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"Cittadellarte allo specchio" #13 - Cecilia Laabidi, quando la ribellione è non aggiungere

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La tredicesima puntata della rubrica è dedicata a Cecilia Laabidi, responsabile dell’orientamento per Accademia Unidee, che riflette sulla crisi delle retoriche della trasformazione e sull’urgenza di renderla accessibile a tutti. Tra responsabilità individuale, pratiche quotidiane e capacità di disimparare, il suo sguardo attraversa i limiti e le possibilità del presente, mettendo al centro il valore delle scelte e del pensiero critico. "Nel tempo a Cittadellarte -ha affermato - ho disimparato diverse cose, e per me è stato soprattutto un processo di liberazione".

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa tredicesima puntata lo specchio si rivolge a Cecilia Laabidi, responsabile dell’orientamento per Accademia Unidee. Nata e cresciuta a Borgosesia, a 16 anni ha intrapreso un viaggio per la Scozia dove ha concluso i suoi studi, per poi conseguire un Diploma accademico in Fotografia e, a seguire, una Laurea Bachelor in International Marketing presso la Glasgow Caledonian University. "Questo mio percorso - ha esordito - mi ha permesso di sviluppare uno sguardo critico e una forte inclinazione alla ricerca di alternative. Nel lavoro, il mio approccio nasce dalla convinzione che il cambiamento non passi dalle grandi dichiarazioni, ma attraverso le nuove generazioni, grazie alla capacità di rendere idee e valori praticabili, accessibili e reali. Parallelamente coltivo una pratica personale legata alla fotografia analogica e mixed media, alla maglieria e al riuso dei materiali: un ritorno consapevole a processi lenti, come forma di resistenza a una cultura dell’eccesso e della continua produzione". Cecilia, nell'intervista che segue, condivide una riflessione attenta e disincantata sulle condizioni attuali della trasformazione sociale, mettendo in discussione retoriche consolidate e riportando l’attenzione su pratiche accessibili. Nel suo sguardo emergono alcuni nodi centrali del presente: la necessità di rendere il cambiamento comprensibile a un ampio target di pubblico, il valore del limite come attivatore di creatività e la responsabilità individuale nelle scelte quotidiane. Laabidi sottolinea inoltre l’importanza del dialogo, del dissenso e di un uso critico degli strumenti tecnologici, riaffermando il ruolo dell’autorialità.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
La sensazione di stanchezza è reale, ma non la leggo come un segnale di resa. Piuttosto è una stanchezza verso retoriche che non riescono più a incidere, verso parole che si ripetono senza produrre cambiamento e verso una solitudine diffusa nel portare avanti certe battaglie. In questo senso, non credo sia necessario abbandonare l’idea di trasformazione sociale responsabile, ma è urgente ripensare le modalità. Più che svuotata, oggi appare complessa e spesso distante: rischia di restare un linguaggio per pochi, mentre avrebbe bisogno di diventare accessibile, dinamica, capace di parlare a più livelli. Allo stesso tempo, il nodo non è solo lessicale. È anche una questione di possibilità concreta: non tutte le pratiche sono accessibili a tutti e riconoscerlo è fondamentale. Forse il punto di partenza sta proprio qui, nel rimettere al centro una dimensione individuale e situata: cosa posso fare io, nel mio contesto, e come questo può generare un effetto più ampio? Nel lavoro quotidiano vedo che strumenti come il dialogo e il confronto aperto restano essenziali, così come la capacità di esprimere dissenso. Più che trovare una formula unica, credo sia importante mantenere coerenza con i propri principi, restando però disponibili a trasformarli nel tempo.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Accettare il rischio non è solo importante, è inevitabile. Operare in contesti complessi, segnalati da storia, conflitto e simbolismo, espone sempre al rischio di strumentalizzazione, ma allo stesso tempo apre possibilità concrete di dialogo, soprattutto se il lavoro è costruito in modo consapevole e insieme ai territori. Più che difendere rigidamente un messaggio, credo sia fondamentale riconoscere il potere del contesto. A volte è proprio nella capacità di adattarsi che un intervento riesce a funzionare davvero. Restare fermi sui propri ideali senza ascolto rischia di diventare una forma di imposizione. Il rischio quindi va assunto come responsabilità. Non possiamo controllare completamente le interpretazioni, e in parte è giusto così: è anche attraverso letture imprevedibili che l’opera entra in relazione con il pubblico. A volte, cercare il rischio e generare un “rumore consapevole” è ciò che permette di attivare un cambiamento reale.

Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Nel 2026, educare alla responsabilità significa prima di tutto educare alla scelta. In un contesto in cui algoritmi e automazione semplificano e velocizzano molti processi, il rischio non è tanto la tecnologia in sé, quanto il modo in cui viene utilizzata, soprattutto quando inizia a toccare la sfera della creatività e dell’autorialità. Nel mio lavoro vedo quanto questi strumenti possano essere utili, ma anche quanto sia importante sviluppare spirito critico e consapevolezza. Essere responsabili oggi vuol dire saper riconoscere quando usare questi sistemi e quando invece fermarsi, scegliere di non delegare. Credo fortemente che l’autorialità resti individuale: la tecnologia può supportare, ma non può sostituire la spinta creativa, che rimane profondamente umana. Proprio per questo, alcune dimensioni – come l’immaginazione e la volontà di creare qualcosa di proprio – non dovrebbero mai essere delegate. Forse oggi essere responsabili significa fare di più nel pensiero, ma scegliere con più attenzione nel fare.

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Nel tempo a Cittadellarte ho disimparato diverse cose, e per me è stato soprattutto un processo di liberazione. Sono arrivata cercando cambiamento e possibilità e oggi la riconosco come uno strumento concreto di cambiamento. Ho disimparato una certa ingenuità, l’idea che basti “fare bene” perché qualcosa funzioni. Invece i contesti reali mi hanno insegnato che ciò che arriva davvero è ciò che resta comprensibile, concreto, vicino alle persone. Negli ultimi anni ho anche disimparato il bisogno costante di novità intesa come oggetto nuovo. Sto tornando a una dimensione più analogica, fatta di materiali già presenti, di processi lenti: dalla maglieria sostenibile alla stampa analogica. Per me sono piccoli gesti di ribellione, un modo per dire che non serve sempre aggiungere, ma imparare a usare ciò che esiste. Ho capito che il limite non è una mancanza, ma spesso uno spazio che attiva la creatività. E che il cambiamento, anche personale, passa da qui.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se penso a Cittadellarte come un organismo vivente, oggi vedo una fragilità legata soprattutto alla percezione e all’impatto. In un momento storico in cui le parole sono ovunque, il rischio è che non riescono a tradursi sempre in azioni leggibili e accessibili. Esiste ancora una distanza, a volte, tra i linguaggi utilizzati e la capacità di raggiungere davvero le persone. Allo stesso tempo, credo ci sia una difficoltà ad evolvere alcune relazioni e sistemi con la velocità che il presente richiede. È un organismo solido, che resiste, ma che forse dovrebbe concedersi di più la possibilità di disimparare e trasformarsi. Dall’altra parte, ciò che vedo come più maturo, e forse sono di parte, è il lavoro educativo. Accademia Unidee ha una capacità concreta di attivare pensiero critico e di accompagnare le persone nel tradurre valori in azioni. È uno spazio dove il cambiamento può accadere davvero. Forse è proprio da lì che può partire un’evoluzione più ampia: investire sulle nuove generazioni non come prospettiva, ma come presente attivo.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

L’indifferenza oggi è soprattutto una forma di difesa. Viviamo immersi in immagini e informazioni continue: è inevitabile che, a volte, ci si protegga. Ma ci sono situazioni in cui non è più solo difesa, diventa una responsabilità. Non possiamo più permetterci di non essere empatici. Quando resto immobile davanti a certe immagini, non è assenza di reazione: è incredulità, è rabbia che deve trovare una direzione. Il rischio è confondere il non sapere cosa fare con il non fare nulla. In realtà, l’azione può essere anche minima: parlarne, prendere posizione, scegliere consapevolmente. Se l’indifferenza fosse un’opera, la immagino rumorosa, disturbante, quasi insopportabile. Non la conserverei: la renderei visibile fino a generare rifiuto. In questo senso, sì, andrebbe rotta, ma prima ancora riconosciuta. Nel concreto, credo che il cambiamento passi da due livelli: atti forti, che dovrebbero arrivare da chi ha potere, e trasformazioni lente, quotidiane, che partono dalle persone. È lì che l’indifferenza può essere davvero smontata.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
I media e la politica da anni trasformano il dolore in “rage bait”: contenuti studiati per farci arrabbiare, sfruttando il nostro negativity bias, trasformando l’informazione in strumento di manipolazione. Numeri al posto dei volti, semplificazione al posto della complessità, disinformazione. L’arte, invece, può rovesciare questa dinamica: mostra persone, contesti, storie e cerca empatia reale. Non serve spettacolarizzare, serve dare spessore, possibilità di connessione e azione. Su piccola scala, artisti e pratiche coraggiose diventano dissenso, educazione, attivismo: l’unico antidoto concreto all'indifferenza e alla manipolazione dei media.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Quando spengo le luci del mio ufficio, resta accesa una luce di ottimismo e responsabilità. Penso a ciò che si è costruito e a tutte le possibilità che ancora ci attendono. Mi accompagna la presenza delle persone con cui condivido idee, creatività e visioni: anche nelle parole non lavorative sento germogliare spunti e speranze, la visione collettiva di creare qualcosa che possa avere un impatto concreto. La frustrazione è poca, perché ogni ostacolo è per me solo un invito a trovare strade alternative e nuove soluzioni.

Pubblicazione
03.04.26
Scritto da
Luca Deias