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"Cittadellarte allo specchio" #5 - Daniele Garella, correre due volte più veloce per restare umani

Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La quinta puntata della rubrica è dedicata al webmaster Daniele Garella: testimone di oltre vent’anni di trasformazioni interne a Cittadellarte, Garella ne ha accompagnato l’evoluzione mantenendo uno sguardo critico e affettuoso insieme. Tra educazione ai media, riflessioni sul tecnofascismo e desiderio di universalizzare l’avanguardia, la sua voce si muove tra disincanto e fiducia, ricordando come ogni pratica culturale resti, prima di tutto, un esercizio di comprensione.

Terza pagina

Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.

In questa quarta puntata lo specchio si rivolge a Daniele Garella, webmaster e soprattutto figura storica della Fondazione. Formatosi in un percorso ibrido tra comunicazione e discipline creative, con la musica come costante, già poco dopo l'inizio del millennio ha iniziato a lavorare Cittadellarte, e contemporaneamente in qualche vecchia vigna. "Inseguo trasformazione e leggerezza - ha spiegato - tanto da comunicatore digitale quanto da vignaiolo sensibile". Nel corso degli anni ha osservato Cittadellarte crescere, mutare, attraversare fasi di slancio e momenti di incertezza, mantenendo uno sguardo attento alle connessioni tra tecnologia, cultura e responsabilità sociale. La sua prospettiva intreccia pensiero critico e ironia, attenzione educativa e tensione verso un’idea di trasformazione che non resti patrimonio di pochi. In questa conversazione, Garella riflette sul tempo presente - in cui imperversano accelerazioni tecnologiche, conflitti diffusi e nuove forme di indifferenza – interrogando il ruolo dell’arte e della comunicazione nel riattivare comprensione, empatia e partecipazione.

Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
La transizione in sé comporta il passaggio da una condizione all'altra, quindi è tanto una negazione della stasi quanto un'evoluzione. Non necessariamente la transizione comporta un passaggio costruttivo o verso una condizione migliore. Abbiamo vissuto a lungo nell'utopia, prima illuminista e poi del Novecento post-conflitti, che, anche nutriti dall'ideologia del capitalismo, si potesse andare incontro a una crescita economica e a un miglioramento collettivo come fosse l'esito più naturale del percorso. Ci sono sempre state molte voci discordanti, sia per sensibilità politica che per disposizione umana, ma ora credo sia condivisa da una buona parte della popolazione la convinzione che andando avanti così si andrà a sbattere contro un muro. Cito la teoria chiamata "Ipotesi della Regina Rossa", tratta dall'opera di Lewis Caroll intitolata "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò". È doppiamente interessante per noi, impegnati in un posto che vive attraverso lo specchio e nello specchio. Questa Regina Rossa recita: “Ora in questo luogo, come puoi vedere, ci vuole tutta la velocità di cui si dispone se si vuole rimanere nello stesso posto. Se si vuole andare da qualche altra parte si deve correre almeno due volte più veloce di così”. L'ipotesi in questione è poi stata utilizzata per cercare di spiegare processi deleteri come la corsa agli armamenti, ma può essere anche interpretata in chiave virtuosa: proprio quando ci sembra più difficile dare una prospettiva ai nostri sforzi, quando l'idea di una trasformazione sembra diventare più faticosa e meno condivisa, forse dobbiamo semplicemente raddoppiare lo sforzo, metterci di più noi e cercare di influenzare costruttivamente le persone intorno a noi.

Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Secondo me è fondamentale, d'altra parte questo rischio è ovunque. Ci sono conflitti evidenti, magari mediaticamente più visibili o più distruttivi sul piano delle vite umane, ma ormai, in termini sociali, sono dappertutto: dall'infinitamente piccolo di un sistema chiuso o compresso come una famiglia o una piccola comunità, fino a un contesto che noi pensiamo sia "normale" o di buona qualità della vita come può essere Biella o l'Italia. In realtà, la quantità di ingiustizie, disuguaglianze, conflitti espressi o conflitti potenziali è infinita. Quindi, il nostro modello che possiamo esplicitare attraverso il Terzo Paradiso, la Demopraxia, lo Statodellarte, è e deve essere applicabile a tutte le forme di conflitti, sia quelli evidenti nei contesti geografici in cui noi ne riconosciamo uno, sia ovunque altrove, dove sono ben presenti, magari nascosti sotto la cenere del benessere.

Nel 2025, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Mi viene subito in mente la distinzione tra apocalittici e integrati teorizzata da Umberto Eco ormai molti decenni fa in riferimento all'impatto dei media sull'umanità. Pensiamo allo sviluppo di nuove forme di comunicazione e, nello specifico, a quella per me più incisiva: l'universo a portata di dita che abbiamo dentro i nostri telefoni, con un'infinità di vantaggi, ma anche di implicazioni che per adesso non sono ancora misurabili, perché lo saranno davvero solo in termini evolutivi. Cambieremo la forma delle nostre mani e stiamo cambiando la forma delle nostre menti.
Marshall McLuhan nel suo testo più noto teorizzava la differenza tra media caldi e media freddi in base al grado di coinvolgimento dell'utente e quindi di potenziale mutageno, spiegando quanta influenza abbia avuto sulla società l'avvento della TV. Focalizziamoci invece sull'avvento dei cellulari: è stato infinitamente più pervasivo nelle nostre vite, perché la televisione è una scelta, ci sono momenti in cui la guardiamo, mentre il cellulare è una costante, è sempre con noi. Questo dispositivo ci sta veramente modificando e, al momento, non in bene: non riesco davvero a vedere nessun vantaggio reale se osservo gli adulti che consultano compulsivamente i social o i bambini le cui coscienze vengono obnubilate da una costante esposizione passiva a contenuti vuoti.
Costruire un'educazione alla comunicazione e ai media digitali sarebbe veramente essenziale, vorrei che diventasse una materia da scuola, partendo quasi dalla fase prescolare, arrivando a proibire l'uso di certi strumenti. Non sono affatto a favore di ordine e disciplina, ma innanzitutto partendo dalle famiglie e dalle relazioni umane strette, va posto un limite, perché ci stiamo semplicemente costruendo una sorta di tecnofascismo.
Con fake news e intelligenza artificiale, d'altronde, è possibile indirizzare le masse in una direzione o nell'altra. Richard Stallman, con cui peraltro Cittadellarte aveva mirabilmente collaborato molti anni fa, principale teorico del free software e quindi della liberazione della tecnologia dai lacci del profitto a tutti i costi, è molto preoccupato da queste derive. Di recente, in una sua
conferenza al Georgia Institute of Technology, ha dichiarato chiaramente che l'intelligenza artificiale - con cui pure noi a Cittadellarte lavoriamo sia come strumento spicciolo sia come esercizio intellettuale da parte di Michelangelo con i suoi lavori - non può essere definita un'intelligenza, perché è semplicemente un generatore, un collettore di cose già esistenti su cui non c'è discernimento, non c'è morale, non c'è etica nella scelta dell'esposizione. Lui parla di “pretend intelligence”, qualcosa che pretende di essere intelligente ma al momento non lo è. Dunque dobbiamo fare attenzione, così come deve intimorirci il fatto che internet sia diventato un luogo di sorveglianza. 
I "tecnofascisti" a capo delle grandi imprese digitali stanno prendendo il controllo del mondo senza che nessuno li abbia mai scelti consapevolmente. Riflettiamoci su tutte le volte in cui accettiamo un contratto di licenza senza badare a quanto cediamo di noi: in realtà stiamo semplicemente votando per loro, votando per un futuro in cui con l'illusione universale di potersi esprimere attraverso i social aderiamo a un esercito gigantesco di fruitori passivi, in cui l'umano non si distingue più dalla macchina. 


Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Sì, avevo l'idea che fosse più o meno insita nella natura delle cose l'esistenza di un vantaggio naturale – vantaggio in termini di capacità, competenze e opportunità – in grado di portarci nell'avanguardia. Qualcuno destinato a fare da traino, in quanto figura con più accesso alla conoscenza, alla formazione, a stimoli o solo più intelligente. Ad esempio noi che lavoriamo a Cittadellarte abbiamo la possibilità di vedere il mondo o essere a un solo grado di separazione da chiunque. Noi, dunque, sicuramente facciamo parte di un'avanguardia. Ok, è naturale che ci debba essere un'avanguardia, ma - non per citare Henry Ford (non sono affatto Fordista), secondo me una rivoluzione, una trasformazione sociale, prende senso soltanto quando davvero riesce a essere comprensibile a tutti. In questo processo, Cittadellarte ha il tempo dalla sua parte. Su questo tema, c'è una citazione che trovo significativa, tratta dal romanzo "I quasi adatti" di Peter Høeg, un thriller distopico: 
"Dove l'hai imparato?", chiesi. "Prima non lo sapevi".
"Sono cresciuto", rispose. "È questa la nostra possibilità quando il tempo passa e si diventa grandi".
Ecco, io ho iniziato a lavorare a Cittadellarte quando ancora "andava all'asilo". E la sua storia è piena di rischi presi, di opportunità colte e mancate, di svolte che magari non ho condiviso ma che sono venute per natura. Secondo me, col tempo, Cittadellarte ha provato a mettersi in gioco in modo più universale possibile. E la cosa importante è il tentativo, più ancora che l'esito. L'esito è qualcosa che sta anche fuori dal nostro controllo. E il lavoro che facciamo sull'educazione – coi bambini, coi ragazzi o coinvolgendo tanto gallerie d'arte quanto industriali che con con questo tipo di creatività normalmente non avrebbero a che fare - voglio pensare che sia un tentativo di provare a universalizzare questa avanguardia. Dobbiamo sempre cercare di far sì che la trasformazione sociale non sia soltanto un esempio virtuoso per i "pochi" che vanno al mercatino di Let Eat Bi o che visitano le mostre di Michelangelo, ma che davvero sia una piccola leva per provare ad arrivare più o meno a tutti. Io credo che, seppur con difficoltà infinite, ci stiamo provando. E quindi sento di aver disimparato l'idea che sia naturale che le cose speciali siano per pochi.


Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
La parte che oggi sento più fragile è l'eredità di Pistoletto. Sono qua da più di vent'anni, quindi ho anche un'affezione personale per lui e do per scontato che Michelangelo ci sia. La sua eredità intellettuale e artistica sarà enorme e farà comunque da guida per Cittadellarte, ma mi spaventa il vuoto umano che lascerà, in un futuro che spero più distante possibile.
Quale invece più matura? La capacità di rigenerarsi, e non è un adattamento utilitaristico. Se osservo Cittadellarte come un organismo vivente, lo vedo cambiare costantemente, anche riorganizzandosi e riorientandosi, ma senza compromettere mai quanto esisteva in potenza. Così come un bambino quando nasce ha tutte le potenzialità, allo stesso modo Cittadellarte, pur essendo evoluta e innanzitutto passata attraverso un'infinità di persone che ci hanno lavorato dentro o insieme, è comunque rimasta un organismo coerente a se stesso. Questa è una virtù e riconosco dunque a Cittadellarte una sua robustezza di costituzione.


Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?

Per risponderti cito proprio un estratto del testo dedicato alla Rottura dello specchio sul sito di Pistoletto: "[...] una performance presso il Museo di Arte Contemporanea di Santiago del Cile in occasione della sua mostra 'Cada punto es el centro del universo, cada persona es el centro de la sociedad', in cui la parola apparsa sulla superficie colorata sottostante gli specchi rotti è comprendere”.
Prendendo lo spunto dal titolo della mostra, non possiamo avere uno sguardo indifferente nei confronti di nulla, perché ogni punto è prezioso, ogni istante è prezioso, ogni persona è preziosa. In quale modo possiamo, in modo più naturale, non essere indifferenti? Comprendendo. Più volte nelle interviste precedenti l'indifferenza è stata definita un sistema di difesa naturale, ma io cerco di non restare mai indifferente. Posso comprendere che per estrema urgenza o necessità la si possa utilizzare come strategia di difesa, ma preferisco provare a usare la comprensione, magari attraverso strumenti di lettura del mondo leggeri, come l'ironia... 
La comprensione emotiva per me è l'empatia e se esiste empatia faccio fatica a pensare che resista l'indifferenza. Cerco di avere sempre uno uno sguardo empatico e quindi sull'indifferenza sono un po' intollerante, mi fa dispiacere, non riesco a distogliermi da uno sguardo più intenso e più partecipato. Auspico che lo sforzo proattivo di capire e mettersi nei panni del prossimo, comprendendo quanto accade, renda più improbabile una reazione di comodo come l'indifferenza.
Cito inoltre il libro “Attiviamoci - Impliquons-nous: Dialogo per il secolo” di Edgard Morin e Michelangelo Pistoletto: come suggerisce il titolo, se noi scegliamo di implicarci, di partecipare e di impegnarci è difficile restare indifferenti. Chiaramente non ci si può applicare su tutto, però se prendiamo come motto “Impliquons-nous” diventa più improbabile fare la scelta di comodo dell’indifferenza.


Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
In parte mi sono già espresso a riguardo con la risposta precedente. Secondo me l'arte ha una capacità meravigliosa di leggere la realtà attraverso occhi più liberi, costruendo narrazioni più alte e profonde. L'artista, in questo senso, ha una grande responsabilità. Ma non solo, si suppone che l'artista - oggi e da sempre - sia dotato di un talento: quello di guardare il mondo con occhi sorprendenti. E se riesce a portare dalla sua parte lo spettatore - e l'arte di Michelangelo Pistoletto lo fa, anche per ragioni fisiche - non può che far crescere nello stesso la sensibilità. Quando lo spettatore entra nell'opera d'arte, fisicamente come nell'opera di Michelangelo o emotivamente come in un'infinità di altre opere che ti coinvolgono anche se non riesci neanche razionalmente a capire perché, stai già facendo un passo nella direzione dell'arte. E l'arte in sé non può che comportare uno sguardo illuminato sul mondo. Quindi, nel momento in cui vediamo ed entriamo in un'opera d'arte, miglioriamo un pochino noi e il mondo che ci circonda.

Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Cito ancora il romanzo "I quasi adatti" di Høeg. L'autore racconta la storia di una scuola in Scandinavia in cui intendevano "raddrizzare" dei bambini con delle deviazioni. Alcuni di questi, però, si rifiutavano di seguire compiutamente le regole ed era da loro che partiva il cambiamento. Riporto un estratto del libro: “Alcuni mangiavano rane” - era una delle punizioni -, “altri sviluppavano in laboratorio una teoria sull'universo”. Ecco, per me stare a Cittadellarte è un modo per appartenere, per avere un motivo, per sentirsi parte di qualcosa di importante, per provare a cercare di cambiare il nostro tempo, il nostro spazio e la nostra società con gli strumenti che abbiamo in mano, con la comunicazione e con la creazione.

Pubblicazione
06.02.26
Scritto da
Luca Deias