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Firmare, nutrire, manifestare: Paolo Naldini e il corpo che entra in politica con "Good Food for All"

Dal piatto al Parlamento, dal corpo alla legge: il progetto "Good Food for All" mira a portare il diritto al cibo al centro dell’agenda europea attraverso un’Iniziativa dell'ECI. In questa intervista, il direttore di Cittadellarte illustra e riflette sul relativo processo demopratico che ha unito e sta unendo arte, partecipazione e azione legislativa, rivelando come le pratiche sociali possano diventare politiche vincolanti.

Il cibo è spesso raccontato come emergenza, come bisogno primario, come questione etica o umanitaria. Raramente viene pensato come ciò che è davvero: una infrastruttura sociale e politica, capace di sostenere - o incrinare - la dignità delle persone e la qualità delle democrazie. È anche da questa consapevolezza che nasce Good Food For All, l’Iniziativa dei Cittadini Europei promossa da comunità di pratica e organizzazioni della società civile e sostenuta da Cittadellarte, che chiede all’Unione Europea di riconoscere il cibo come diritto umano fondamentale, attraverso strumenti legislativi vincolanti.

Good Food for All
è il risultato di un processo pluriennale di partecipazione civica e cooperazione transnazionale, sviluppato a partire dall'Opera Demopratica di Ginevra che ha portato a "trasformare" visioni culturali in proposte istituzionali concrete. Attenzione, non si tratta di una mera campagna simbolica: è percorso che mira a rendere il diritto al cibo giustiziabile, e quindi realmente esigibile, nei diversi contesti europei.

In questa intervista, Paolo Naldini, direttore di Cittadellarte e ideatore del metodo demopratico, ha ripercorso le origini dell’iniziativa e ha riflettuto sul valore del tempo lungo nella costruzione politica, sul ruolo dell’arte quando entra nello spazio istituzionale e sulla capacità dei processi partecipativi di trasformare il conflitto in invenzione collettiva. Dal gesto semplice della firma alla visione di una consultazione planetaria per la fine delle guerre, il dialogo con Naldini amplia l’orizzonte di Good Food for All, esempio di una demopraxia che non si limita a rappresentare, ma si pratica.

Paolo, partiamo dall'origine del progetto: Good Food for All nasce come Iniziativa dei Cittadini Europei, ma affonda le sue radici in un lungo processo culturale e demopratico. Quando e come avete capito che il diritto al cibo poteva - e doveva - diventare un obiettivo politico europeo concreto?
Noi, come Cittadellarte, ci siamo ritrovati a Roma il 28 e 29 ottobre 2023 per la celebrazione dell'evento di Visible su Climavore dei Cooking Sections, un progetto di arte per la trasformazione sociale dedicato al cibo e alle filiere agroecologiche che consentono alle comunità, umane e non umane, di avere un rapporto sostenibile con il pianeta. Negli stessi giorni la FAO teneva un'importante conferenza sul tema del cibo e sul diritto al cibo, in cui avrebbe partecipato l'ambasciatore Rebirth Walter El Nagar. Naturalmente, da buoni amici, ci siamo scambiati le informazioni e abbiamo partecipato tutti e due a entrambi i contesti. Quando Walter partecipò alla giornata presso il Campidoglio mi ricordai di un'Iniziativa dei Cittadini Europei che avevo conosciuto per la prima volta a Bruxelles quando visitai la mostra curata dalla nostra curatrice e collaboratrice Silvia Franceschini presso il CIVA, Centro di Informazione, Documentazione e Mostre sulla Città, l'Architettura, il Paesaggio e l'Urbanistica nella Regione di Bruxelles. Lì veniva presentata l'Iniziativa dedicata alla casa come diritto e quindi venni a conoscere questa possibilità.
Quando con Walter ragionavamo sul futuro dell'iniziativa demopratica sul diritto al cibo, dopo aver cambiato la Costituzione del Cantone di Ginevra, ci rimaneva la Costituzione Europea... e così gli proposi l'iniziativa. In combinazione con quell'evento di Visible, era presente anche un ex assessore toscano che aveva conosciuto in prima persona l'Iniziativa dei Cittadini Europei. Lui ci diede molte informazioni a riguardo direttamente quel giorno. Ci sembrò immediatamente la strada più appropriata, perché, in qualche modo, ricalcava il lavoro che era stato fatto a Ginevra, anche se veniva applicato invertendo l'ordine degli addendi: normalmente in Svizzera le iniziative di legge vengono proposte ai cittadini con dei referendum, invece qui l'iniziativa veniva
dai cittadini proposta agli amministratori pubblici. E quindi è stata una convergenza di diverse istanze.

In una contemporaneità caratterizzata da slogan istantanei, Good Food for All è il risultato di un processo pluriennale e, un'iniziativa “a fuoco lento”. In un’epoca di accelerazione e risposte immediate, che valore ha oggi il “tempo lungo” della costruzione politica?
C'è un processo di circolarità che lega le pratiche e le politiche. Le pratiche sono le attività portate avanti dalle organizzazioni della società civile, che da un lato vengono informate e spinte dalle politiche istituzionali, ma dall'altro costituiscono e producono nuova realtà, nuove esistenze, nuovi progetti, nuove attività che ispirano le politiche. Quindi c'è una circolarità che si attiva nella piramide sociale, a differenza della staticità che vuole la divisione tra i rappresentati e i rappresentanti con una delega che si svolge una volta ogni tre, quattro, cinque anni; questa punta pesa sulla base, impedendo un lavoro di circolazione delle idee. Invece nella dimensione della demopraxia le buone pratiche vengono portate a evidenza e a sistema, tanto che le politiche le possono assumere come nuove guide. In questa circolarità, dalla punta della piramide, le politiche che scendono attraverso le legislazioni, le normative e i regolamenti devono uniformarsi a queste normative. Le pratiche stesse, aprendo nuovi contesti e territori, producono delle realtà non ancora normate informando a loro volta le politiche. Dunque, in un sistema democratico che funziona si innescano dei meccanismi che generano una spirale della demopraxia. La parola "Spirale" l'ho pensata come un acronimo in inglese: S.p.i.r.a.l., ossia sustainable, participative, inclusive, regenerative, artivating e living (sostenibilità, partecipazione, inclusione, rigenerazione, artivazione e dimensione vitale).

Parlare di cibo come diritto umano è spesso percepito come un’affermazione etica. Con questa iniziativa, invece, si chiedono strumenti legislativi vincolanti. Che cosa cambia, concretamente, quando un diritto viene inscritto nelle politiche europee?
In generale la previsione di un diritto in un ordinamento giuridico comporta ciò che i giuristi chiamano la giustiziabilità, cioè che le violazioni di quel diritto siano punibili. Questo è un principio estremamente pratico, perché comporta la verifica davanti alle autorità competenti di giudizio, inchiesta, investigazione e polizia della nostra realtà. La legislazione europea è sovraordinata rispetto a quella nazionale, ma molto spesso deve essere recepita dagli stati aderenti all'Unione Europea e, in questo recepimento, viene trasformata o tradotta nella coerenza con il sistema giuridico nazionale. Quindi ci aspettiamo che un principio sancito dalla Costituzione Europea venga recepito e adottato dalle legislazioni nazionali, ma con un margine di adattamento che tenga conto degli ordinamenti che sono effettivamente diversi. La giustiziabilità del diritto al cibo sancita da un regolamento costituzionale o di altro livello europeo innescherebbe quindi un processo di adozione o recepimento da parte degli stati europei, che finirebbe a produrre la giustiziabilità nazionale - e quindi locale - delle supposte violazioni del diritto stesso.
Dunque, una persona o un gruppo che non abbia accesso grazie ai mezzi propri al cibo non sarebbe semplicemente un dramma umano sul quale interrogarsi, ma un
reato, che chi si troverà a giudicare, dovrà anche riconoscerne la responsabilità. Quindi è evidente che, nel caso in cui si arrivasse a tutto questo, i sistemi amministrativi locali e nazionali dovranno predisporre tutto ciò che è necessario affinché quel reato non si realizzi. Come? Non lo sappiamo, perché è giusto che venga determinato nell'iter della legislazione e quindi anche del dibattito internazionale e nazionale. Potrebbero essere misure pubbliche come un accesso universale al cibo, potrebbero essere servizi di welfare, sostenuti dalla tassazione o da altri sistemi, oppure potrebbero essere altri modi che ancora non abbiamo pienamente espresso.

Il lancio pubblico a Bruxelles del 14 gennaio è culminato in una performance collettiva davanti al Parlamento Europeo. Che ruolo ha oggi il gesto artistico quando entra direttamente nello spazio politico e istituzionale?
La performance porta il corpo nello spazio. Il termine deriva da "performa": la forma è appunto la figura dell'intera persona, invece la persona è l'espansione del suono. Nel teatro, per esempio, abbiamo la maschera che amplifica con la sua forma il suono dell'attore rendendolo persona e personaggio. Quando si esce dal teatro, il personaggio entra con la sua piena fisicità nello spazio vivo della società, non nello spazio diviso del teatro. Ecco che la dimensione della persona diventa una forma. Quando portiamo il nostro corpo nello spazio pubblico performiamo la nostra persona, quindi usciamo dalla dimensione personale ed entriamo in quella pubblica.
Il flash mob che abbiamo realizzato davanti al Parlamento è stato una performance - con i canonici meccanismi della manifestazione, con striscioni e l’occupazione di uno spazio simbolico - che ha operato una
provocazione. Ha evocato sì, ma ha anche provocato un discorso, un dibattito. La voce è stata quella rappresentata dalla espressione Good Food For All, come fosse uno slogan o un canto che si è riverberato nella piazza. Ha dunque evocato il coro di un popolo, di un "demos", che ancora oggi si ritrova a presentarsi di fronte ai propri amministratori. La provocazione è ciò che intendiamo realizzare: una risposta all'evocazione, in attesa che raggiunga la dimensione di un milione di voci in Europa, almeno in sette Paesi. Quindi la performance fa risuonare, con il corpo fisico dei cittadini nello spazio fisico della società, la voce e quindi il volere del popolo. 

Ogni trasformazione politica genera anche conflitto. Come la Demopraxia affronta il dissenso e le inevitabili frizioni tra visioni diverse all’interno di processi partecipativi così ampi? Può il riconoscimento del cibo come diritto umano diventare anche uno strumento di pace?
Il conflitto è inevitabile nella differenza. La soluzione non è scontata e non è mai interamente predeterminata nei sistemi aperti e liberi, come sono quelli naturali e sociali. La dimensione del conflitto quindi comporta lavoro, ma in questo lavoro c'è energia (infatti quando ci riferiamo all'energia in fisica parliamo di lavoro). Questa energia può tendere a tre esiti fondamentali: a una deflagrazione che distrugge tutto il contesto, alla prevalenza dell'una o dell'altra parte, o a un negoziato stato di equilibrio, probabilmente dinamico.
Per giungere al primo e al secondo degli esiti non serve l'intelligenza umana, basta quella naturale che ha dotato gli animali e gli ecosistemi di capacità di azione e reazione automatizzate e incorporate. Queste tendono naturalmente alla prevalenza del più forte in seno a degli ecosistemi, che in qualche modo accolgono questa prevalenza in un'armonia generale a discapito dei più deboli.
Però l'umanità ha scoperto una terza strada che comporta qualità, competenze e talenti prettamente umani e non naturali. Tra questi talenti artificiali ci sono le facoltà dell'invenzione di un qualcosa che prima non c'era, che in qualche modo accomoda le ragioni contrastanti o conflittuali dei due elementi in gioco o in partenza. E per fare questo occorre un'arte - o una tecnica, come avrebbero detto i greci antichi, perché tekne (τέχνη) vuol dire arte - che si apprende come un'evoluzione dell'intelligenza, del sapere e del saper fare umano.
E quindi l'arte non è soltanto rappresentazione del bello o del vero, come abbiamo interpretato nella storia delle diverse culture, ma è anche
capacità di risolvere i conflitti che le differenze innescano guidando questa energia verso la creazione di qualcosa che prima non c'era, di un'armonia che possa risuonare come un canto o una voce, e quindi sappia accogliere la dinamica viva dell'esistente anche nel suo performarsi e trasformarsi. Per fare questo, abbiamo una formula messa a punto negli ultimi anni da Michelangelo Pistoletto con Cittadellarte: la Formula della creazione, che disegna il rapporto di relazione dinamica fino a a costruire un terzo spazio centrale tra i due cerchi o spazi laterali dove questa tekne si esercita.
Ma bisogna impararla, praticarla e allenarla, non si può pretendere di nascere Mozart (e anche Mozart è andato a scuola). E quindi occorre la disponibilità di imparare e a reimparare, perché se è dinamica l'armonia con l'equilibrio, bisognerà che dinamico sia anche l'apprendimento, costantemente rinegoziato e riappreso con l'evolversi della realtà. Pensiamo per esempio a quanto l'accelerazione delle nuove tecnologie e dell'intelligenza artificiale comporti degli scenari che non possono essere interamente affrontati solamente con i paradigmi e le tecniche del passato. Dobbiamo operare anche qui un'invenzione degli stessi meccanismi con cui creiamo pensiero.

Firmare una petizione è un gesto semplice. Come può diventare, in questo caso, un vero atto politico trasformativo e non solo simbolico? Qual è il tuo personale appello e invito a riguardo?
Manifestati! È arrivato il momento in cui ognuno di noi ascolti con sentimento, esprima con capacità, linguaggio e presenza ciò che sente. E lo manifesti: lo renda visibile ed esplicito abitando nello spazio collettivo in maniera piena. Quindi sentiamo, esprimiamo e manifestiamo. 
La firma di una petizione è una forma che porta a manifestare
chi sei e che sei, perché manifesti il fatto stesso di essere, oltre che chi vuoi essere, e quindi chi performi in quel momento. Dunque, manifestiamoci!

Concludiamo offrendo uno sguardo al futuro: se questa Iniziativa avrà successo, quale potrebbe essere il prossimo diritto o ambito di trasformazione da affrontare con lo stesso metodo demopratico? Che tipo di eredità culturale vorreste lasciare con Good Food for All, indipendentemente dall’esito legislativo?
Io confido che nasceranno nuclei di esercizio di questa pratica in molti luoghi e non solo in Europa, quindi intraprendendo strade che saranno la ECI nell'Unione Europea e diverse altrove.
Mi auguro che si formino intorno al programma e al canovaccio della demopraxia - con l'opera demopratica, le sue scene, la mappatura, i forum e i cantieri come è stato a Ginevra in questi anni per la ECI Good Food for All - plurime operazioni che prendano anche spunto da questa esperienza e da tante altre situazioni.
Per noi e per Cittadellarte credo sia arrivato il momento di affrontare una sfida che non poteva essere affrontata prima: la sfida della
manifestazione planetaria. Un referendum mondiale che sappia cogliere l'opportunità di queste tecnologie che dieci anni fa non erano pensabili e che oggi raggiungono ampiamente i tre quarti della popolazione mondiale. L'altro quarto, pur senza le consuete tecnologie degli smartphone, può esprimere la propria opinione nelle strade, mediante la posta o negli spazi collettivi come gli ospedali, le scuole o le case degli anziani. Quindi stiamo lavorando per immaginare e per costruire una grande consultazione mondiale per dichiarare la fine di tutte le guerre.
È già avvenuto in passato che degli artisti o dei pensatori abbiano dichiarato la fine di un conflitto: basti pensare a
John Lennon con il brano “War is over” o ad Allen Ginsberg con il suo famoso poema pacifista "Wichita Vortex Sutra" del 1966. 
Sia John sia Allen si riferivano alla guerra in Vietnam, così come
Aristofane nella Lisistrata 2500 anni fa si soffermava su un conflitto bellico in particolare. Noi stiamo invece parlando di dichiarare la fine di tutte le guerre. A chi spetta l'apposita dichiarazione? Forse a un dittatore o a un altro? Forse alle Nazioni Unite? Bene, io penso sia arrivato il momento di unire le azioni, tenendo conto che unite lo sono già. Ma non bastano: dobbiamo fare le “azioni unite”, anzi l'organizzazione mondiale delle azioni unite. E la prima azione deve essere una dichiarazione di fine di tutte le guerre, a cui poi dare seguito, con la demopraxia, a dei forum nel mondo che possano esercitare che cosa comporti
dichiarare la fine delle guerre. Comporterà ciò che i forum convocati nei diversi continenti e Paesi e culture definiranno. Potranno definire che cos'è la Pace Preventiva che Michelangelo Pistoletto ha proposto in questi decenni, che deve essere declinata e sviluppata dagli esperti che operano in tutti i diversi contesti del Pianeta.
Questo è per ora un mio sogno: dal sogno al programma a volte il cammino è talmente lungo che non si ha tempo di percorrerlo nel corso di una vita, altre volte bastano pochi minuti.
Vedremo qual sarà il nostro caso.



Per ulteriori informazioni sull'iniziativa rimandiamo al sito ufficiale di Good Food For All e al nostro precedente articolo.
È possibile firmare la proposta a questo link: https://eci.ec.europa.eu/053/public/#/screen/home
Pubblicazione
19.01.26
Scritto da
Luca Deias