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"Cittadellarte allo specchio" #12 - Armona Pistoletto, quando le scelte quotidiane cambiano il mondo
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La dodicesima puntata della rubrica è dedicata ad Armona Pistoletto, presidente dell'associazione Let Eat Bi e coordinatrice Terme Culturali, che si sofferma sul significato della responsabilità come pratica quotidiana, sull’importanza di trasformare l’indifferenza in consapevolezza e sul ruolo dell’arte nel generare equilibrio tra sensibilità, azione e cambiamento sociale.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa dodicesima puntata lo specchio si rivolge ad Armona Pistoletto, presidente dell'associazione Let Eat Bi e Coordinatrice Terme Culturali. Laureata in Architettura, dal 2001 lavora a Cittadellarte, inizialmente come responsabile dell'Ufficio Produzione seguendo nello specifico alcuni progetti di arte/design/artigianato/produzione. Ha progettato e realizzato lo Store di Cittadellarte e i prodotti in vendita legati ai progetti della Fondazione stessa. Grazie al suo interesse personale al mondo dell'alimentazione sana e locale ha sviluppato il progetto all'interno dell'Ufficio Nutrimento di Cittadellarte: Let Eat Bi, il Terzo Paradiso in terra biellese, diventandone presidente. Coordina anche il Progetto delle Terme Culturali che inaugurerà il 15 maggio 2026 in occasione di Arte al Centro. Armona è inoltre socia fondatrice e membro del CDA di Cittadellarte.
Nell'intervista che segue ha condiviso una riflessione sul valore della responsabilità individuale e collettiva come motore di trasformazione sociale, rimarcando come il cambiamento possa radicarsi nelle scelte quotidiane e nella capacità di mettere in discussione abitudini e convinzioni, a partire dal rapporto con gli altri esseri viventi e con l’ambiente. Non solo, ha intrecciato il rapporto tra etica e azione, la complessità dell’indifferenza come forma di difesa e la necessità di sviluppare uno sguardo critico nell’era dell'Antropocene.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Parlare di trasformazione sociale responsabile diventa ogni giorno più necessario, soprattutto in questi periodi di problematiche mondiali davvero strazianti. Significa cercare di orientare il cambiamento verso una vita più giusta ed equilibrata per tutti, per il genere umano, animale e ambientale, assumendoci responsabilità concreta attraverso i nostri gesti quotidiani e il nostro lavoro, dove trascorriamo la maggior parte del tempo della nostra vita. La trasformazione sociale responsabile non è solo una questione teorica, ma una pratica giornaliera fatta di decisioni su come comportarsi, come mangiare, come vestirci, come prendere decisioni, evitando in tutti i modi giochi di potere e soprusi. In questo senso trovo molto significativo il lavoro che svolgiamo a Cittadellarte da tanti anni, perché mettiamo in dialogo arte, etica e trasformazione sociale attraverso progetti concreti di cambiamento responsabile. Penso che oggi ci sia davvero bisogno di questo tipo di approccio, capace di unire pensiero etico e azione.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Il rischio è sicuramente presente ed è anche inevitabile quando si interviene in contesti così complessi e carichi di significato. Però ogni Opera Demopratica nasce dal contesto locale, dalle persone che lo vivono e dalle organizzazioni che lo attraversano, rispondendo a esigenze reali e specifiche. Non si tratta di portare un modello rigido o una metodologia predefinita, ma piuttosto un’etica condivisa, una responsabilità collettiva che ha una dimensione globale ma si declina ogni volta in modo diverso. Quello che trovo importante è proprio questa capacità di adattamento: è un approccio che non impone, ma ascolta e si trasforma. L’idea di fondo, però, resta universale: il fatto che ogni persona debba poter vivere con dignità, senza soprusi e senza ingiustizie. È un principio semplice che trova spazio ovunque nel mondo. In quest'ottica, accettare il rischio è parte del processo stesso: è come un’acqua che si infiltra nei contesti, cercando di dare vita, voce e possibilità. E forse è proprio questa disponibilità a esporsi, anche al possibile fallimento, che rende il cambiamento autentico, reale e non solo dichiarato.
Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Io devo dire che su questo tema mi sento ancora piuttosto confusa: non so se l’intelligenza artificiale sarà, nel lungo periodo, più un rischio o una grande opportunità per l’umanità. Oggi la percepiamo soprattutto come una comodità, uno strumento che ci semplifica la vita e che, in qualche modo, ci dà anche l’illusione di essere tutti più veloci, competenti e preparati. Educare alla responsabilità oggi forse significa proprio non perdere la capacità di pensare in modo autonomo, di sviluppare uno sguardo critico e personale sulle cose; se deleghiamo troppo agli algoritmi il rischio è quello di impoverire la nostra capacità di elaborazione, di diventare meno consapevoli e molto più passivi. C’è poi anche una questione sociale importante: è probabile che queste tecnologie tolgano lavoro a molte persone, aumentando le disuguaglianze e creando nuove fragilità. Per questo credo che la responsabilità sull'utilizzo dell'AI non sia solo individuale, ma anche collettiva. È importante imparare a utilizzare questi strumenti senza esserne usati, mantenendo viva la nostra autonomia di pensiero e la nostra capacità di scelta. Solo così possiamo evitare di diventare, paradossalmente, automi di ciò che abbiamo creato. Sarà ancora più difficile per i giovani non utilizzare l'intelligenza artificiale per creare testi, progetti, tesi, pensieri da utilizzare nella propria vita, diventando tutti sempre più automi e non autori.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Credo di aver disimparato soprattutto l’indifferenza. Un’indifferenza che prima, in modo quasi inconsapevole, consideravo normale, anche nei confronti delle ingiustizie che riguardano esseri viventi diversi da noi, con altri modi di comunicare e di esprimere emozioni. Ricordo che una volta ero quasi fiera del fatto di mangiare qualunque cosa, lo vivevo come un segno di apertura, senza pormi troppe domande. Col tempo, però, informandomi e iniziando a guardare più a fondo, qualcosa è cambiato. Ho smesso di “non vedere” e di far finta di niente: è come se si fosse attivata una forma di attenzione nuova, una pre-occupazione nel senso più autentico del termine, cioè un prendersi cura. Questo mi ha portata a mettere in discussione alcune abitudini e a spostare lo sguardo dal mio piacere personale a una dimensione più ampia, che include il benessere collettivo, ambientale e animale.
Se devo dire una convinzione che oggi lascerei andare, è proprio l’idea che ciò che faccio individualmente non abbia un impatto reale. Ho capito invece che anche le scelte quotidiane, per quanto piccole, contribuiscono a un sistema più grande, e che assumersene la responsabilità è già una forma di trasformazione.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come a un organismo vivente, la parte che oggi mi sembra più matura è la “pancia”, cioè quella dimensione intuitiva e sensibile da cui nascono molti progetti. Spesso agiamo mossi da un’urgenza profonda, da un sentimento che ci fa percepire certe azioni come necessarie, anche quando non sono sostenute da un equilibrio economico immediato. Questa capacità di ascoltare l’intuizione e di dare forma a ciò che sentiamo urgente la consideriamo una grande forza, perché permette di generare processi vivi. Allo stesso tempo, però, se devo individuare una parte più fragile, direi l’intestino, cioè la capacità di lasciare andare. Facciamo più fatica a chiudere, a interrompere o a trasformare alcuni progetti, perché tendiamo a percepire tutto come importante, tutto come meritevole di essere portato avanti. Questo può creare una sorta di accumulo, che nel tempo rischia di appesantire l’organismo invece che nutrirlo.
Forse la sfida è proprio trovare un equilibrio tra queste due dimensioni: continuare a generare con autenticità e coraggio, ma imparare anche a selezionare, a lasciare andare ciò che ha già compiuto il suo ciclo o che forse dovrebbe interrompersi, per permettere nuove energie e nuove possibilità di emergere.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
Anche io, davanti a molte immagini di dolore, sofferenza e distruzione, mi accorgo di rimanere immobile. È una reazione che a volte mi mette in difficoltà, perché sembra indifferenza, ma in realtà credo sia qualcosa di più complesso. Per me, l’indifferenza in questi casi è quasi una forma di difesa: un modo per proteggere il mio equilibrio psico-fisico e non essere completamente travolta. Viviamo in un tempo in cui siamo esposti continuamente a tutto, senza filtri, e questo può generare una sorta di saturazione emotiva. Se non ci fosse una certa distanza, rischierei di essere paralizzata dall’ansia e dal senso di impotenza, senza riuscire a trasformare nulla in azione concreta. In questo senso, quel distacco diventa, paradossalmente, una condizione che mi permette di continuare ad agire, anche nel mio piccolo, attraverso il lavoro che porto avanti a Cittadellarte, cercando di contribuire a un cambiamento responsabile.
Non penso quindi che l’indifferenza sia sempre e solo negativa: può essere anche una soglia, un punto di equilibrio fragile tra il sentire troppo e il non sentire affatto. Se fosse un’opera d’arte, forse non la distruggerei completamente, come in una rottura dello specchio. Piuttosto cercherei di incrinarla, di renderla consapevole, di trasformarla in qualcosa che non blocchi l’azione ma che la renda possibile. Perché alla fine, più che eliminare l’indifferenza, credo sia importante imparare a attraversarla e a darle un senso.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Credo che l’arte possa avere una funzione fondamentale, perché riesce a riaprire uno spazio di relazione e di ascolto. Non dà risposte immediate, ma ci costringe a fermarci, a guardare davvero, a sentire. E questo, per me, è già un modo per riattivare l’empatia. Oggi l’arte ha una responsabilità molto grande: quella di restituire umanità lì dove il linguaggio dominante, soprattutto politico e mediatico, tende a semplificare tutto in numeri, statistiche, categorie. I numeri sono importanti, ma rischiano di farci perdere il contatto con le persone reali, con le storie, con le emozioni, con il vero cambiamento responsabile che Cittadellarte attua da 25 anni grazie a progetti concreati reali, locali e globali.
Viviamo in un contesto in cui siamo continuamente esposti a contenuti che cercano di provocare reazioni forti il rischio è che anche il dolore diventi qualcosa da consumare velocemente, quasi uno spettacolo, la normalità, e questo soprattutto per i giovani è proprio pericoloso. Per questo penso che l’arte, in un contesto come Cittadellarte, debba fare un passo diverso: non amplificare il rumore, ma creare consapevolezza e responsabilità. L'arte può riattivare l’empatia proprio quando riesce a restituire complessità e rimettere al centro le relazioni e le vere collaborazioni.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quando spengo le luci del mio ufficio, resta accesa una luce in fondo al tunnel: una luce che a volte sembra lontana, quasi irraggiungibile, ma che continua a brillare. È la luce della speranza, della perseveranza e della fiducia nel percorso. So che, con costanza e serenità, passo dopo passo, si può arrivare a raggiungerla, anche quando la strada sembra difficile o incerta. È un bagliore che non illumina tutto subito, ma che accompagna ogni mio gesto, ricordandomi che ogni piccolo passo conta.