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Cittadellarte allo specchio” #16 – Luisa Mertina e la responsabilità di ascoltare e rispondere
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La sedicesima puntata della rubrica è dedicata a Luisa Mertina, assistente project manager dell’Ufficio Moda di Cittadellarte, che, a partire dal suo percorso tra moda responsabile, arte e progettazione culturale, riflette sulla necessità di portare avanti pratiche trasformative anche nei momenti di incertezza, sul valore della presenza nei contesti contemporanei e sul ruolo dell’arte nel generare consapevolezza, relazione e nuove possibilità di lettura del presente.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa sedicesima puntata lo specchio si rivolge a Luisa Mertina, assistente alla project manager dell’Ufficio Moda di Cittadellarte. Nata e cresciuta a Biella, dopo gli studi classici e una laurea in Comunicazione Interculturale tra Torino e Nizza, cambia direzione intraprendo il percorso presso Accademia Unidee, ai suoi esordi, completando il corso in Sustainable Fashion Design e collaborando con l’ufficio moda. Dall’antropologia e dalla sociologia approda così al mondo della moda responsabile e dell’ecodesign, avvicinandosi parallelamente all’arte contemporanea attraverso alcuni corsi dell’indirizzo di Art for Social Change. Nel frattempo fonda un’associazione sul territorio biellese che coinvolge giovani tra i 15 e i 30 anni, diventata nel tempo un collettivo di creativi e creative impegnata nella sperimentazione di pratiche sostenibili e nell’organizzazione di eventi per la città, sostenuti anche da bandi europei e internazionali. Successivamente si trasferisce a Milano, dove collabora con uno studio di design focalizzato sulla creazione di capi in denim vintage e materiali di recupero, occupandosi anche della comunicazione e progettazione di eventi nello store. Parallelamente diventa volontaria presso l’associazione Trama Plaza, che promuove pratiche di moda sostenibile attraverso l’arte. Prosegue poi il mio percorso con un internship in una startup tech attiva nello sviluppo di passaporti digitali di prodotto, per arrivare infine a lavorare come assistente alla project manager dell’Ufficio Moda di Cittadellarte.
Nell'intervista che segue Luisa attraversa i temi della trasformazione sociale, dell’educazione e della responsabilità a partire da una prospettiva attenta ai processi, alle relazioni e alla dimensione della cura. Nelle sue risposte traspare un’immagine dell’arte come spazio capace di accogliere complessità e contraddizioni, dove "ascoltare" e "rispondere" diventano pratiche fondamentali per restare "presenti" nel mondo. Tra moda sostenibile, ricerca materica e progettualità collettiva, emerge una riflessione che tiene insieme impegno e sensibilità, azione e possibilità di rallentamento.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Penso che, proprio in un momento come questo, abbia ancora più senso parlare di trasformazione sociale responsabile. Non credo sia una questione di lessico, anche se spesso è più facile rifugiarsi nella discussione sulle parole piuttosto che sulla cosa in sé. Chi lavora già in questa direzione, in realtà, ha già tracciato un percorso: esistono pratiche, modelli e modi di stare al mondo che cercano di essere più attenti agli altri, al pianeta e all’impatto che generiamo. La difficoltà oggi non è tanto ridefinire il linguaggio, quanto riuscire a continuare su questa strada senza perdere slancio, in un contesto che sembra andare nella direzione opposta, e in cui la speranza vacilla. Forse il punto non è cambiare ciò che stiamo facendo, ma avere il coraggio di portarlo avanti nonostante tutto. In questo senso, credo che la trasformazione sociale si costruisca proprio nei “nonostante”, più che nei “se”.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Cittadellarte ha il privilegio di poter uscire dalla propria “bolla”, che sia Biella, il Nord Italia o l’Europa, e incontrare l’altro nelle sue molteplici sfaccettature. In questo senso, ogni azione artistica, ogni gesto e ogni parola portano con sé un impatto, sia attivo che passivo, e richiedono la consapevolezza di poter essere anche fraintesi. Per la Fondazione questo aspetto è centrale. Dal mio punto di vista, pur essendo arrivata da poco ma avendo già vissuto Cittadellarte da studentessa, ho potuto osservare come lo sguardo esterno costruisca continuamente nuove letture di ciò che siamo. Questo scambio è una ricchezza fondamentale. Cittadellarte è anche un luogo di approdo: accoglie artiste e artisti, studenti, professionisti, e visitatori, da contesti molto diversi. Forse, oltre a guardare verso l’esterno, è importante imparare ad ascoltare con più attenzione chi arriva qui, perché è proprio in questo incontro che si genera una parte significativa del valore del nostro lavoro. Portare opere o installazioni in contesti complessi è naturalmente un rischio, ma anche una possibilità. Richiede sensibilità, apertura e talvolta anche la disponibilità a essere provocatori, perché l’arte a volte non è chiamata a essere innocua, ma a generare reazione e pensiero.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Durante un incontro, il direttore Paolo Naldini parlava della responsabilità nella sua origine etimologica: “rispondere”. È una definizione che mi è rimasta molto impressa, perché sposta il senso della parola dal dovere astratto all’azione concreta. Per me, prima ancora di “educare alla responsabilità”, si tratta proprio di questo: educare al rispondere, cioè all’esserci. Essere presenti rispetto a ciò che accade intorno, alle persone e ai contesti. In un tempo in cui l’automazione e la tecnologia attraversano ogni campo, il punto non è tanto opporsi a questo, quanto non perdere la capacità di presenza. Essere presenti significa esserci fisicamente, mentalmente ed emotivamente. Significa non sottrarsi al momento, ma restare in ascolto. In questo senso, educare alla responsabilità coincide ancora con un gesto molto semplice e molto umano: ascoltare e rispondere.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Per assurdo, nel tempo trascorso a Cittadellarte credo di aver disimparato l’idea che l’arte debba necessariamente essere utile, o che debba sempre tradursi in un messaggio esplicito o in una forma di impatto immediato sulla società, o, ancora, generare profitto. In un contesto che ispira quotidianamente l’urgenza di un’arte sociale, attiva e responsabile, ho sviluppato parallelamente una curiosità sempre più forte verso altre forme di espressione. Si tratta di pratiche spesso considerate a lungo “minori”, ma che oggi stanno acquisendo una nuova rilevanza: un’arte “povera”, artigianale, spesso associata al femminile, lenta e non necessariamente estetica o immediatamente leggibile. Forme che non si definiscono attraverso la denuncia o la funzione, ma attraverso una dimensione più intima e personale, ma non per questo, meno potente. In particolare, mi interessano molto la textile art e la fiber art, perché lì ritrovo un contatto prolungato, diretto e fisico con il materiale, una ricerca che non punta necessariamente a trasformare tutto, che non pretende di avere sempre un obiettivo sociale dichiarato, ma che lavora su un altro livello: quello del racconto dell’io e, insieme, del noi.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come a un organismo vivente, ciò che percepisco prima di tutto è la sua vitalità. La vedo nella professionalità delle persone che vi lavorano, nella qualità delle relazioni e nella disponibilità reciproca all’aiuto e allo scambio. È uno spazio in cui si può imparare molto, in cui la crescita professionale e personale avviene in modo continuo, proprio grazie alla complessità dei progetti e delle persone che lo attraversano. In questo senso, Cittadellarte è anche un luogo di formazione implicita, dove si apprende osservando, lavorando insieme e confrontandosi quotidianamente. La dimensione che sento allo stesso tempo più fragile è quella della cura. Cura degli spazi, delle persone e dei processi. È una qualità molto presente, ma anche esposta, perché richiede costanza, presenza e ascolto continuo. Soprattutto in un contesto in crescita, che accoglie sempre più studentesse e studenti, artisti e professionisti, la sfida diventa quella di mantenere viva questa attenzione relazionale e comunitaria. In questo senso, la fragilità non è una mancanza, ma un punto delicato da preservare: la capacità di continuare a prendersi cura della comunità che abita la Fondazione.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza, soprattutto di fronte a ciò che accade nel mondo, ingiustizie, sfruttamenti, violenze, vicine e lontane, è un’emozione che definirei profondamente umana. Spesso nasce come una forma di difesa, uno scudo rispetto a una realtà che può essere difficile da sostenere. In questo senso, sì, è biasimabile, anche perché siamo abituati a pensare che l’opposto dell’amore non sia l’odio, ma proprio l’indifferenza. Eppure credo che sia una lettura vera ma incompleta: l’indifferenza è anche più complessa, e spesso affonda le sue radici nella paura. Per questo tornerei a parlare di coraggio: del coraggio di incontrare la propria indifferenza e provare a starci, a conoscerla. Più che distruggerla, penserei a un processo di “upcycling” dell’opera: smontarla e rimontarla, spostarne le parti, aggiungere materiali nuovi, lasciarla aperta a continue trasformazioni. Un lavoro che potrebbe anche essere collettivo, a più mani, perché il confronto con l’altro potrebbe aiutare a capovolgerla e a rileggerla da prospettive diverse. In questo senso, l’indifferenza non sarebbe qualcosa da eliminare o da mettere alla gogna, ma da attraversare. Forse parlarne è già un primo passo: iniziare a osservarla, a decostruirla, a capirne le origini, senza vergogna.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L’arte è stata definita da un critico come il “massaggio al muscolo dormiente della società”: una forza capace di risvegliare ciò che rischia di restare anestetizzato. In questo senso le viene attribuito un privilegio, ma anche una responsabilità profonda, quella di riattivare lo sguardo e la coscienza, anche al di là dei limiti del politicamente corretto o delle convenzioni del discorso pubblico. Non credo che l’arte debba necessariamente porsi dei confini rigidi nei propri strumenti. A volte anche lo shock, o una forma di spettacolarizzazione, possono diventare necessari per interrompere l’indifferenza e generare una reazione reale. Il punto non è tanto evitare ogni rischio, quanto interrogarsi su cosa produce quello spostamento nello spettatore. Anche fenomeni come il cosiddetto “rage bait” ci costringono a riflettere sul ruolo delle emozioni nello spazio pubblico. La rabbia, di per sé, non è negativa: può essere una forza lucida, una spinta necessaria. Il problema nasce quando resta fine a sé stessa. Per questo, più che opporre critica e proposta, credo sia importante farle convivere. La critica è fondamentale in uno spazio democratico, ma quando si ha la possibilità di esprimersi, l’arte può provare anche a proporre direzioni, immaginare possibilità di trasformazione, non solo denunciare ciò che non funziona. In questo senso, la responsabilità dell’arte non è tanto quella di “addolcire” il dolore, quanto di decidere consapevolmente come starci e come attraversarlo, per restituire complessità invece che ridurlo a consumo rapido di emozioni.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Ciò che resta acceso è il desiderio di imparare e di non smettere mai di farlo.