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"Cittadellarte allo specchio" #11 - Olga Pirazzi e il cambiamento che si indossa
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La decima puntata della rubrica è dedicata a Olga Pirazzi, che riflette sulle trasformazioni del sistema fashion tra sostenibilità, responsabilità e innovazione, interrogando il ruolo delle pratiche nella costruzione di un modello produttivo più consapevole e capace di connettere creatività, filiera e impatto sociale e ambientale.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa undicesima puntata lo specchio si rivolge a Olga Pirazzi, direttrice dell'Ufficio Moda di Cittadellarte Fondazione Pistoletto con il progetto Fashion B.E.S.T. Olga è una professionista con esperienza nello sviluppo e nel coordinamento di progetti nel campo della moda sostenibile, con un approccio sistemico alla filiera tessile e ai temi della trasparenza, tracciabilità e responsabilità ambientale e sociale. Per la Fondazione Pistoletto coordina attività di ricerca, sviluppo e produzione finalizzate alla promozione di pratiche innovative e responsabili nel settore della moda. Il suo lavoro si concentra sull’integrazione tra creatività, innovazione, responsabilità sociale e sostenibilità ambientale, promuovendo nuovi modelli di produzione e consumo nel sistema della moda. Pirazzi collabora inoltre con fashion designer, aziende e istituzioni nella progettazione di collezioni sostenibili, curando la ricerca e la selezione di materiali e tessuti innovativi e supportando l’integrazione di criteri di sostenibilità lungo l’intera filiera produttiva.
Nel dialogo che segue emerge una visione della moda come ecosistema complesso, in cui ogni scelta - dal materiale al processo produttivo fino all’uso quotidiano - è parte di una rete di relazioni che coinvolge persone, territori e risorse. Tra le questioni centrali si delineano la necessità di rendere la trasformazione concreta e praticabile, il ruolo della tecnologia come strumento da integrare criticamente e la possibilità di superare l’indifferenza attraverso una maggiore consapevolezza delle storie e delle responsabilità che ogni abito porta con sé.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Il sistema della moda è in continua trasformazione ed è uno dei settori che vive questi cambiamenti con maggiore velocità. Attualmente è attraversato da una tensione evidente: da una parte cresce la consapevolezza della necessità di trasformare i modelli produttivi, dall’altra il settore deve fare i conti con dinamiche già conosciute, spesso basate sulla velocità della produzione, sulla quantità e su un consumo continuo. In questo contesto parlare di trasformazione sociale ha ancora molto senso, ma è ormai indispensabile calarlo in pratiche. In ambito di una moda responsabile la trasformazione riguarda prima di tutto le pratiche, il modo in cui scegliamo i materiali, organizziamo le filiere, assumiamo responsabilità sociali e ripensiamo la durata degli abiti e il loro rapporto con le risorse umane e del pianeta. Più che cambiare il lessico, occorre rendere il cambiamento concreto e praticabile. La responsabilità nella moda è un processo che richiede tempo, responsabilità e la capacità di ripensare il rapporto tra creatività, produzione e ambiente. In questo senso la trasformazione diventa una costruzione quotidiana che coinvolge progettisti, produttori e consumatori all’interno di un sistema di eco-design circolare. Credo che la soluzione non sia trovare parole più forti, ma costruire pratiche che rendano il cambiamento reale e abitabile. La moda sostenibile deve tradursi in un sistema maturo, convivendo con le contraddizioni e imparando ad attraversarle con responsabilità.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Lavorare tra contesti geografici e culturali diversi significa confrontarsi con la complessità reale del sistema della moda e dell’arte, che per loro natura non hanno confini. Le filiere tessili, le tradizioni artigianali, l’accesso alle risorse e le condizioni di produzione cambiano profondamente da luogo a luogo, e portare progetti legati alla moda sostenibile in questi contesti espone inevitabilmente il lavoro a interpretazioni, reazioni e connessioni imprevedibili. Accettare questo rischio è fondamentale, perché la sostenibilità nella moda non può essere pensata come un modello unico da applicare ovunque. Deve piuttosto nascere dal dialogo tra territori, culture produttive e saperi locali. Quando si entra in contesti diversi si scopre spesso che molte pratiche considerate oggi “innovative” fanno già parte di tradizioni radicate. Per questo non dovrebbe esistere un sistema di soluzioni predefinite, ma piuttosto la volontà di creare spazi ed esperienze di confronto tra realtà diverse. È proprio da questi incontri che possono emergere nuove prospettive per ripensare un sistema, quindi più che un rischio lo vedo come un'opportunità, sfidante ma infinita.
Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
La produzione e il consumo anche nel sistema moda, sono sempre più influenzati, e spesso anche affascinati da algoritmi, intelligenza artificiale e automazione. Questi strumenti hanno la capacità di alleggerire molti passaggi, anticipare gusti, accelerare i processi creativi e rendere più efficiente la produzione, riducendo l’attrito nelle scelte e nelle decisioni. Proprio per questo diventa ancora più importante mantenere una consapevolezza critica. Nel caso specifico della moda, infatti, non si tratta soltanto di un flusso di immagini o di dati, ma di una realtà fatta di materiali, lavoro umano, risorse naturali e relazioni sociali. La sfida non è opporsi alla tecnologia, ma integrare innovazione e responsabilità per costruire un nuovo equilibrio. Gli algoritmi affascinano perché semplificano i processi, suggeriscono possibilità e anticipano tendenze, ma la moda è sempre stata un equilibrio tra immaginazione e materia, tra il desiderio di leggerezza e la realtà concreta dei materiali, del lavoro e delle risorse. Ignorare il potenziale della tecnologia sarebbe un errore, se questi strumenti aiutano a ridurre gli sprechi, migliorare la gestione delle filiere o valorizzare il lavoro umano, possono contribuire a una trasformazione positiva del sistema, mantenendo però il senso e la direzione delle scelte come una responsabilità profondamente umana.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Credo di aver capito, anche attraverso la potenza dell’arte che attraversa ogni azione della nostra vita, le responsabilità profonde del sistema moda. Ho imparato a considerare l’abito quasi come un’opera d’arte, riconoscendone il valore e comprendendo che non è soltanto un oggetto estetico, ma il risultato di una rete di relazioni che coinvolge materiali, territori e persone. Dietro ogni capo esistono filiere produttive, conoscenze artigianali e scelte che hanno conseguenze in molti ambiti della nostra vita e della società. In questo senso ho lasciato andare una visione della moda come linguaggio separato dalla realtà di cui è responsabile e ho iniziato a riconoscerla come uno spazio, un ecosistema complesso, in cui ogni decisione , dal progetto alla produzione fino all’uso quotidiano partecipa artivamente a dinamiche più ampie.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come a un organismo vivente, direi che oggi sta attraversando una fase di cambiamento del proprio linguaggio. Per molto tempo Cittadellarte ha esplorato anche la moda come pratica culturale e artistica, sperimentando materiali, filiere e processi innovativi in contesti diversi. Oggi questa ricerca è diventata un modello riconoscibile, spesso un esempio concreto di responsabilità e sostenibilità applicata al sistema moda, ma rimane comunque in un contesto generale ancora fragile, sempre in evoluzione, che richiede equilibrio tra sperimentazione, produzione concreta e impatto reale. Allo stesso tempo, ciò che appare più maturo è la capacità di Cittadellarte di integrare estetica, etica, innovazione e responsabilità sociale. Cittadellarte rimane un cantiere unico nel suo genere, dove sviluppare strumenti, progetti e collaborazioni che permettono alla moda sostenibile di parlare con chiarezza, valorizzandone le filiere locali e internazionali e la cura degli aspetti sociali. Questa maturità consente di trasformare la sperimentazione in pratiche replicabili, facendo della moda uno spazio in cui creatività, responsabilità e impatto concreto si incontrano.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza è uno stato pericoloso, un po’ come quando chiudiamo gli occhi davanti alle conseguenze delle nostre scelte, quando la sensazione di impotenza ci distacca dal mondo reale, anche se sappiamo che ogni nostra azione ha una storia concreta dietro di sé. Se l’indifferenza fosse un’opera d’arte, forse sentirei anch'io il bisogno di distruggerla, come lo specchio infranto di Pistoletto, proprio per rompere quella distanza tra produzione e consumo, tra estetica e responsabilità. Lavorare sulla moda sostenibile significa provare a trasformare questa distanza in attenzione, fare in modo che ogni scelta, progetto o abito racconti la propria storia, ci connetta alle persone e all’ambiente e ci spinga ad agire con consapevolezza. Forse anche la moda può smettere di essere indifferente solo se impariamo a guardarla davvero. Il dolore, purtroppo, fa parte della vita di ognuno di noi, da sempre. La domanda non è solo come eliminarlo, ma quale senso attribuiamo alle nostre azioni. Molte delle criticità che affrontiamo non derivano dalla nostra natura, ma dalle relazioni umane. La ricerca di significato non elimina questi problemi, ma introduce una responsabilità e quando questa consapevolezza emerge, anche piccoli cambiamenti nelle scelte personali, progettuali o nei comportamenti possono aprire nuove possibilità.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
La responsabilità individuale è simile a quella dell’arte, restituire umanità dove il sistema tende a semplificare o cancellare l’umano. Spesso, nei media e nel marketing anche della moda, i numeri, tonnellate di materiali, quantità prodotte, vendite, sostituiscono i volti reali di chi coltiva le fibre, chi lavora nei laboratori, chi trasforma i materiali in abiti. La moda può riattivare empatia raccontando le storie delle persone, delle comunità e dei territori dietro ogni capo creando connessioni reali, mostrando che dietro un tessuto c’è lavoro, abilità, tradizione e impegno. In un tempo dominato dal “Rage Bait”, dove rabbia e indignazione vengono stimolate rapidamente online, è fondamentale creare spazi di riflessione lenta, in cui guardare, comprendere e agire, anziché limitarsi a reagire. L’arte è uno strumento potente di empatia, calore e consapevolezza, capace di farci sentire partecipi delle storie che altrimenti rimarrebbero invisibili.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
In verità non resta una singola emozione. Non vivo l’ufficio come un luogo fisico, ma come un luogo di incontro aperto per sviluppare il mio impegno. Spegnere le luci significa solo sospendere momentaneamente un impegno che continua a vivere anche fuori, sotto forma di una particolare attenzione.
Rimane accesa la consapevolezza e la curiosità di cercare modi migliori per progettare, insieme a una sensazione di responsabilità attiva, mista a meraviglia per le possibilità che ogni giorno abbiamo a disposizione.