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"Cittadellarte allo specchio" #3 - Francesca Castagnetti e la foresta che ci attraversa
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La terza puntata della rubrica è dedicata a Francesca Castagnetti, Project Manager Ufficio Nutrimento di Cittadellarte e coordinatrice dell’Isola Cibo, Agricoltura e Accoglienza di Biella Città Arcipelago, che ha intrecciato pratiche artistiche, ecologia politica ed educazione ambientale per interrogare il senso di responsabilità, appartenenza e relazione in un tempo in cui imperversano crisi ecologiche, disuguaglianze e immaginari impoveriti.
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa terza puntata lo specchio si rivolge a Francesca Castagnetti, Project Manager Ufficio Nutrimento di Cittadellarte e coordinatrice dell’Isola Cibo, Agricoltura e Accoglienza di Biella Città Arcipelago, il cui percorso intreccia pratiche di cura del territorio, ricerca sui saperi indigeni ed educazione ambientale. Etnobotanica di formazione, con studi che spaziano dalla storia e filosofia delle religioni del Sud Asia agli studi indigeni e all’ecologia politica, Castagnetti affianca al lavoro in Fondazione un’attività costante di insegnamento, passeggiate educative e percorsi di avvicinamento al mondo delle piante e dell’erboristeria per tutte le età. Dal dicembre 2025 è inoltre diventata guida ambientale.
Nella conversazione che segue, il suo sguardo attraversa la crisi delle grandi parole della sostenibilità e della transizione per restituire centralità alle relazioni: tra esseri umani e non umani, tra territori, storie dimenticate e comunità in trasformazione. L’arte, per Francesca, non è separabile dall’empatia né dalla responsabilità di immaginare visioni alternative del mondo, capaci di mobilitare all’azione senza cadere nella semplificazione o nella spettacolarizzazione del dolore.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Credo che parole astratte come transizione e sostenibilità ci abbiano portati, per troppo tempo, a rimanere eccessivamente vaghi su cosa sia effettivamente necessario e chi debba essere in prima linea per cambiare rotta. Trovo che a livello politico, nel senso di ‘gestione della cosa pubblica’, ci sia una profonda mancanza di immaginazione e, quindi, di una visione a lungo termine: nella nostra lineare visione della storia e dello sviluppo umano pensiamo che l’unica forma di evoluzione e sviluppo economico sia quella che ha dominato negli ultimi secoli, quella nata dalle grandi trasformazioni che ci hanno visto passare da cacciatori raccoglitori, ad agricoltori a… consumatori. Ma è davvero così? I modelli - di sfruttamento - che ci circondano non sono - e non sono stati - gli unici possibili, anzi. È tempo di riappropriarci di storie dimenticate, delle storie di vinti ed emarginati: storie alternative alla cultura dominante. Trovo molto affascinanti i campi dell’archeologia e dell’architettura indigena ad esempio: ci mostrano come siano esistiti (e esistano ancora) i più variegati esempi di organizzazione sociale ed economica e di utilizzo del paesaggio. La nostra creatività è molto più sfaccettata e profonda di quello che l’attuale stato di cose possa indurre a credere.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Oggi più che mai ogni gesto ci lega gli uni agli altri attraverso il tempo e lo spazio: il cibo che mangiamo, gli oggetti che utilizziamo, le tecnologie che connettono il mondo sono possibili solo grazie ad una complessa rete di relazioni frutto di altrettanto complessi processi storici. Questo fa sì che, anche se non ci piace ricordarlo, gran parte di quello che viene comunemente percepito come benessere sia possibile solo grazie alla miseria e allo sfruttamento di altri. Pensate all’impatto che l’estrazione di risorse - dai nostri telefoni alle risorse per la cosiddetta “transizione ecologica”- ha nel mondo: non c’è una guerra che dietro non abbia interessi estrattivi. Questa consapevolezza non può che investirci del dovere morale di prendersi dei rischi, di esporsi, di schierarsi. Per definizione, non credo che un’arte che mira al cambiamento sociale possa sottrarsi dal rischio di rimanere implicata.
Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Per me significa educare alla relazione: con noi stessi, con i nostri simili, con la vita che ci circonda in ogni sua forma. Sia nel lavoro che svolgiamo come Ufficio Nutrimento e Let Eat Bi, che nella mia professione di etnobotanica ed educatrice ambientale, spesso ho osservato come una delle necessità più comuni sia quella di sentirsi parte di qualcosa. Questo desiderio di un senso di appartenenza agisce su più livelli: dalla relazione, alla famiglia, al gruppo, alla comunità, alla natura. L'individualismo è una recente e strana invenzione. La grande menzogna della modernità. Eppure nulla in questo mondo esiste in isolamento dal resto: siamo il risultato di infinite relazioni che ci legano a passato, presente e futuro, ma soprattutto gli uni agli altri, esseri umani e non. Ogni nostra decisione ha un impatto su ciò che ci circonda. Non dovrebbe bastare questo a ricordarci della grande responsabilità di cui siamo investiti come individui, come società, come specie?
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Che a Biella non succeda mai nulla. Ovviamente lo dico scherzosamente, ma è vero che Cittadellarte mi ha mostrato come la visione di pochi possa trasformare un luogo e generare una comunità riunita attorno ad obiettivi comuni. Rientrando in Italia dopo più di un decennio non pensavo che proprio a Biella avrei trovato un incredibile laboratorio di idee e crocevia di storie; non solo tra le mura di Cittadellarte, ma anche nella comunità contadina locale di persone che lavorano con e per la terra che ho avuto modo di conoscere sia grazie al mercato del mercoledì di Let Eat Bi, che diventando coordinatrice dell’isola tematica Cibo, Agricoltura e Accoglienza del Progetto Biella Città Arcipelago.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Cittadellarte mi ricorda l’organismo-foresta: come non è un singolo albero a fare una foresta così non è il singolo progetto a fare Cittadellarte. La sua diversità è segno di maturità e forza. La parte più fragile è il micelio che rende possibile il flusso continuo di comunicazione e scambio di nutrienti tra le specie, ciò che decomponendo assicura la fertilità e qualità del terreno e supporta lo sviluppo di nuovi individui.
Ops, non sono riuscita a non parlare di piante nemmeno questa volta!
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza è ciò che ci permette di poter sopravvivere in un contesto di costante minaccia percepita dovuta a ritmi innaturali e condizioni di profonda disuguaglianza. Rimanere in una modalità perenne di “attacco o fuga” ci richiederebbe un costante ed enorme dispendio di energia. In questo senso è anche una forma di assuefazione al dolore. Non è molto diversa, insomma, dai meccanismi di reazione allo stress e agli stati infiammatori cronici messi in atto dai nostri corpi. È ciò che ci porta a non reagire al mondo in fiamme attorno e dentro di noi. Più che distruggerla dovremmo tutti guardare bene dentro lo specchio e accettare di vederci anche il nostro volto. Non per colpevolizzarci, ma per far sì che quel riflesso ci mobiliti all’azione.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L’arte ha a disposizione una grande varietà di linguaggi. Il potenziale di essere universale. Ora più che mai l’arte può amplificare tutte quelle voci che per un motivo o per l’altro non trovano spazio in questa società. Personalmente non riesco ad immaginare arte senza empatia.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
La voglia di condividere e portare avanti un’altra visione del mondo, non in opposizione ma in alternativa.