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"Cittadellarte allo specchio" #4 - Alessandro Mondino e l'incontro come pratica di trasformazione

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La quarta puntata della rubrica è dedicata ad Alessandro Mondino, Responsabile Strategia e Relazioni Istituzionali di Biella Città Arcipelago, che riflette sull’incontro come spazio di relazione, rischio e sperimentazione, in cui le pratiche contano più del lessico e la trasformazione nasce dal lavoro condiviso sui territori. "L’arte - ha affermato - apre sguardi e spazi nuovi per leggere il presente e dialoga con la parte più profonda della nostra umanità".

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa quarta puntata lo specchio si rivolge ad Alessandro Mondino, Responsabile Strategia e Relazioni Istituzionali di Biella Città Arcipelago, che (ri)legge la trasformazione sociale come un processo fatto di incontri, pratiche condivise e tempi lunghi. Le sue risposte attraversano il rapporto tra locale e globale, il rischio come condizione necessaria dell’azione artistica e politica, e il valore delle relazioni come patrimonio vivo di Cittadellarte. In un tempo segnato da stanchezza e chiusure, Mondino rivendica la centralità dell’incontro tra soggetti diversi come spazio generativo, capace di aprire soluzioni ibride dove la politica fatica ad arrivare e di trasformare l’incertezza in possibilità.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Di sicuro la transizione ha perso forza nelle alte sfere politiche, nei media mainstream e nella narrazione primaria, ma non sono sicuro che sia lo stesso nei territori quando si parla dei problemi reali, anche piccoli, delle comunità e delle singole persone. Per quanto in un contesto di spaesamento e stanchezza e nella grande difficoltà di vedere proposte politiche alternative e soluzioni a portata di mano, c’è una grande coscienza diffusa e bisogno di mettersi insieme per trovare nuove vie e nuove modalità per affrontare i problemi. Più che cambiare il lessico secondo me bisogna sperimentare e lavorare sulle pratiche, il lessico segue le azioni concrete.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Per quanto io mi senta un intruso nel mondo dell’arte, credo che accettare il rischio sia nella natura stessa della Fondazione. L’arte è sempre stata usata ed esposta a letture imprevedibili, accettare quel rischio secondo me è essenziale per continuare a evolvere e in qualche modo anche a motivare altri soggetti che lavorano per una trasformazione responsabile della società. La crescente complessità contemporanea richiede soluzioni sempre più creative e ibride, risultato dell'incontro e dello scambio tra soggetti diversi. Artisti e innovatori sociali stanno riuscendo ad avviare trasformazioni in contesti in cui la politica fa fatica a capire e inserirsi. Quindi, viva i rischi.

Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Secondo me significa stare nel presente con attenzione e umiltà, facendo riferimento a principi forti ma rimanendo molto aperti sulle soluzioni. È importante capire il mondo che ci circonda per non guardare tutto con lenti vecchie, accettare la complessità e il diverso ovviamente senza dimenticare che le tecnologie hanno i lori proprietari, interessi, obiettivi ed impatti. In questo senso, tra le grandi trasformazioni tecnologiche, lo spazio per l’azione consapevole è sicuramente più complesso, ma sempre immenso.

Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Prima ero convito che le proposte di cambiamento dovessero essere sempre immediatamente chiare e comprensibili a tutti. Non è così. Se il cambiamento è progressivo e ha bisogno dei suoi tempi allora è importante dare spazio e fiducia, sempre con spirito critico, a proposte che non comprendiamo o che non parlano a tutti. La pratica è il tempo le trasformeranno o le renderanno comprensibili.

Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
La parte più fragile (o meglio più delicata), secondo me, è rappresentata dall’ambizione e della difficoltà di lavorare su scala globale e locale su temi complessi. Questa sfida comporta mettere in discussione continuamente linguaggi, relazioni, risorse e convinzioni. Si tratta di un percorso ricco di stimoli, ma molto complesso. La parte più matura è per me l’enorme mole di relazioni e competenze attivata negli anni, una comunità larghissima di artisti, attivisti, innovatori e politici impegnati. Un patrimonio immenso.

Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
Indifferenza penso che sia il nome che diamo a cose diverse, come paura, incomprensione, fuga, rifiuto e tanto altro. Davanti a immagini ed esperienze forti ci sono reazioni umane da comprendere. Penso che dall’indifferenza come opera d’arte si possa avviare un percorso, per provare a trasformare quelle emozioni in qualcosa di costruttivo. Secondo me si può trasformare lo specchio decidendo insieme se romperlo o no.

Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L’arte apre sguardi e spazi nuovi per leggere il presente e dialoga con la parte più profonda della nostra umanità. Può aiutare a riattivare l’empatia, ma ha tempi e linguaggi che non sono quelli della cronaca né quelli della tecnocrazia. Anche l’arte usa contenuti per provocare rabbia e indignazione, orientati però a far nascere pensieri, dubbi e trasformazioni. L’arte ha un linguaggio sfidante e canali indipendenti: il problema sono le derive elitarie.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
La bella fatica del camminatore. Non sono dov’ero né dove sarò domani. A volte prevalgono le bellezze incontrate e i luoghi raggiunti, altre volte gli inciampi. Sempre mi sento (sono) trasformato.

Pubblicazione
27.01.26