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Demopraxia sul confine: a Gorizia e Nova Gorica l’arte diventa infrastruttura democratica
Pubblichiamo l’editoriale di Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte, a seguito della due-giorni di incontri del Cantiere dell’Opera Democratica tra Gorizia e Nova Gorica, nel cuore di "GO! 2025 Capitale Europea della Cultura". Una riflessione sulla demopraxia come pratica che trasforma il confine in spazio di collaborazione e costruisce, attraverso l’arte, nuove infrastrutture relazionali e politiche.
Rientro ora da una due-giorni in cui ho incontrato alcuni partecipanti del Cantiere dell’Opera Democratica Gorizia e Nova Gorica, nel cuore di GO! 2025 Capitale Europea della Cultura. È uno di quei contesti in cui l’espressione “arte e politica” smette di essere astratta e diventa pratica condivisa.
Il lavoro del Cantiere si sta organizzando lungo tre direzioni: i tavoli nati dal Forum di ottobre — in particolare quello su educazione, pace e dimensione transfrontaliera —, il tavolo Legami che si intrecciano, che sta progettando l’installazione del Terzo Paradiso esattamente sulla linea di confine, e una doppia campagna di comunicazione, tra spazio pubblico e social, per coinvolgere chi finora è rimasto ai margini.
Quello che emerge non è solo un insieme di attività, ma una infrastruttura in formazione. Il GECT, Gruppo europeo di cooperazione territoriale, Territorio dei Comuni di Gorizia, Nova Gorica e Šempeter-Vrtojba, con la sua natura istituzionale e al tempo stesso aperta, è da tempo una vera infrastruttura di cooperazione, capace di tenere insieme amministrazioni, organizzazioni e società civile.
Ora però, in questo Cantiere si vede all’opera qualcosa di più profondo: l’arte della demopraxia. Questa pratica artistica e politica costruisce i suoi Cantieri seguendo un canovaccio che abbiamo già sperimentato in numerosi altri contesti: una prima Scena di Mappatura, in cui si riconoscono attori, tensioni, desideri e conflitti; una seconda Scena di Forum, dove queste energie vengono messe in dialogo al fine di generare intelligenza collettiva, nella definizione di una visione condivisa per il futuro della comunità e di una serie di azioni e progetti; e una terza Scena di Cantiere, in cui il confronto si traduce in forma di infrastruttura operativa.
Non è una teoria che osserva dall’esterno né un dispositivo simbolico fine a se stesso. È una pratica che struttura relazioni, ridefinisce ruoli, costruisce alleanze. È accaduto in altre opere demopratiche — nei cantieri territoriali attivati in diversi contesti italiani ed europei, nelle esperienze di co-progettazione che hanno messo attorno allo stesso tavolo istituzioni, imprese, terzo settore e cittadini. Ogni volta la dinamica è la stessa: non si rappresenta la democrazia, la si esercita.
Qui, tra Gorizia e Nova Gorica, questo metodo prende una forma particolarmente evidente perché agisce su una linea di confine reale, storica, simbolica. La demopraxia non cancella le differenze, ma le mette in relazione e costruisce uno spazio in cui il conflitto può trasformarsi in progetto.
È questo il punto: una democrazia che non si limita a rappresentare interessi già dati, ma che costruisce le condizioni perché nuove forme di collaborazione possano emergere.
In un momento in cui i modelli tradizionali di organizzazione sociale mostrano segni di crisi generalizzata, qui si sperimenta un’altra possibilità: un’infrastruttura relazionale che sostituisce l’antagonismo con l’alleanza, la competizione con la collaborazione.
Del resto, è anche una questione antropologica: siamo una specie collaborativa.
L'animale umano si è evoluto, secondo l'interpretazione popolare della teoria darwiniana, per selezione competitiva e si dimentica che altrettanto forte e rilevante è stata la spinta fornita dall'adattamento collaborativo. L'essere umano è un animale collaborativo, dalla caccia alla costruzione dei primi rifugi, ai sistemi di difesa attraverso modalità di comunicazione, ai sistemi di apprendimento e trasmissione delle culture spontanee, velenose o commestibili. L'umano è sempre stato caratterizzato da un gradiente di collaborazione altissimo; non è l'unico animale con queste caratteristiche, basti pensare alle balene e alle orche, agli elefanti, ai lupi, ai bonobo e ad altre forme di vita, ma certamente è uno di quelli che massimamente hanno fatto dell'arte di co-creare, di collaborare, una delle caratteristiche essenziali della propria civiltà. E forse è proprio da qui che bisogna ripartire — non da un’idea di potere, ma da una forma di “poter fare” insieme.
Paolo Naldini
Direttore di Cittadellarte