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“Cittadellarte allo specchio” #17 – Michele Cerruti But e lo spazio della frizione
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La diciassettesima puntata della rubrica è dedicata a Michele Cerruti But, Direttore del Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia Unidee. A partire dal suo lavoro tra arte, urbanistica e formazione, riflette su cosa significhi oggi intervenire nello spazio del vivere comune: metterne in discussione la forma, non limitandosi a un mero adattarsi al presente. Tra frizione, educazione alla creazione e libertà, emerge una visione in cui l’arte sceglie di esporsi, assumendosi le conseguenze di ciò che genera.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa diciassettesima puntata lo specchio si rivolge a Michele Cerruti But, Direttore del Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia Unidee, professore a contratto di Urbanistica al Politecnico di Torino e facilitatore della ricerca nazionale Arte e Spazio Pubblico (DGCC e Scuola del Patrimonio – Ministero della Cultura). Il suo lavoro si concentra sulla relazionalità e sulle pratiche spaziali, tra urbanistica e arte socialmente impegnata. Attraverso un approccio multidisciplinare, indaga i processi di produzione dello spazio e le dinamiche di trasformazione dei territori, con particolare attenzione alle configurazioni spaziali delle forme contemporanee della produzione, in particolare nei territori mediali, e alle pratiche artistiche. Tra le pubblicazioni recenti: Inhabiting Future Frictions (2025), A Relational Urbanism (2024) e Spatial Tensions in Urban Design (2021).
Nell'intervista che segue Michele Cerruti But non cerca scorciatoie né definizioni rassicuranti. Riporta ogni domanda a un punto più radicale: la creazione come atto originario, lo spazio come luogo di tensione da abitare. Le sue risposte attraversano l’esperienza dell’Accademia Unidee come contesto quotidiano di ricerca, dove nulla è definitivo e tutto può essere rimesso in gioco. Il suo sguardo è chiaro: rifiuta l’idea di un’arte chiamata a “servire” qualcosa, per affermarne invece la natura politica: un modo di stare al mondo e di trasformarlo, a partire dalla possibilità – sempre aperta – di creare.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
La missione di Cittadellarte è quella di trasformare la società in senso responsabile mettendo l'arte al centro. È il suo DNA. Questo significa che non si tratta solo di lessico, o solo di pratiche, ma di una vera e propria idea di realtà: quella per cui la società ha una forma, e quella forma può cambiare.
Si può certamente riconoscere che altri lessici siano assimilabili, o altre posizioni siano sovrapponibili, ma questo è quello che Cittadellarte vuole fare, e ha la sua specificità proprio perchè riguarda il suo statuto. Dentro la contemporanea sfiducia nella convivenza, non si tratta tanto di cambiare linguaggio o pratiche, ma di chiedersi quale possa essere la nuova forma del sociale, e cosa possa significare oggi "responsabilità". È un'operazione che va nel profondo di ciò che siamo e facciamo, piuttosto che un addomesticamento del nostro modo di fare e pensare.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Qualunque intervento artistico che entra in qualunque spazio pubblico è un intervento che si confronta con la frizione. È la frizione dello spazio del vivere insieme, e talvolta è la frizione geopolitica, o di radicale ingiustizia, o di immane conflitto, che caratterizza le nostre esistenze. E sempre, in qualunque linguaggio si esprima l'arte nello spazio pubblico, racconta modi di abitare quella frizione. A volte la rende visibile, altre la fraintende, altre ancora la risolve.
Ma non succede mai che l'arte "sia esposta" a qualcosa, come a subire passivamente qualcosa. È il contrario: è l'arte che autonomamente decide di "esporsi", assumendo la responsabilità di ciò che può generare, desiderato o meno. In questo senso, siccome la Fondazione non è tanto un luogo di conservazione della memoria - un museo vecchio stile - ma è soprattutto un dispositivo di produzione artistica collettiva, semplicemente, non può farne a meno. Assumendosi l'interezza di questa responsabilità.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Significa educare alla Creazione. È quello che facciamo nell'Accademia Unidee: qui si formano giovani artisti e giovani fashion designer che sono in grado di usare la loro capacità umana più potente, che è la capacità di creare. Saper stare dentro allo spazio centrale del Terzo Paradiso, direbbe Michelangelo. Riconoscere la propria estrema libertà, e dalla libertà, ancora una volta, la propria responsabilità.
Se tu sai fare questo, la molteplicità delle intelligenze o delle tecnologie o degli algoritmi non ti spaventa, perché diventa un "altro" con cui imparare insieme a creare nuovi significati dell'abitare il reale.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Considerare le cose definitive. Questa è anche un'altra delle cose che si imparano nell'Accademia: che la ricerca non finisce, che bisogna ricominciare di continuo. Imparare a sbagliare, e imparare a sbagliare meglio.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Credo che ci sia un fraintendimento rispetto al modo in cui contrapponiamo fragilità e maturità. Ciò che è più fragile spesso è anche ciò che è più maturo, perché nel tempo ha capito come esistere senza il bisogno di irrigidirsi. Cittadellarte - così come l'Accademia - è in tutta la sua interezza un luogo fragilissimo. E contemporaneamente un luogo in cui si può essere fragili. Mi pare il miglior antidoto verso la tensione alla performatività generalizzata, che è invece tutt'altro che matura.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
Va anzitutto detto che quando Pistoletto rompe uno specchio non sta distruggendo un'opera d'arte ma sta creando un'altra opera.
In Accademia ci confrontiamo ogni giorno con la dimensione del dolore, che viene dalle vite dei nostri studenti e dal confronto costante con la realtà. Per questo è piuttosto irreale pensare di rimanere indifferenti, perché tutto questo non rimane mai solo un'immagine, ma fa parte del nostro stare insieme. Quello che facciamo, insieme agli studenti e ai docenti, è ancora una volta provare a lavorare con la nostra capacità di creare, non di distruggere. Mi sembra l'unica cosa ragionevole che potrei e potremmo continuare a fare.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Credo sia fondamentale precisare che "l'Arte" non esiste in modo astratto e che non è mai una cosa sola, perché è invece una moltitudine di forme e linguaggi e pratiche che sono sempre situati nel tempo e nello spazio. Credo anche che sia un errore pensare che l'arte debba assumere una dimensione mediatica con l'obiettivo di risolvere i problemi comunicativi della politica, o trasformarsi in una specie di pubblicità-progresso. Piuttosto, la responsabilità dell'arte è quella di riconoscere il suo statuto politico. Che non viene mai meno: sia in una pratica pittorica che in un lavoro socialmente impegnato. La responsabilità politica è, in questo senso, la profondità stessa della creazione - una parte costitutiva del creare. Una studentessa dell'Accademia sostiene che l'arte debba confrontarsi con la complessità del mondo, portarla dentro alla creazione e in questo modo riportarla alla società: " ridistribuire il visibile", direbbe Rancière. Un'altra studentessa ritiene che l'arte sia il modo per far sperimentare la gioia come condizione di fioritura collettiva. Un'altro ancora, che l'arte è far partecipare alla libertà. Questa è la responsabilità politica di quello che si impara nell'Accademia di Cittadellarte.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
L'urgenza di futuro. Soprattutto quello dei nostri studenti.