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"Cittadellarte allo specchio" #1 - Francesco Saverio Teruzzi e la responsabilità di restare aperti
Inaugura un nuovo ciclo di interviste del Journal dedicate a coloro che abitano e costruiscono quotidianamente la Fondazione. Ad alzare il sipario sulla rubrica è Francesco Saverio Teruzzi, coordinatore degli ambasciatori Rebirth/Terzo Paradiso, che riflette su trasformazione sociale, rischio dell’azione artistica, educazione alla responsabilità e indifferenza di fronte al dolore. Un dialogo che interroga l’arte come pratica capace di restare, disinnescare l’odio e mantenere aperta una vigilanza sul presente.
Prende il via oggi Cittadellarte allo specchio, nuova rubrica del nostro Journal nata come un esercizio di ascolto e di autoriflessione. Per tutto il 2026, una volta alla settimana, ospiteremo infatti una serie di riflessioni dei collaboratori della Fondazione, chiamati a rispondere a un identico set di domande per far emergere una pluralità di sguardi che abitano lo stesso organismo. L'idea è dell'iniziativa editoriale è del direttore della Fondazione Pistoletto Paolo Naldini e si pone in continuità con la sua tradizionale intervista di fine anno. Le domande attraversano i nodi più urgenti del nostro tempo - dalla trasformazione sociale alla responsabilità, dall’educazione all’indifferenza, dall’empatia al rischio dell’azione artistica - e funzionano come uno specchio: senza restituire un’immagine neutra, chiedono a chi risponde di esporsi, di prendere posizione, di interrogare il proprio ruolo dentro e fuori Cittadellarte. Ne nascerà un ritratto di voci in movimento, fatto di speranze, proposte, risonanze e differenze.
Ad aprire questo ciclo, dopo l'episodio zero di Naldini, è Francesco Saverio Teruzzi, coordinatore degli ambasciatori Rebirth/Terzo Paradiso. Le sue parole si muovono lungo una linea di confine: tra locale e globale, tra simbolo e pratica, tra arte e responsabilità concreta. È una posizione che implica esposizione, rischio e, soprattutto, una continua negoziazione con la complessità del reale. Contro la cultura dell’urgenza, dell’indignazione programmata e della chiusura, Teruzzi rivendica l’educazione come allenamento alla presenza, l’arte come dispositivo che rinuncia al controllo per entrare nella storia, il valore del restare, del rallentare, del mantenere aperta una vigilanza quieta.
Il 2025 si è chiuso come un anno in cui la parola “transizione” sembra aver perso forza, sostituita da un senso diffuso di stanchezza e di ritorno a logiche di potere, guerra e chiusura. In questo contesto, ha ancora senso parlare di trasformazione sociale responsabile o occorre cambiare il lessico e ripensare le pratiche?
La parola transizione oggi appare stanca perché è stata usata come promessa senza corpo. Ma la trasformazione non è una parola: è una fatica che torna, anche quando pensiamo di averla persa. Non credo serva cambiare il lessico per fuggire dal presente; credo serva rimettere i piedi nel terreno delle pratiche, lì dove le contraddizioni si sentono davvero. La trasformazione sociale responsabile non è una marcia trionfale: è fatta di passi avanti, arresti, ritorni improvvisi. A volte sembra sparire, poi riappare nei luoghi meno visibili. Se oggi il mondo torna a logiche di potere, guerra e chiusura, allora parlare di responsabilità non è ingenuo: è radicale. È restare aperti quando tutto spinge a chiudersi.
Anche nel 2025, Cittadellarte ha operato sul piano locale e globale: dalla Cina all’Europa di confine, dal Mediterraneo all’Est asiatico. Portare un’installazione o un'opera demopratica in luoghi carichi di storia, conflitto o simbolismo espone l’arte a letture imprevedibili. Quanto è importante, per la Fondazione, accettare questo rischio?
È fondamentale. Se un’opera demopratica non rischia di essere fraintesa, allora probabilmente non sta toccando nulla di vivo. Portare il Terzo Paradiso o altre pratiche in territori carichi di conflitto significa rinunciare al controllo. L’arte, quando entra davvero nella storia, non è più protetta. Ma è proprio lì che smette di essere simbolo e diventa dispositivo di realtà. Il rischio non è un incidente di percorso: è la condizione etica dell’agire artistico.
Nel 2026, cosa significa educare alla responsabilità in un mondo in cui algoritmi, intelligenza artificiale e automazione sembrano sottrarre sempre più spazio all’azione umana consapevole e, in questo senso, all'autorialità?
Educare oggi non significa competere con le macchine, ma riconoscere ciò che non può essere automatizzato: la scelta, il dubbio, la cura, la responsabilità delle conseguenze. L’autorialità non è più “fare tutto”, ma assumersi la responsabilità di ciò che si innesca. In questo senso, l’educazione diventa un allenamento alla presenza, non alla performance. Con il Terzo Paradiso non formiamo individui più efficienti, ma esseri umani capaci di rispondere.
Nel tempo trascorso a Cittadellarte, cosa senti di aver disimparato? C’è una convinzione che oggi lasceresti andare rispetto al passato?
Ho disimparato l’idea che il cambiamento debba essere visibile, misurabile, immediato. Ho lasciato andare la convinzione che basti avere ragione. Oggi so che avere relazione è più importante che vincere una narrazione. Non si tratta di dire ho fatto 10, 100 o mille, perché la trasformazione non avanza per accumulo, ma per risonanza.
Proviamo a considerare Cittadellarte un organismo vivente. Quale parte senti oggi più fragile? E quale invece più matura di quanto avresti immaginato?
Non volendo entrare in argomenti economici, la parte più fragile, per vari motivi, è forse il tempo: il tempo lungo, quello che serve perché i processi maturino senza essere inghiottiti dall’urgenza. La parte più matura, e qui aggiungerei un forse sorprendentemente, è la rete umana: una comunità che non cerca uniformità, ma coerenza nella diversità. Questo non era scontato, e oggi possiamo definirla una forza reale.
Viviamo in un tempo in cui siamo esposti quotidianamente a immagini di dolore estremo, eppure spesso rimaniamo immobili. Che tipo di emozione è l’indifferenza? Se quest'ultima fosse un’opera d’arte, la distruggeresti come una rottura dello specchio di Pistoletto?
L’indifferenza non è assenza di emozione: è emozione anestetizzata. È una vera e propria difesa. Se fosse un’opera d’arte, non la distruggerei. La metterei davanti a uno specchio, anzi a un quadro specchiante di Michelangelo Pistoletto, finché a lei stessa non diventi insopportabile il guardarsi. La rottura non è violenza: è consapevolezza.
Nel racconto dominante e mediatico dei conflitti, spesso i numeri sostituiscono i volti. Che responsabilità ha l’arte nel restituire umanità dove il linguaggio politico la cancella? L’arte può riattivare l’empatia senza cadere nella spettacolarizzazione del dolore? Teniamo anche conto che la parola dell'anno 2025, secondo l'Oxford Dictionary, è "Rage Bait", che indica i contenuti creati per provocare rabbia e indignazione, in particolare sui social media.
L’arte non deve competere con l’indignazione programmata. Deve disinnescarla. Restituire volti ai numeri significa rallentare, sottrarre, creare spazi di ascolto. L’arte può riattivare l’empatia solo se rinuncia allo shock facile e accetta la complessità del dolore senza spettacolarizzarlo. L’arte responsabile non urla: resta. E nel restare, costringe a sentire.
Quando spegni le luci del tuo ufficio, quale emozione resta accesa?
Una vigilanza quieta, questa l’ho imparata dai miei gatti. Non ottimismo, non rassegnazione. Una forma di attenzione profonda, come se qualcosa, nonostante tutto, stesse ancora chiedendomi di non essere abbandonato.