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"Cittadellarte allo specchio" #6 - Elisabetta Gallana, quando l'errore non è un fallimento
Continua il ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. La sesta puntata della rubrica è dedicata a Elisabetta Gallana dell'Ufficio Ambienti d’Apprendimento e Formazione di Cittadellarte, che riflette sul ruolo dell’educazione come motore della trasformazione sociale, sull’importanza del dialogo e sulla responsabilità di costruire pratiche che attivino empatia, comprensione e pensiero critico. "Le persone, attraverso le parole, possono dare nome alle emozioni - ha affermato - e costruire consapevolezza di sé e degli altri".
Per tutto il 2026, il Journal di Cittadellarte ospita una serie di interviste a collaboratrici e collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande. Cittadellarte allo specchio - questo il nome della rubrica - si pone come un esercizio di ascolto e di autoriflessione che attraversa ruoli, pratiche e sensibilità diverse, restituendo un ritratto plurale dell’organismo Cittadellarte. Le domande toccano alcuni dei nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dal rischio dell’azione artistica alla possibilità di riattivare empatia - e funzionano come uno specchio: non cercano risposte definitive, ma chiedono a chi risponde di prendere posizione, di esporsi, di interrogare il proprio ruolo nel presente.
In questa sesta puntata lo specchio si rivolge a Elisabetta Gallana, che opera all’interno dell’Ufficio Ambienti d’Apprendimento e Formazione di Fondazione Pistoletto con l’idea che l'educazione sia il motore principale del cambiamento sociale. Elisabetta, pedagogista interessata alla progettazione educativa, è convinta della necessità di un continuo studio sulle modalità di apprendimento e interazione tra le persone e con l’ambiente. Tra teoria e pratica, errori ed esperimenti, Gallana riflette nell'intervista che segue sulla centralità della comunicazione e del linguaggio, sul ruolo dell’arte e della narrazione nel contrastare l’indifferenza, e sull’importanza di accompagnare l’apprendimento attraverso esperienze, relazioni e pratiche, senza mai dare nulla per acquisito.
Il 2025 si chiude come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
Credo che parlare di trasformazione sociale responsabile abbia ancora senso, ma solo se partiamo da un uso consapevole delle parole. Il termine “transizione”, oggi, rischia di apparire vuoto se non è sostenuto da pratiche reali e da un linguaggio che torni ad avere peso. Viviamo in un tempo in cui la comunicazione è costante ed incessante, sentiamo e leggiamo moltissime parole quotidianamente. Proprio per questo è sempre più urgente la necessità di fare una vera e propria cernita delle parole per il loro utilizzo, oltre a una scelta accurata del lessico.
Il dialogo, come sosteneva Paulo Freire, non è solo uno strumento educativo, ma una pratica politica e pedagogica di libertà: è nel dialogo che le parole diventano azione trasformativa. Per questo credo sia fondamentale ridare forza e significato alle parole, evitando l’uso automatico di metafore belliche nel linguaggio quotidiano - “combattere”, “nemici”, “bombardare” - che normalizzano il conflitto anche nel pensiero. Ripensare le pratiche passa inevitabilmente da una responsabilità linguistica: trasformazione sociale e uso consapevole del linguaggio sono inseparabili.
Anche quest'anno, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
Accettare il rischio è essenziale, perché solo attraverso l’azione è possibile sperimentare e imparare. Il rischio non è incoscienza, ma qualcosa che si valuta consapevolmente e che si sceglie di attraversare. Esiste persino un’educazione al rischio, in cui si predispone un ambiente affinché una persona - come un bambino - impari a leggere una situazione, a misurare le proprie capacità e a decidere come affrontarla.
Allo stesso modo, nel lavoro di Fondazione Pistoletto il rischio va accettato, ma sempre accompagnato dalla cura: dalla chiarezza del linguaggio, dall’attenzione alla comunicazione e dalla relazione profonda con i contesti che accolgono l’opera. Rendere leggibile il senso di un’installazione significa rispettare le persone, le culture e le storie coinvolte.
L’arte non può essere un messaggio calato dall’alto: deve entrare in dialogo con i luoghi e con chi li abita. Accettare il rischio significa quindi assumersi una responsabilità educativa e sociale, fondata sulla cura delle parole, dei simboli e delle relazioni.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Nel 2025, educare alla responsabilità significa innanzitutto educare al pensiero e all’azione autonoma e critica. Vuol dire insegnare a usare i mezzi - algoritmi, intelligenza artificiale, automazione - come strumenti e non come fini, restituendo valore al tempo lento, alla riflessione, alla ricerca e al dubbio.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale e gli algoritmi sembrano orientare scelte, linguaggi e tempi, spesso anticipando e assecondando chi scrive o agisce, diventa fondamentale riaffermare il diritto di ciascuno a esplorare al proprio ritmo, a confrontare punti di vista diversi e a sostare nell’incertezza. Ogni bambino, e ogni adulto, ha diritto a questo spazio di autonomia.
Un aspetto centrale è il linguaggio. L’uso dell’intelligenza artificiale può contribuire a un impoverimento del lessico, perché tende a riprodurre schemi già codificati. Educare a un linguaggio ricco, articolato e personale significa restituire potere alla persona, al suo pensiero critico e creativo. Le persone attraverso le parole possono dare nome alle emozioni e costruire consapevolezza di sé e degli altri.
In questo processo, l’errore non è un fallimento, ma uno strumento fondamentale di apprendimento. Educare al linguaggio significa educare a uno stile espositivo personale, in cui sperimentare, sbagliare e giocare con le parole come Gianni Rodari. L’errore diventa il modo attraverso cui si sviluppa un pensiero libero, creativo e responsabile.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Nel tempo trascorso a Cittadellarte ho disimparato l’idea che la formazione possa essere lineare o definitiva. Ho compreso che la crescita, sia professionale sia personale, nasce soprattutto dall’incontro con gli altri e dalla qualità delle relazioni che si costruiscono nel tempo. Ho anche lasciato andare la convinzione che l’esperienza accumulata sia di per sé sufficiente. Ogni nuovo dialogo, ogni confronto con contesti, generazioni e punti di vista diversi, mette in discussione ciò che si crede di sapere e ridefinisce continuamente il senso del lavoro educativo e creativo. In questo processo, disimparare diventa una forma di apertura: un modo per restare disponibili al cambiamento e all’ascolto.
Come asseriva Alvin Toffler, "gli analfabeti del futuro non saranno quelli che non sanno leggere o scrivere, ma quelli che non sanno imparare, disimparare e imparare di nuovo".
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Se pensiamo Cittadellarte come un organismo vivente, una delle sue parti oggi più fragili riguarda la difficoltà di connessione tra Cittadellarte e una parte della popolazione biellese culturalmente più distante. È una fragilità che non va letta come mancanza, ma come zona sensibile, che richiede attenzioni: tempo, ascolto e un lavoro continuo sul linguaggio e sulle relazioni.
Allo stesso tempo, ciò che appare più maturo di quanto avrei immaginato prima di iniziare a lavorare qui è la capacità di attrarre artisti e intellettuali a livello nazionale e internazionale, generando dialoghi e confronti su scala globale senza decentrarsi. In termini freiriani, questa maturità risiede nella capacità di creare spazi di dialogo reale e di scambio critico. La fragilità emerge invece laddove il dialogo fatica ad attivarsi.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza non è qualcosa da distruggere, perché distruggere significherebbe perdere memoria. È spesso una forma di protezione, una paura che si manifesta a livello individuale e collettivo.
Proprio questa sua natura "difensiva" la rende una grande debolezza sociale. Come sosteneva Martin Luther King, il dolore più profondo non è causato dalle parole violente dei malvagi, ma dal "silenzio spaventoso delle persone buone". Questo silenzio immobilizza il singolo e la comunità di fronte all’odio e alla violenza; è un dolore che nasce dal sentirsi invisibili agli occhi dell'altro, dal percepire che la propria sofferenza non genera alcuna risonanza nel prossimo.
Anche Pistoletto, rompendo lo specchio, non distrugge: trasforma. Con la rottura dello specchio cambia il modo di riflettere, è un cambio di prospettiva, di sguardo. Allo stesso modo, l’indifferenza non va semplicemente cancellata, ma attraversata, rotta. Come l’errore, l’indifferenza può diventare un’occasione di apprendimento se viene osservata, riconosciuta e compresa. È attraverso la relazione, il dialogo e la narrazione che l’indifferenza può essere rotta, diventando un punto di partenza per un movimento creativo, critico e responsabile. Non la fine della riflessione, ma l’inizio di una riflessione nuova.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
Nel racconto mediatico dei conflitti, i numeri sono necessari, ma diventano davvero significativi solo quando vengono contestualizzati e accompagnati da una narrazione capace di restituire volti, storie e complessità. Il problema emerge quando i dati vengono isolati o manipolati, piegati a un messaggio politico o ideologico invece di essere esposti in modo chiaro e coerente. In questi casi, il linguaggio smette di informare e inizia a deformare la realtà.
L’arte ha allora la responsabilità di umanizzare i dati, restituire profondità a ciò che viene ridotto a cifra o slogan. Può farlo costruendo narrazioni empatiche che non spettacolarizzano il dolore, ma invitano a uno sguardo attento, alla riflessione e al dialogo. In un contesto segnato dal rage bait e dall’indignazione facile - che spesso nasce proprio dalla distorsione delle narrazioni e dall’uso strumentale delle informazioni - l’arte può agire come antidoto. Può scegliere la complessità al posto della semplificazione, la profondità al posto dell’urlo, la cura del linguaggio al posto della provocazione. In questo senso, l’arte non amplifica il conflitto, ma apre uno spazio di responsabilità, in cui l’empatia non è un’emozione immediata, bensì una pratica consapevole.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Resta accesa una sensazione di continuità. Ciò che nasce dalla passione perciò che si fa non si spegne con le luci: rimane nella memoria, nelle parole condivise, nei pensieri che continuano a muoversi.
È un’emozione legata al dialogo costante tra pensiero, linguaggio e azione, che rende il lavoro educativo e artistico qualcosa che non appartiene solo allo spazio dell’ufficio, ma accompagna anche fuori, nel tempo che segue.