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Note sulla demopraxia - Riferimenti filosofici
Dalle radici teoriche e operative, agli intrecci con Ostrom, Arendt e Castoriadis, ecco come la demopraxia supera la teoria per diventare modus operandi quotidiano di autorialità, radicato nell’arte e applicabile in ogni contesto. Paolo Naldini, nella nuova puntata della sua rubrica, illustra i tre tratti che la distinguono: il radicamento nell’arte, la dimensione operativa, la sua natura di proposta universalmente proponibile ma localmente declinabile.
La demopraxia non nasce dal nulla. Si inscrive in una linea di pensiero che, attraversando il Novecento e il primo quarto del nostro secolo, ha tentato di restituire alla parola “democrazia” la sua dimensione attiva, processuale, costituente — sottraendola al destino di mera forma istituzionale, di apparato rappresentativo che funziona per delega e per inerzia. In questa linea si collocano figure diverse per metodo e disciplina, ma unite dal medesimo gesto: spostare l’attenzione dal governo come istituzione al governo come pratica.
Il dialogo più stretto la demopraxia lo intrattiene, sul piano del metodo e dell’evidenza empirica, con il lavoro di Elinor Ostrom. La politologa americana, prima donna a ricevere il Nobel per l’Economia, ha dedicato decenni alla documentazione sul campo di comunità capaci di autogovernare risorse condivise — pescatori, contadini, comunità irrigue — al di fuori sia della pura logica statale sia di quella mercantile. Da questo lavoro empirico è emersa una teoria della polycentric governance: sistemi di governo a più livelli, in cui istituzioni formali e pratiche comunitarie si intrecciano e si correggono reciprocamente.
La risonanza con la teoria demopratica dei due governi — governo di pratica e governo istituzionale che si tengono in tensione produttiva — è strutturale, non superficiale. Dove Ostrom ha mostrato che certe comunità possono autogovernarsi, la demopraxia compie un passo ulteriore: afferma che l’autogoverno non è un’eccezione locale ma una capacità antropologica generale, e che il compito politico contemporaneo è renderla esplicita, riconoscibile, riproducibile.
Sul piano filosofico, la demopraxia eredita molto da Hannah Arendt, e in particolare dall’analisi dell’azione svolta in Vita activa. La distinzione arendtiana tra il fare ripetitivo del lavoratore e l’agire iniziatico di chi inaugura qualcosa di nuovo, sempre in pluralità e sempre nello spazio di apparizione del con-essere, è il sostrato concettuale più profondo della dicotomia tra automa e autore. Là dove Arendt resta tuttavia in una dimensione descrittiva e contemplativa — diagnosticando con acume la crisi dell’agire nelle società moderne ma offrendo poche indicazioni su come riattivarlo — la demopraxia si configura come progetto operativo: indica trappole concrete (le sette dell’automatismo) e medicine altrettanto concrete (le sette dell’autorialità, organizzate sotto l’acronimo DIARIES), sviluppa pratiche, costruisce contesti.
Una terza affinità, di natura più radicale, lega la demopraxia al pensiero di Cornelius Castoriadis. Il filosofo greco-francese ha distinto le società eteronome — che ricevono le proprie regole come date da un’istanza esterna o trascendente — dalle società autonome, che si sanno autrici delle proprie istituzioni e si assumono la responsabilità di trasformarle. Quel passaggio dall’eteronomia all’autonomia ha la stessa forma del passaggio dall’automa all’autore. Castoriadis tuttavia pensava soprattutto alla dimensione collettiva e politica del processo; la demopraxia integra questa dimensione con un livello che gli era meno presente — quello delle micro-pratiche quotidiane, dei riti, dei dispositivi simbolici, dei gesti che costruiscono autorialità un’azione alla volta.
A questo trio fondamentale si aggiungono altre voci che la demopraxia incontra come compagne di strada: Paulo Freire, con la sua critica della pedagogia bancaria (che produce automi, soggetti esecutivi conformi, mentre la pedagogia problematizzante produce autori, soggetti capaci di leggere e riscrivere il mondo) e la nozione di coscientizzazione che parla direttamente al passaggio demopratico dall’apprendere passivo all’autorialità della parola; Ivan Illich, con la critica delle istituzioni controproduttive che producono dipendenza in luogo di capacità; Murray Bookchin, con il municipalismo libertario e la centralità delle assemblee locali; David Graeber, con la rivendicazione della democrazia come pratica antichissima e plurale, ben anteriore al suo addomesticamento liberale e rappresentativo.
In tutto questo, la demopraxia non si presenta come sintesi di posizioni esistenti, ma come operazione concettuale propria. Tre tratti la distinguono.
Il primo è il radicamento nell’arte. Mentre Ostrom proviene dalla scienza politica, Arendt e Castoriadis dalla filosofia, Freire dalla pedagogia, la demopraxia si sviluppa entro un’esperienza artistica — Cittadellarte, il Terzo Paradiso, la Formula della Creazione di Pistoletto — e considera la pratica artistica non come metafora ma come metodo: l’arte come esercizio di autorialità per eccellenza, dunque come palestra di demopraxia.
Il secondo è la dimensione operativa. La demopraxia non si limita a descrivere o a normare: produce opere e dispositivi che mettono al lavoro la teoria nei contesti più diversi. Al primo livello ci sono le opere demopratiche realizzate in luoghi che attraversano continenti e culture — da Cuba a Ginevra, da Roma a Biella a Seul — opere che configurano spazi pubblici, processi partecipativi e architetture relazionali secondo i principi della demopraxia. A questo livello si affiancano le iniziative degli Ambasciatori del Terzo Paradiso, una rete internazionale di soggetti che traducono la filosofia del Terzo Paradiso e i principi demopratici nelle proprie comunità locali, generando azioni autonome e interconnesse, e il progetto dello Statodellarte, che propone un modello di organizzazione collettiva fondato sulla creatività diffusa e sull’arte come motore di trasformazione sociale. A un livello più capillare, la demopraxia produce pratiche e proposte rivolte a comunità, imprese, gruppi e famiglie — dal pranzo demopratico alle pratiche di RITWHEN, progetti sperimentati in Cittadellarte ma ancora allo stadio di prototipo — strumenti di esercizio quotidiano dell’autorialità, scalabili nei contesti più diversi della vita associata, che permettono a chiunque di sperimentare in prima persona il passaggio dall’automatismo all’autorialità.
Il terzo è la sua natura di proposta universalmente proponibile ma localmente declinabile. La demopraxia non è una dottrina chiusa né un programma politico ideologico: è una grammatica di pratiche che ogni comunità può adottare e adattare al proprio contesto, senza dover aderire a un’identità o a un partito.
Questa qualità la rende particolarmente adatta al tempo presente, in cui le grandi narrazioni novecentesche hanno perso forza, ma il bisogno di pratiche democratiche radicali è più urgente che mai.