotto silenzio. Ribadisco quindi che si sia arrivati al punto in cui bisogna assumersi la responsabilità di quello che si scrive. E se non riusciamo a farlo attraverso la sensibilità individuale, forse serve anche una regolazione dall’alto. Accanto a questo, occorre un’educazione che deve iniziare dal basso: dalle scuole fino alle università, ma anche nelle università popolari e negli spazi di formazione per le persone più anziane. Uno dei mali del nostro tempo è proprio l’uso sbagliato di questi mezzi. E non do nemmeno tutta la colpa alle persone: alcune sono semplicemente disinformate, altre lo fanno apposta per creare panico o confusione. Ma il risultato è che quasi nessuno si assume mai la responsabilità di ciò che scrive.

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Tornando alla prima domanda, un tempo anch’io vedevo il mondo in modo molto rigido: avevo le mie idee e tendevo ad attaccare chi non la pensava come me. Quello che ho disimparato è proprio questo atteggiamento, grazie al confronto. È qualcosa che Michelangelo Pistoletto spiega molto bene nel simbolo del Terzo Paradiso: tra due cerchi opposti si può trovare una soluzione. Vale nella politica, nella religione, nella vita quotidiana. Pensiamo ancora agli scontri tra destra e sinistra: io credo che nel centro del Terzo Paradiso ci sia un equilibrio. Prima non lo capivo nemmeno io. Oggi ho compreso che la soluzione spesso sta nel mezzo. Non più bianco o nero, ma grigio. E davvero l’unione fa la forza: come insegna Michelangelo, uno più uno non fa due ma fa tre.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Qui mi ricollego a un aspetto che avevo già letto in altre interviste della rubrica, in particolare a quella di Anna Mastrovito. La parte più fragile, secondo me, è il rapporto con il territorio, ma non la considero una nostra colpa. Cittadellarte si è sempre dimostrata molto aperta, ospitando eventi per i Biellesi e non. Penso per esempio alla GDA – Giornata dell’Arte, che ha sempre avuto grande successo. Eppure non ho mai percepito un vero supporto locale. Mi stupisco - e reputo incredibile - quando persone del territorio non ci conoscono. Qui torniamo sempre alla questione dell’educazione e della sensibilizzazione. Com’è possibile sapere che esiste il centro commerciale Gli Orsi ma non la Fondazione Pistoletto? Questa mancanza non la considero una nostra colpa, lo dimostra il fatto che fuori dalla provincia - e all’estero - Cittadellarte sia molto nota.
La parte più matura invece è proprio quella della sensibilizzazione. Facciamo moltissimo lavoro in questa direzione, però non possiamo essere gli unici a occuparcene: abbiamo bisogno di alleati. I primi dovrebbero essere le istituzioni del territorio, non solo sul piano comunicativo ma anche nel rendere il messaggio di Cittadellarte più accessibile e comprensibile a tutti.


Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Per me l’indifferenza è davvero la parola chiave del nostro tempo. Nel mio piccolo ho avuto anche un percorso artistico che si basava sull’empatia: cercare di far percepire, anche solo per un secondo, quello che prova un’altra persona. Magari attraverso parole capaci di creare un brivido di consapevolezza o paura. Oggi c’è troppa indifferenza: pensiamo al razzismo, al modo in cui si affrontano le malattie, ai disturbi mentali, alle guerre. Si parla di morti di serie A e di serie B. L'empatia, per me da sempre elemento chiave, sembra si sia persa. Eppure credo che la soluzione sia sempre imparare a mettersi dall’altra parte. Ecco, questo mi è stato insegnato soprattutto da Cittadellarte: quando sento due persone discutere cerco sempre di capire le ragioni di entrambe e poi fare una sintesi. Nel mondo invece si assiste al contrario: ognuno resta fermo sulla propria posizione senza fare lo sforzo di capire l’altro. Questo è sempre esistito, ma forse con i social la perdita di sensibilità è diventata ancora più evidente. Dunque, se l’indifferenza fosse un’opera d’arte, sì, la distruggerei come lo specchio di Pistoletto. Perché vorrei vivere in un mondo dove l’indifferenza non esiste più.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
È una domanda complessa. È vero che spesso i numeri sostituiscono i volti, ma questo accade proprio perché manca empatia. Si guardano solo le percentuali, non le storie delle persone. Prendiamo come esempio il conflitto in Medio Oriente: spesso non si fa nemmeno lo sforzo di capire da quanto tempo esiste e cosa lo ha generato. Molti ritengono che la guerra tra Israele e Palestina sia iniziata il 7 ottobre 2023, ma le radici sono molto più lontane nel tempo. Il problema è che nel corso degli anni sono nate forme sempre più radicali di estremismo. E per me l’estremismo è un problema, indipendentemente dal fatto che sia di destra o di sinistra. Non riesco a capire come l’umanità continui ad accettarlo. Per quanto riguarda il rage bait, mi ricollego a quello che sottolineavo prima: serve un uso consapevole dei social. Un uso che deve essere insegnato, diventando parte significativa dell’educazione. Ritorno anche alla proposta che avanzavo prima: introdurre sistemi come lo SPID per l’accesso ai social. Oggi è pieno di profili falsi. Le persone non ci mettono la faccia e non si assumono la responsabilità di ciò che scrivono. Molto spesso i contenuti vengono pubblicati proprio per provocare rabbia e generare interazioni. Ma non è dialogo vero: è solo rabbia che genera altra rabbia, come un cane che si morde la coda. È un meccanismo quasi fisico: pubblichi rabbia e ricevi rabbia. Se invece si eliminassero i profili falsi e ognuno fosse responsabile delle proprie parole, sono convinto che il fenomeno del rage bait diminuirebbe drasticamente.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
La speranza. La speranza che ci sia più empatia e meno indifferenza. Noi possiamo fare la nostra piccola parte, ma i governi e i capi di Stato dovrebbero essere i primi a crearla. Invece spesso constato il contrario: quando nasce un barlume di speranza viene subito spento. Ho la sensazione che convenga tenere le persone divise. Non parlo solo dell’Italia, lo vedo anche nel resto del mondo. Penso agli Stati Uniti e alle ultime elezioni: il principio del "divide et impera" è sempre molto attuale. Un popolo diviso è più facile da controllare. Per questo dovremmo essere noi, come cittadini, i primi a diventare più sensibili e a capire che questa divisione non porta a nulla. Continuare a parlare come se fosse tifo da stadio non offre soluzioni. Chi governa è sicuramente più tranquillo se noi restiamo così divisi. Per questo, finché non arriveremo a sviluppare più empatia e la capacità di comprendere davvero il punto di vista dell’altro, mi voglio aggrappare alla speranza.

Pubblicazione
05.03.26
Scritto da
Luca Deias