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"Cittadellarte allo specchio" #7 - Andrea Calciati e la responsabilità che nasce dal basso
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La settima puntata della rubrica è dedicata ad Andrea Calciati, che attraversa i temi della responsabilità, dell’indifferenza e della consapevolezza, raccontando Cittadellarte come uno spazio in cui ripensare il rapporto tra arte, società e umanità nel presente.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa settima puntata lo specchio si rivolge ad Andrea Calciati, imprenditore attivo nella comunicazione e nel marketing da oltre 20 anni. Ha una società specializzata nel digital branding e advertising e una seconda società nella produzione di eventi e convegni. Dal 2025 è co-fondatore di una start-up nata per sviluppare l'interazione tra l'intelligenza artificiale e i devices di comunicazione moderni applicati al turismo sostenibile. Per Cittadellarte si occupa da quasi 7 anni di comunicazione e orientamento per l'Accademia Unidee oltre che supportare gli altri uffici nella comunicazione digitale. Per quanto concerne l'intervista che segue, si è focalizzata dalla crisi della parola “transizione” alla centralità della responsabilità individuale e collettiva, fino al ruolo dell’arte in un ecosistema dominato da algoritmi e polarizzazioni, esplorando le tensioni del presente e le possibilità di costruire nuove forme di consapevolezza e relazione all’interno e oltre Cittadellarte.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Credo che più che parlare di trasformazione sociale responsabile sia necessario parlare di responsabilità. In questa fase storica in cui lo Stato sociale tradizionale scricchiola, la responsabilità arriva dal basso e sembra che non intacchi chi sta in alto, che paradossalmente ha più opportunità di cambiare le cose. Il lessico in questo momento è un mero strumento, che non viene capito e gestito a dovere se non da quei movimenti generalisti che semplicemente sfruttano maggiormente il livellamento orizzontale del dibattito. Più che cambiare il lessico io vedrei più importante ragionare su cosa fare per avvicinare il dibattito alle masse e riportare il senso etico e civile più vicino alle persone. Credo, per esempio, che per fare questo occorra semplificare le narrazioni e trovare un modo di farle percepire meno esclusive ed elitarie.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Credo che Cittadellarte sia tenuta a prendere dei rischi, per poter rimanere dentro al dibattito attuale. Non sono per niente entusiasta della polarizzazione e dell'esasperazione dei toni che vediamo oggi, ma se da un lato è giusto provare a cambiare il clima attuale, dall'altro credo sia corretto prendere atto del cambiamento e adattarsi al momento in cui viviamo: un momento in cui la neutralità civica e sociale è già di per sé una scelta, accettare questo rischio può aiutare a bilanciare la società odierna, così tanto incline allo scontro e agli estremismi.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Nel 2026 l'educazione può passare solo attraverso la consapevolezza. La consapevolezza della faziosità di molti media, la consapevolezza del pericolo di un utilizzo malevolo dell'intelligenza artificiale, la consapevolezza di una polarizzazione non (?) voluta della comunicazione e della percezione nel mondo. La divulgazione e l'educazione passano da questo semplice quanto difficile punto. Educare alla consapevolezza per me significa ripartire dalle basi, insegnare le basi della lingua, della storia e della società, per imparare a orientarsi in questo mondo moderno. Una società consapevole è in grado di ascoltare, giudicare, discernere e prendere decisioni, anche ammettendo l'errore quando serve e anche - addirittura - cambiare opinione. Credo che il resto possa arrivare in un secondo momento.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Sono ormai 7 anni che sono a Cittadellarte e se proprio dovessi sbilanciarmi, ho disimparato a guardare la forma prima della sostanza. Mai come qui ho visto persone, idee o storie tanto eterogenee essere ascoltate e considerate per quello che avevano da insegnare. A Cittadellarte si guarda davvero la natura delle persone, senza pregiudizi e preconcetti. Un pensiero che sembra essere tanto semplice ma in questo 2026 è quasi un'utopia.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
La bellezza di Cittadellarte è la molteplicità dei suoi uffici, delle iniziative, dei progetti, ma a volte rischia di esserne la debolezza. La mission che ha la Fondazione Pistoletto di seguire i progetti per non lasciar perdere le tante e splendide iniziative che passano per le sue stanze, a volte rischia di far disperdere le energie e le attenzioni delle persone che la popolano. La maturità invece che mi ha sorpreso (ma forse sono di parte) è la capacità che ha sviluppato l'Accademia di crescere, soprattutto nella sua incredibile comunità, fatta di un nucleo di studenti e docenti sempre più internazionale, che impara e matura nella unione tra le sue differenti culture ed esperienze di vita.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L'indifferenza per quanto mi riguarda è l'assenza di emozioni quindi non la definirei tanto un'emozione quanto un prodotto dell'economia/società moderna che tanto si impegna ad eliminare il fattore umano dall'equazione della società: i lavoratori si chiamano risorse, le aziende si misurano in bilanci ed ebidta. Inoltre il bombardamento mediatico fatto di notizie e contenuti divisivi in realtà ci hanno portato ad un intorpidimento dell'animo umano, che per certi versi è preoccupante. Più che distruggerla come uno specchio, la userei come uno specchio, ribaltando il concetto comunicativo e riflettendo l'indifferenza stessa, esasperandola e mettendola in bella mostra, per aiutare a identificarla e quindi, successivamente, a combatterla.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L'arte contemporanea da sempre è stata espressione della società contemporanea, grazie agli occhi degli artisti che questa società l'hanno sempre osservata. Io credo che per poter davvero toccare il cuore delle persone e (ri)svegliarle l'arte debba davvero cercare di capire questa società caotica e respingente. La vera sfida per un artista può essere emergere in mezzo all'ipertrofia dei "creativi" che internet ha permesso di crescere, e quindi far sì che la sua voce emerga abbastanza da poter essere ascoltata. Non credo che l'arte abbia il ruolo debba insegnare forzatamente come riprendersi l'umanità, ma credo che possa immaginare e indicare la via verso una nuova umanità, magari più profonda e meno superficiale e indifferente di quella che vediamo oggi.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
A fine giornata spesso rimane la stanchezza nel riscontrare come i valori più basilari quali empatia e cooperazione spesso tendano a dissolversi troppo facilmente dalle dinamiche lavorative. Tuttavia, a volte, mi capita di incontrare questi stessi valori nelle giornate di lavoro e l'imbattermi in questi momenti di umanità inaspettata, anche se troppo raramente, mi lascia un'emozione più intensa di quanto io possa sperare.