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"Cittadellarte allo specchio" #2 - Clara Pogliani e l'organizzazione come atto politico
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La seconda puntata della rubrica è dedicata Clara Pogliani, che invita a rallentare lo sguardo, a rifiutare semplificazioni e a riflettere sul ruolo dell’arte come pratica politica capace di abitare le contraddizioni del presente. "Educare alla responsabilità - ha affermato -, oggi come sempre, significa educare alla complessità".
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa seconda uscita, dopo l'episodio zero del direttore Paolo Naldini e del coordinatore degli ambasciatori Rebirth/Terzo Paradiso Francesco Saverio Teruzzi, lo specchio si rivolge a Clara Pogliani. La coordinatrice Accademia Unidee, nella conversazione che segue, lo attraversa senza cercare scorciatoie. Le sue risposte si muovono in un tempo segnato da stanchezza, arretramenti politici e nuove forme di anestesia collettiva, interrogando il senso stesso delle parole utilizzate per le domande - transizione, responsabilità, comunità - e il rischio che diventino formule vuote se non sostenute da pratiche capaci di ricalibrarsi. Dall’educazione alla complessità del ruolo dell’arte come spazio di interrogazione più che di soluzione, dal lavoro demopratico nei contesti di conflitto alla fragilità e maturità della comunità interna di Cittadellarte, il suo pensiero rifiuta la spettacolarizzazione del dolore e la semplificazione emotiva. Clara sceglie invece di rallentare, organizzarsi e abitare le contraddizioni del presente come atto di responsabilità.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Più che indebolita, la parola "transizione" esce dal 2025 svuotata della sua potenzialità sociale. Se la guardiamo dal punto di vista della questione ambientale, ad esempio, la transizione, nella sua declinazione energetica, si è rafforzata, con le rinnovabili che hanno ufficialmente superato il carbone come prima fonte di generazione elettrica nel mondo. Se la osserviamo nella sua eccezione ecologica, invece, abbiamo decisamente meno traguardi da festeggiare. La COP30 di Belém (la conferenza ONU che riunisce ogni anno i governi e le organizzazioni di tutto il mondo per decidere il futuro climatico dell'umanità) non ha avuto ambizioni nel raggiungere obiettivi che ne realizzassero il senso profondo, ovvero volto a un equilibrio sostenibile tra le attività umane e l'ecosistema terrestre, che passa dall'abbandono dei combustibili fossili e dalla realizzazione di un'idea di giustizia sociale.
Nel ripensare le pratiche connesse alla trasformazione sociale responsabile che Cittadellarte porta avanti, penso sia importante tenere a mente un motto reso celebre da Antonio Gramsci "Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà". Essere consapevoli che le condizioni politiche e sociali del mondo sono cambiate, adattarsi a portare avanti le sfide usando strumenti ricalibrati, ma non lasciare l'ambizione che una transizione giusta sia l'unica strada di prosperità e di giustizia che è corretto perseguire.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
L'opera demopratica nasce proprio per raccogliere i bisogni e le intelligenze che sono naturalmente presenti in ogni gruppo sociale. Pensare di tenerla confinata a spazi politici e sociali affini, credo che la svuoti sia del suo senso primario che delle sue potenzialità. In questi anni abbiamo visto cantieri svilupparsi attorno a tematiche legate al diritto al cibo così come all'incontro tra culture in conflitto. Se Cittadellarte non si fosse aperta a portare il proprio lavoro in posti diversi del mondo, con le loro diversità, con le loro contraddizioni, non sarebbe possibile occuparsi di arte e società.
Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Educare alla responsabilità, oggi come sempre, significa educare alla complessità. A saper riconoscere e anticipare gli impatti e le conseguenze delle proprie scelte, come individui e organizzazioni, su se stessi e gli altri. Un approccio che rimane fondamentale anche nella nostra relazione con ogni forma di automazione e che credo fermamente che sia importante trasmettere anche con il nostro lavoro in Accademia Unidee.
Nel tempo tracorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
A Cittadellarte ho disimparato l’idea che l’arte debba per forza offrire soluzioni, come le scienze dure o sociali. Il ruolo dell’arte è piuttosto quello di aprire spazi di interrogazione, sospendere le risposte automatiche e rendere visibili le complessità e le contraddizioni che attraversano il presente, senza la pretesa di risolverle ma assumendosi la responsabilità di abitarle.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Sento che la parte più fragile e più matura di Cittadellarte è la comunità. Più fragile, perché percepisco indebolito il lavoro di cura della comunità interna con le relazioni e i bisogni delle persone che lo abitano. Più matura, perché la stessa comunità, negli anni, si è arricchita dell'arrivo degli studenti di Accademia Unidee. Una messa alla prova non facile, sia per numeri che per le esigenze specifiche che avere un'Accademia interna a Cittadellarte richiede, ma dalla quale vedo continuamente nascere relazioni e idee fertili.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L'indifferenza, purtroppo, è innanzitutto un meccanismo di difesa. Dobbiamo fermarci e ricordarci di pensarlo anche come tale, per non farci sovrastare dalla rabbia o dal giudizio verso chi lo mostra, anche perché è un'emozione che può emergere anche in noi in ogni momento. Più che distruggerla, penso sia importante mostrarla in tutta la sua complessità, spostandone il focus dall'individuo al mondo. Esattamente come fa un quadro specchiante.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Nei racconti dominanti dei conflitti, i numeri funzionano come una forma di anestesia: organizzano il reale ma lo rendono anche più distante. L’arte non ha il compito di sostituirsi al giornalismo o di “ridare volti” in modo illustrativo. La sua responsabilità è piuttosto interrogare i meccanismi che producono questa distanza, mettere in crisi il modo in cui guardiamo e consumiamo il dolore. In un contesto mediale sempre più orientato alla reazione immediata, l’empatia rischia di diventare un riflesso condizionato, non un’esperienza trasformativa. L’arte può riattivarla solo sottraendosi alla spettacolarizzazione: rallentando, introducendo complessità, accettando l’opacità e il silenzio. Più che amplificare l’emozione, può creare spazi di attenzione in cui la rabbia non sia l’unica forma possibile di coinvolgimento.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Più che un'emozione, rimane accesa la consapevolezza che non basta avere ragione per cambiare il corso delle cose, ma bisogna organizzarsi.