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"Cittadellarte allo specchio" #14 - Juan Sandoval, quando imparare significa condividere

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La quattordicesima puntata della rubrica è dedicata a Juan Sandoval, direttore di UNIDEE Residency Programs: attraverso la sua esperienza a Cittadellarte, ripercorre il passaggio da una visione individuale dell’arte a una pratica profondamente collettiva, interrogandosi sul valore del fare insieme e sul significato di responsabilità oggi, tra scenari globali complessi, educazione, progetti locali e possibilità di attivare nuove forme di relazione.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa quattordicesima puntata lo specchio si rivolge a Juan Sandoval, direttore di UNIDEE Residency Programs. Juan Sandoval realizza progetti di arte contemporanea, produce oggetti e immagini, crea dispositivi di collaborazione e apprendimento collettivo, costruisce pubblicazioni. Entra nel processo di creazione attraverso la sovrapposizione di esperienze personali, l'applicazione di tecniche di produzione artigianale e l'osservazione dei processi sociali. Nella sua ricerca Sandoval ha sviluppato progetti in collaborazione con associazioni culturali che si occupano dei temi dell'immigrazione, economia e cultura locale. Ha realizzato progetti con i membri delle comunità indigene della regione amazzonica e delle Ande. Una parte della sua ricerca attuale è incentrata sulla manodopera e sul ruolo dell'operaio all'interno del processo di trasformazione del contesto sociale. Nei suoi progetti recenti articola una relazione attiva tra materia, società e territorio, combinando l'osservazione e l'esperienza individuale con la sperimentazione collettiva. Usa la terra nelle sue diverse forme - argilla, pigmento, terra agricola, fango - nella creazione di oggetti simbolici, come elemento integrale di un'azione performativa o come luogo su cui fare ricerca in un percorso collettivo. Dal 2002 al 2022, Sandoval ha diretto l'Ufficio Arte di Cittadellarte, coordinando la realizzazione di 22 edizioni della mostra Arte al Centro all'interno della sede della Fondazione e di una serie di mostre in altre sedi, tra cui la Kunsthaus di Graz, Austria; il MuKHA di Anversa, Belgio; San Servolo Isola per la 50a Biennale di Venezia; la Galleria Civica di Modena, Italia; il Museo MAXXI di Roma, Italia. Ha co-curato la mostra Cittadellarte. Sharing Transformation alla Kunsthaus di Graz, le prime due edizioni del seminario Methods. Progetto di ricerca sulla relazione arte-società e due workshop di progettazione condivisa e interdisciplinare a Venezia e a Gorizia, Italia. Dal 2018 è direttore di UNIDEE Residency Programs, programma di residenze d’artista per l’arte e la trasformazione sociale di Cittadellarte, un programma aperto ad artisti e professionisti di tutto il mondo. L’obiettivo del programma è quello di fornire ai partecipanti l’ispirazione, la motivazione e gli strumenti per attivare, sviluppare o potenziare iniziative artistiche basate sul coinvolgimento delle ecologie locali. È co-fondatore del collettivo El Puente_lab [laboratorio di attivazione culturale]. Piattaforma per la produzione artistica, attiva a Medellín (Colombia), il cui obiettivo è sviluppare progetti artistici di inserzione sociale, collaborando con artisti ed esperti internazionali. Sandoval ha condotto dei workshop in Italia (Torino, Bari, Lecce, Taranto, Palermo) e ha partecipato a residenze per artisti in Francia, Austria, Italia e Inghilterra. Nel 2018, ha ricevuto il premio NCTM per l'Arte a Milano.
Nell'intervista che segue attraversa i temi della responsabilità, della collaborazione e della formazione a partire da una lunga esperienza all’interno di Cittadellarte. Nelle sue risposte, la trasformazione sociale emerge come pratica situata e in continuo divenire, mentre il lavoro collettivo si configura come possibile antidoto alle derive dell’automazione e dell’isolamento. Tra memoria personale e visione critica del presente, Sandoval offre l’immagine di un'arte capace di generare dialogo e relazione.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Quando si parla di trasformazione sociale responsabile non ci si riferisce a una ricetta o a delle istruzioni scritte 25 anni fa, che continuano ad applicarsi anno dopo anno, nello stesso modo. Quindi, non stiamo trattando qualcosa di immutabile o di stabilito da qualcuno e applicato a ripetizione. La trasformazione sociale responsabile è un'attitudine, un atteggiamento davanti a delle realtà che mutano in contesti diversi: pensiamo a progetti d'arte che lavorano e si rinnovano ovviamente, perché reagiscono a una realtà che muta, che cambia, che è in trasformazione. Dunque la trasformazione sociale responsabile parla di tutte quelle pratiche che reagiscono o che agiscono nei contesti di cambiamento. Siccome ci troviamo oggi nelle logiche del potere, tra guerre e chiusure, è naturale che tutte queste pratiche dell'arte socialmente impegnata siano - mai come ora - fondamentali, perché ci aiutano a immaginare mondi e strade possibili e a prevedere anche gli scenari negativi. Quindi, non trattandosi di qualcosa già scritto, va riscritto ogni volta a seconda dei momenti e dei cambiamenti sociali e politici che viviamo.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Penso che si tratti più che di un rischio dell'opportunità di parlare dei temi cari a Cittadellarte. Quando si portano in altri contesti, come citato nella domanda, i nostri pensieri, esperienze di lavoro e filosofia, ci troviamo anche a relazionarci con altre realtà generando un confronto. Ritengo dunque che il lavoro della Fondazione ci permetta di avviare dei dialoghi che danno più frutti nel momento in cui si iniziano dei processi di collaborazione che partono dalle opere di Cittadellarte, dai Terzi Paradisi, dalle ambasciate e da tutta la nostra rete di contatti. Grazie a questi dialoghi possiamo proporre percorsi di cambiamento e di azioni collettive.

Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Io lavoro con la parte di Cittadellarte che si occupa di formazione e processi di apprendimento con le residenze. Cosa sono le residenze? Sono momenti in cui si impara collettivamente, senza che nessuno ti insegni qualcosa. Si impara dagli altri, condividendo e collaborando. Quindi queste esperienze di apprendimento collettivo, come i moduli e le residenze di ricerca, sono uno strumento che ci permette di trasmettere i nostri concetti di responsabilità e di equilibrio, ma ci consentono anche di confrontarci su temi come l'intelligenza artificiale. Penso che l'antidoto all'automazione sia proprio la condivisione e il lavoro collettivo. 

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Il mio percorso a Cittadellarte è iniziato tanti anni fa, quando Michelangelo Pistoletto stava dando luogo ad una utopia. Ho fatto parte del primo gruppo ufficiale di residenti: ero un artista di 28 anni e, a quel tempo, mi ero formato con l'idea dell'arte come un gesto individuale, frutto della mia creatività, della mia intelligenza, del mio modo di vedere il mondo. La prima cosa che ho imparato, e direi molto velocemente, è stato il valore della collettività, del creare insieme. Infatti dopo il primo anno a Cittadellarte ho fatto nascere insieme ad altri colleghi artisti un collettivo che è attivo ancora oggi, ossia el puente_lab. Quindi ho disimparato l'individualismo nell'arte e mi sono aperto a tutte quelle che sono le pratiche collaborative e comunitarie. Per me è stato un grande processo di insegnamento che mi ha portato a condividere percorsi e idee, sempre "sotto" il concetto di trasformazione sociale responsabile. 

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Innanzitutto negli ultimi anni c'è stato anche un rinnovamento di persone, di idee, di nuove leve. Poi c'è una maturità nel creare dei progetti che pensano al territorio, come Biella Città Arcipelago e Let Eat Bi, ma anche le residenze UNIDEE o l'Accademia Unidee e Ambienti di apprendimento. Tutti questi hanno un forte legame con la popolazione locale. Ecco, questo è un processo che si è consolidato negli ultimi dieci anni. Dal punto di vista della fragilità penso che Cittadellarte abbia quelle che hanno le istituzioni culturali in questo paese: essere sostenibile dal punto di vista economico. Questo aspetto è purtroppo una costante, perché è difficile far capire al mondo l'importanza che l'arte e la cultura hanno e quindi che siano viste come un qualcosa di così rilevante come lo sono per esempio le istituzioni per la sanità pubblica. Le realtà culturali dovrebbero essere ampiamente sostenute e utilizzate dalle persone e quindi considero una fragilità l'essere "non visti" come qualcosa di fondamentale da parte della società. Questa riflessione non si collega molto alla domanda di vedere la fondazione come un organismo vivente, ma la interpreto come un organismo che fa parte di un corpo gigante che è la società; e questo organo - che è l'organo culturale - a volte non è abbastanza riconosciuto da tutto il resto. E questo lo rende fragile.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Il gesto della rottura dello specchio di Pistoletto non so se sia un esempio calzante, perché è un atto generativo: è stato fatto per generare tanti specchi, nel rompere uno ne generi tanti e quindi non so se vorrei rompere qualcosa in quel modo lì, perché intendo questo rompere della domanda come qualcosa di distruttivo. Nella rottura dello specchio di Pistoletto non avviene in questo modo, non è una vera distruzione, è un atto di creazione, di generazione di qualcosa di diverso. Sarebbe bello poter trasformare l'indifferenza, ma anche tutti i sentimenti negativi in qualcosa di positivo; è molto difficile, e penso che più che all'indifferenza siamo un po' paralizzati davanti agli eventi attuali che ci sovrastano. Negli ultimi anni la violenza, le guerre, il genocidio, eccetera, ci sovrastano, e molte volte l'indifferenza non è altro che un meccanismo di difesa, non è indifferenza del dolore altrui, ma è la necessità di proteggere se stessi dall'essere sopraffatti da questi sentimenti di dolore che arrivano; è molto complessa come situazione, agire o non agire davanti alle situazioni che ci toccano, quindi insomma vorrei essere molto cauto nel parlare dei sentimenti altrui di fronte alla sofferenza che si sta vivendo in questo periodo. 

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Per me l'arte non ha questa responsabilità, al massimo se la devono prendere gli individui. E ci sono infatti soggetti che decidono di raccontare - per esempio i fotoreporter - sofferenze e dolore. Sicuramente questo è importante, essere liberi di raccontare, di narrare. Ovviamente qualcuno lo fa, ognuno seguendo la propria etica e i propri ideali. Ed è molto complicato, ora, nel mondo dei social media, dove tutto succede velocemente. Credo che sia molto difficile creare dei discorsi strutturati per parlare di tragedie. Ribadisco che, però, per me, non è un compito dell'arte restituire l'umanità a un mondo che la sta perdendo: può sì creare empatia, ma non è una sua responsabilità farlo. E per quanto riguarda la spettacolarizzazione del dolore sì, c'è questo rischio. Non solo ora, è successo anche in passato, perché c'è e c'è stata la necessità o volontà - anche da parte di alcuni artisti - di generare sgomento e shock nel prossimo, in chi guarda. 

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Da un po' di tempo non ho più un ufficio a Cittadellarte. Quando ne disponevo, spegnendo le luci la sera, avvertivo la responsabilità e l’energia di partecipare a un progetto collettivo. Questo era il mio sentimento. Sentivo anche di poter avere la possibilità di crescere una famiglia, perché i miei figli sono nati e cresciuti a Biella quando io lavoravo tempo pieno in Fondazione (non solo full time, ma potrei dire un doppio full time, giorno e notte praticamente). E quindi sì, ho messo tutta la mia energia, tutta la mia passione in un progetto collettivo. Adesso che non sono più a Biella e non ho più un ufficio a Cittadellarte, prendo parte ugualmente a questo progetto collettivo, semplicemente con una modalità diversa, senza essere in fondazione tutti i giorni, senza spegnere la luce di un ufficio alla fine di una giornata lavorativa, lo faccio proponendo nuovi progetti e partecipando attivamente alle discussioni, alla presa di decisioni e alla creazione dei nuovi programmi. Quindi sì, sono sempre partecipe di qualcosa che si evolve. Questo, per me, è un sentimento positivo.


Crediti foto di copertina: C. Pajewski.
Pubblicazione
10.04.26
Scritto da
Luca Deias