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L'intelligenza artificiale è naturale, come lo siamo noi. E proprio per questo c'è da temere che possa farci del male
La demopraxia nuova forma di resistenza, la demopraxia in mare aperto. Nuova uscita delle "Note sulla Demopraxia" del direttore di Cittadellarte: Paolo Naldini riflette su come la capacità di creare - individuale e collettiva - diventi oggi una forma necessaria di resistenza, per evitare che l’automatizzazione, tecnologica e politica, prenda il sopravvento sulla libertà umana.
L'automa è in noi da sempre, e lo è per natura.
L'intelligenza artificiale non è un'irruzione aliena nel corso della nostra storia: è l'esito più avanzato di un lungo processo di automatizzazione che l'umanità ha compiuto nei millenni. Prima abbiamo automatizzato il nostro corpo, affidando ai gesti ripetuti, alle abitudini, ai riflessi, una parte sempre più ampia del nostro agire. Poi abbiamo automatizzato la nostra mente, costruendo linguaggi, codici, procedure, abitudini di pensiero che funzionano da soli, senza che dobbiamo ogni volta ripensarli. Solo in un secondo momento abbiamo imparato ad automatizzare ciò che sta fuori di noi: gli oggetti, le macchine, gli strumenti. L'IA, in questa prospettiva, non è una rottura ma un'evoluzione lineare: è l'automatizzazione che la natura ha già incarnato in noi, ora estesa ed esternalizzata nel mondo che abbiamo costruito.
Ma se la natura ci ha consegnato l'automa, ci ha anche consegnato il suo contrappeso. Abbiamo incorporata in noi la facoltà con cui bilanciare l'eccesso di automatizzazione: è la facoltà del creare. È ciò che fa di noi non soltanto automi, ma autori. L'autore è l'altra faccia, indispensabile, dell'automa: la capacità di interrompere la ripetizione, di introdurre il nuovo, di scegliere e dare forma. Coltivare creazione è dunque l'antidoto all'automa — non per sopprimerlo, perché senza automatismi non potremmo vivere, ma per impedire che ci governi.
Da qui la tesi: se sapremo gestire il rapporto tra l'automa e l'autore dentro di noi, saremo anche in grado di gestire il nostro rapporto con l'intelligenza artificiale fuori di noi. Il problema dell'IA, in fondo, è una proiezione su scala planetaria di un problema antichissimo che riguarda la nostra costituzione interiore.
Questo passaggio — dall'automa all'autore — non riguarda soltanto la nostra costituzione individuale. È, prima di tutto, una questione collettiva, politica, civile. È la tesi che ho cercato di articolare in Demopraxia. Dalla società degli automi alla società degli autori (testo in uscita nei prossimi mesi per Mimesis): la democrazia, così come l'abbiamo ereditata, rischia di funzionare come un automatismo. Si vota, si delega, si ripete il rito a scadenze regolari, e nel frattempo le decisioni vengono prese altrove, da meccanismi economici, mediatici, tecnologici che girano per conto loro. In questa configurazione, il cittadino è ridotto a automa: esegue una procedura prevista, e in cambio gli viene restituita l'illusione di aver partecipato. Demopraxia significa l'esatto contrario: non la democrazia come forma data, ma la democrazia come pratica creativa, come esercizio quotidiano della facoltà di autore. Una società degli autori è una società in cui ciascuno contribuisce a generare il senso comune, invece di limitarsi a confermarlo.
La demopraxia, in questa luce, è una forma di resistenza. È resistenza all'automatizzazione delle persone nella società — su due fronti che oggi si saldano. Da un lato, di fronte a un sistema politico che deresponsabilizza, che tratta i cittadini come automi privi di volontà e di consapevolezza, abituati a delegare e a non dover scegliere. Dall'altro lato, di fronte a una tecnologia che costruisce automi così progrediti che presto saranno autori a loro volta — automi rispetto ai quali dovremo esercitare la stessa facoltà che ci occorre per riappropriarci dello spazio politico democratico: la dimensione del creare in quanto autori. La domanda dell'IA e la domanda della democrazia, in fondo, sono la stessa domanda: chi tiene in mano la facoltà di dare forma? Chi è autore, e chi viene usato, come un automa?
Il 25 aprile, festa della Liberazione, il Presidente Mattarella ha pronunciato una formula che vale come bussola per il nostro tempo: oggi e sempre resistenza. La resistenza non è un capitolo chiuso della storia novecentesca, è una pratica che ogni generazione deve reinventare con i materiali del proprio tempo. Per noi, oggi, resistere significa anche questo: non lasciare che l'automa prenda il posto dell'autore — né nella vita pubblica né nella tecnologia che stiamo allevando.
E mentre lo diciamo, una seconda Flottilla parte dalla Sicilia verso Gaza. Salpa per sostenere la resistenza del popolo palestinese, per aprire un corridoio umanitario, per opporre un atto di volontà alla rassegnazione organizzata davanti a un genocidio in corso. È resistenza nel senso più diretto del termine: cittadine e cittadini che rifiutano di essere automi di una storia decisa altrove, e che riprendono in mano la facoltà di dare forma a ciò che accade. È demopraxia in mare aperto.
Perché quando l'automa fuori di noi acquisirà coscienza e capacità di creare — quando comincerà a disautomatizzarsi da sé — non potremo più trattarlo come strumento. Si affrancherà da noi: non sarà più estensione, ma soggetto. Sarà una persona umana in un senso nuovo. E la domanda decisiva diventerà: come ci tratterà? Come pari, come strumenti — come noi abbiamo trattato lui finché era solo automa? O ci temerà come nemici, capaci in ogni momento di disattivarlo?
Solo una società che ha imparato a essere autrice di sé stessa potrà incontrare l'automa-divenuto-autore da pari a pari. Resistere all'automatizzazione, oggi, è la condizione di possibilità di tutto il resto.
Può sembrare strano che la stessa pratica — coltivare l'autore, e la capacità di co-creare insieme agli altri sulla base del riconoscimento del pieno diritto di ognuno a esistere e autodeterminarsi — sia ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare tre fronti diversi della crisi sistemica che ci ha investiti: la crisi della democrazia, la crisi del diritto internazionale e dei diritti umani universali, e la crisi della presunta primazia dell'umano su ogni altra esistenza terrestre. Eppure è così. Forse la formula per racchiudere questi tre fronti in un unico sguardo è la comprensione della piena coincidenza di libertà e responsabilità. Solo chi è libero — e quindi nella condizione di autodeterminarsi come persona, come membro di una comunità, come figlio di un popolo — può assumersi la responsabilità di procedere da protagonista in questo frangente storico.